Le 35 ore si conquisteranno con la lotta! - Falcemartello

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Le 35 ore si conquisteranno con la lotta!

 

L’accordo tra il governo e Rifondazione ha riportato prepotentemente alla ribalta il tema della riduzione dell’orario di lavoro. Anche in Francia il governo Jospin ha proposto una legge quadro che va in questa direzione. Questa rivendicazione è senza dubbio fra le più importanti che il movimento operaio deve avanzare nella lotta contro la disoccupazione.

Ma con questo accordo si arriverà veramente alle 35 ore? È veramente l’inizio dell’Europa "sociale"?

L’accordo in Italia e Francia

 

La riduzione d’orario non riguarderà che la metà circa dei lavoratori italiani. Sono esentate infatti le aziende con meno di 15 dipendenti. In Francia questa soglia sale a venti. Ma una legge dovrebbe avere lo scopo di difendere proprio quei lavoratori che non possono difendersi attraverso la contrattazione, cioè i dipendenti delle piccole aziende.

In Italia, come in Francia, le 35 ore non saranno a parità di salario. Per Jospin, "le 35 ore pagate 39 (l’orario legale in Francia, ndr) sarebbero catastrofiche per l’economia." (il Manifesto, 08-10-97). Con la diminuzione del potere d’acquisto dei salari reali avvenuta negli ultimi anni, gli stessi lavoratori richiedono e richiederanno di fare sempre più straordinari.

Per essere efficaci, le 35 ore devono essere non solo a parità di salario, ma anche affiancate da una nuova scala mobile dei salari.

In Italia, come in Francia, sgravi fiscali saranno concessi dallo Stato alle imprese che ridurranno l’orario. "Gli incentivi voluti dal governo facilitano la riorganizzazione del lavoro. Non conosco in altri paesi dispositivi più leggeri di quelli adottati in Francia." (il Manifesto, 12-10-97) spiega Strauss Kahn, ministro dell’economia.

Non possiamo accettare questo scambio. Già i padroni hanno ottenuto enormi sconti sugli oneri sociali, che abbiamo pagato noi lavoratori con tagli allo Stato sociale: non è possibile tollerarne ancora.

In Italia, come in Francia, si propone che le 35 ore vengano annualizzate, vale a dire che quello che conta é la durata media nell’arco di un anno. In tal modo si apre la strada ad ogni tipo di flessibilità dell’orario; accordi di questo genere sono già operativi in diverse aziende.

È così necessario per la società produrre frigoriferi, automobili, o calzini di notte o nel weekend? No, lo è solo per il padrone. La lotta per le 35 ore deve essere una lotta contro la flessibilità, per turni di cinque giorni dal lunedì al venerdì.

In Italia, come in Francia, le 35 ore sono ad oggi una promessa o poco più. In Francia dovrebbero essere applicate entro il primo giorno del duemila, in Italia l’anno dopo (primo gennaio 2001), periodo non a caso coincidente con la fine della legislatura. Un lungo intervallo di tempo dove potrebbe accadere di tutto. I tempi e i modi verranno decisi dalla Commissione Trilaterale proposta dal Presidente del Consiglio e i lavoratori hanno già fatto un amara esperienza di come siano andate a finire le trattative precedenti tra padroni e dirigenti sindacali.

Perché il Prc non ha assunto una posizione simile alla Cgt francese, che ha chiesto sotto la pressione della propria base la riduzione immediata senza tagli al salario da subito, entro l’inizio del 1998?

L’impegno di Prodi, lungi da essere una "riforma di struttura" o "una conquista offensiva" come afferma il compagno Bertinotti, è un strumento per fare accettare ora al Prc e a tutti gli attivisti di sinistra i tagli e una politica di sacrifici.

Anche se si arrivasse a una legge definitiva sulle 35 ore, in sé certamente positiva, ciò non risolverebbe affatto il problema. La Costituzione italiana è la legge fondamentale dello Stato ma, dopo cinquant’anni, quanti dei suoi articoli sono stati attuati?

 

Lotte e concertazione

 

Arrivare alle 35 ore a parità di salario implica necessariamente uno scontro tra padroni e lavoratori, in quanto su questo argomento gli interessi delle due parti sono inconciliabili.

"Ho qui uno studio fresco sulle 5000 aziende lombarde: l’introduzione delle 35 ore farebbe crescere il costo del lavoro del 14,29%. È una cosa insopportabile" si preoccupa il presidente dell’Assolombarda Benedini (la Repubblica, 21/10/97).

I padroni si lamentano per l’aumento del costo del lavoro come conseguenza della riduzione dell’orario, ma in Italia il salario orario é uno dei più bassi d’Europa. Per i padroni l’aumento della produttività e l’introduzione di nuove tecnologie devono avere come effetto la riduzione del numero dei lavoratori e l’aumento dell’orario.

I lavoratori non possono accettare questo ragionamento e devono appunto opporre la riduzione dell’orario proporzionale all’aumento di produttività del lavoro e una scala mobile dei salari.

La vittoria di una posizione o dell’altra non sarà decisa da una, dieci o cento leggi del Parlamento, ma dai rapporti di forza esistenti fra le classi. Una legge al massimo può venire adattata a questi ultimi o sancire l’avvenuta vittoria di uno degli schieramenti.

Lo strumento con cui il movimento operaio ha conquistato dei miglioramenti per le proprie condizioni di lavoro e di vita é sempre stata la lotta. Con scioperi e manifestazioni l’orario di lavoro è potuto nella realtà scendere dalle 15-16 ore giornaliere del secolo scorso, allo stesso modo arriveranno le 35 ore settimanali.

Da qui si arriva alla questione principale: il sindacato e la sua direzione, che attualmente è riformista, negli ultimi vent’anni hanno accettato un sacrificio dopo l’altro e guarda con terrore alla prospettiva di una lotta per le 35 ore.

Chi critica la linea concertativa della direzione di Cgil-Cisl-Uil non può però pensare di risolvere questo problema con qualche manovra parlamentare, ma attraverso la costruzione di un’opposizione di sinistra all’interno dei sindacati, che lotti per un sindacato di classe e democratico. Un’opposizione che si ponga la prospettiva di cambiare i gruppi dirigenti per sostituirli con compagni che rompano con la logica seguita finora.

Purtroppo dobbiamo verificare che dall’ultimo congresso della Cgil l’opposizione che faceva riferimento ad Alternativa Sindacale si è indebolita, oltreché divisa, invece che rafforzarsi. Le difficoltà del Prc nei posti di lavoro si sono poi viste nei giorni della crisi di governo.

Non ci sono scorciatoie, la classe dominante non ci regalerà nulla. Tocca a tutti gli attivisti nelle aziende, nelle scuole e nei quartieri discutere di un programma che, partendo dalla difesa intransigente degli interessi dei lavoratori e dalla riduzione dell’orario, metta in discussione chi decide in questo sistema economico.