No all’accordo con l’Ulivo! - Falcemartello

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Non ripetiamo un’esperienza disastrosa per il Prc e per i lavoratori!

L’ultima riunione della Direzione nazionale del Prc (25 settembre) ha sancito definitivamente l’abbraccio fra il partito e il centrosinistra. Il Prc è impegnato in una trattativa a tutto campo per definire un programma di governo comune da presentare assieme al centrosinistra in vista delle prossime elezioni politiche.

Queste decisioni rappresentano un punto di svolta decisivo nella politica del Prc. Non si tratta di decisioni riguardanti questioni limitate di tattica, elettorale o di altro genere. Quello che è in gioco è l’intero orientamento del partito.


La relazione di Bertinotti pone chiaramente il contenuto della svolta: “Ciò che è avvenuto è un’anticipazione temporale della precipitazione della questione dell’alternativa di governo”. In sintesi il percorso proposto è il seguente: trattativa su diversi tavoli col centrosinistra (lavoro, stato sociale, ambiente, ecc.); manifestazione unitaria delle opposizioni in autunno; accordo politico in vista di elezioni che, nella prospettiva della segreteria del partito, potrebbero anche giungere prima del 2006 date le evidenti difficoltà del governo.

Ma su quali basi si condurrebbe questa trattativa? Il centrosinistra non ha affatto cambiato le sue concezioni di fondo, e ogni volta che si pongono questioni decisive le posizioni sono divergenti e spesso diametralmente contrapposte.

Ne è ben cosciente lo stesso Bertinotti, che nel dibattito ha così risposto alle obiezioni su questo argomento: “Abbiamo evitato due pericoli: l’uno, quello di rinunciare ai nostri obiettivi; l’altro, di ripetere un rapporto tra noi e gli altri di tipo conflittuale, come ai tempi del governo Prodi. Proprio per questo penso che sarebbe sbagliato porsi il problema pregiudiziale di cosa sia cambiato nelle proposte del centrosinistra, oppure, il che è l’altra faccia della medaglia, di porre pregiudizialmente obiettivi insormontabili”.

 

Lo stato della trattativa

 

“Ora, per la prima volta, otteniamo che la questione salariale venga posta al centro dell’attenzione” (relazione di Bertinotti). Questa affermazione ci pare come minimo un po’ esagerata, considerato che il problema dei prezzi è “al centro dell’attenzione” a causa dell’ascesa vertiginosa dell’inflazione che influisce sulla vita quotidiana di milioni di persone. Ma qual è lo stato reale della trattativa col centrosinistra sulle questioni del lavoro?

Nel documento sottoscritto unitariamente dai responsabili lavoro dei partiti del centrosinistra e dal Prc si parla di affrontare la “questione salariale” e di “superare il criterio dell’inflazione programmata per il rinnovo dei contratti di lavoro e definire modi più efficaci per garantire la copertura dall’inflazione reale”. Questo viene presentato come il punto più avanzato della trattativa. Ma a cosa corrispondono queste timide parole? Ci piacerebbe sapere se c’è un solo dirigente del centrosinistra disposto a dichiarare pubblicamente che gli accordi di concertazione del 1992-93 sono sbagliati; oppure che tutti i contratti di categoria che si stanno firmando andrebbero drasticamente rivisti al rialzo; o che ha ragione la Fiom a rifiutare il bidone firmato da Fim e Uilm con Federmeccanica; o, ancora, che il centrosinistra è pronto una volta al governo ad introdurre un serio salario minimo legale, orario e mensile, valido per tutte le categorie e per qualsiasi tipologia di contratto, un salario che permetta di vivere e che sia indicizzato all’inflazione reale. Sappiamo bene che non è così e che proprio il centrosinistra ha seppellito prima la scala mobile e poi i contratti nazionali proprio attraverso la farsa dell’“inflazione programmata”.

“È necessaria un’azione pubblica di indirizzo, di sostegno e di intervento nei settori strategici dell’economia”. Ecco un bell’esempio di “programma di governo”! “Intervento e sostegno” cosa significano esattamente? Significano, ad esempio, che è necessario nazionalizzare la Fiat senza indennizzo e rilanciarla in un piano sotto il controllo dei lavoratori, o significa “sostenerla” regalandole altri miliardi come facemmo sotto il governo Prodi con la rottamazione? Forse che l’Ulivo è disposto a tornare sui suoi passi e a impegnarsi a bloccare le privatizzazioni e rinazionalizzare settori decisivi dell’industria e dei servizi sociali?

Proseguiamo nella lettura. Il documento si dichiara contrario ai contenuti della legge 30. L’alternativa? “Ridurre la precarietà, tutelare il lavoro discontinuo, estendere i diritti e promuovere l’occupazione”. Ecco un altro bel pezzo di letteratura da vero “programma di governo”! Ridurre la precarietà significa accettare la linea della “flessibilità buona” proposta da Fassino. E promuovere l’occupazione, cosa significa? Regalare soldi alle aziende, abbassare le tutele per i neoassunti? O ridurre l’orario di lavoro senza flessibilità e a parità di salario?

“Non condividiamo il trasferimento obbligatorio del Tfr ai fondi pensione” dichiara il documento. Cioè, si accetta la demolizione progressiva della pensione pubblica avviata dalla riforma Dini, che costringerà comunque i lavoratori (quelli che possono) a mettersi nelle mani degli squali delle varie finanziarie nella speranza di garantirsi la vecchiaia.

 

L’esperienza degli anni ’90

 

Balza agli occhi come il partito si stia mettendo sullo stesso asse inclinato su cui stava scivolando rovinosamente nel 1996-98, durante gli anni del primo centrosinistra. Tanti compagni che si sono avvicinati al partito in questi ultimi anni non hanno vissuto direttamente quell’esperienza, ed è bene ricordare a tutti quanto avvenne in quegli anni. Tra il 1996 e il 1998 il Prc come parte della maggioranza di governo si rese corresponsabile tra l’altro delle seguenti politiche:

- record europeo di privatizzazioni (oltre 100mila miliardi di lire);

- ingresso in grande stile della flessibilità con il Pacchetto Treu, i “contratti d’area” e via di seguito;

- regali alle grandi imprese, a partire dalla rottamazione in favore della Fiat;

- inizio del processo di controriforma di scuola e università;

- approvazione della legge Turco-Napolitano sull’immigrazione, che ha introdotto la vergogna dei campi di detenzione;

- introduzione di criteri di aziendalizzazione in tutto il settore pubblico (legge Bassanini).

E si potrebbe continuare a lungo…

Il bilancio sociale fu pesante, quello politico addirittura disastroso. La partecipazione del Prc a queste politiche antipopolari fornì l’alibi alla burocrazia della Cgil per non alzare un dito; la presenza militante del partito cominciò a declinare, in particolare nella classe operaia e nel movimento sindacale. Fino all’ultimo momento il gruppo dirigente di allora (cioè Bertinotti e Cossutta) difese a spada tratta la politica del governo. Quando poi, precipitosamente, senza preparazione e con una svolta improvvisata si decise di andare alla rottura, il partito pagò un prezzo durissimo con la scissione di Cossutta e con la fuoriuscita di migliaia di militanti, delusi e frustrati da quell’esperienza. Nelle successive consultazioni elettorali il Prc rischiò addirittura di essere cancellato, in particolare nelle europee del 1999 (4,4% dei voti).

Nel 1996 il partito era al massimo dei suoi voti (8,6%), organizzava una militanza circa doppia dell’attuale e raccoglieva un significativo consenso operaio grazie alla precedente opposizione non solo al centrodestra, ma anche al governo Dini, che con l’appoggio di Cgil-Cisl-Uil e del centrosinistra aveva varato la controriforma delle pensioni.

Eppure quella forza non impedì la disfatta politica successiva, dettata da una politica sbagliata che accettava di coprire le malefatte del centrosinistra.

Cosa ci fa pensare che oggi le cose andrebbero diversamente? Il compagno Bertinotti ha un bel dire che il centrosinistra non è più lo stesso, che i movimenti di questi due anni hanno cambiato la situazione, che c’è uno “spostamento di orizzonte” delle opposizioni.

Le grandi manifestazioni di massa di per se stesse non sono certo sufficienti a garantire che un eventuale futuro governo di centrosinistra rispetti le aspettative e le istanze dei milioni di lavoratori che potrebbero usare il voto per cacciare Berlusconi. Inoltre i dirigenti dell’Ulivo non hanno certo un particolare interesse a scatenare le masse nelle piazze, al contrario: la loro prospettiva è di raccogliere e incanalare nell’urna la protesta contro il governo, ponendo la prospettiva elettorale come l’unico possibile sbocco delle lotte.

Ricordiamoci bene che D’Alema e Prodi possono anche essere ostili a Berlusconi, ma sono mille volte più ostili all’idea di una mobilitazione di massa che rompa gli argini e mandi all’aria una volta per tutte questo governo.

Per questo sono ben contenti di arruolare il nostro partito nella prospettiva elettorale: perché sanno che questo toglierebbe un possibile punto di riferimento alternativo alla loro sinistra.

 

Cacciare Berlusconi con le lotte!

 

Berlusconi ha deciso di sfidare nuovamente il movimento operaio, gettandosi a corpo morto nell’offensiva sulle pensioni. Ha imboccato questa strada sia per le pressioni del padronato, sia per tentare di rimettere in riga tutti i suoi alleati di governo che stavano diventando incontrollabili. Questo scontro si può vincere, ma solo se si metterà in campo una strategia di mobilitazione che superi i limiti delle lotte del 2001-2002. L’esperienza di questi due anni dimostra che anche le manifestazioni oceaniche possono non essere sufficienti per rovesciare un governo; D’Alema gioca proprio su questo fatto quando dice che la “spallata” nelle piazze non si può dare e che il governo può cadere in parlamento o con una sconfitta elettorale nelle prossime scadenze (europee del 2004); è un modo per dire a quei milioni di persone che hanno lottato per l’articolo 18 e contro la guerra: non avete altra scelta che affidarvi a noi del centrosinistra, le vostre manifestazioni hanno un’utilità solo propagandistica ma non otterranno risultati significativi.

A questa linea, che obiettivamente è insidiosa, cosa rispondiamo?

Il governo potrebbe in realtà cadere, se la mobilitazione contro l’attacco alle pensioni servirà da segnale per una controffensiva su tutta la linea: pensioni, precariato, lotta per aumenti salariali significativi, ecc. Le condizioni ci sarebbero, la rabbia per il peggioramento continuo delle condizioni si fa sentire sempre più forte. Una piattaforma di lotta offensiva e unificante avrebbe un appoggio di massa e potrebbe suscitare anche la disponibilità a forme di lotta più incisive e radicali delle sfilate periodiche a Roma: scioperi articolati, prolungati, senza preavviso, autorganizzazione dal basso delle lotte, unità tra lavoratori, studenti, immigrati, pensionati. Se la Cgil lo volesse, il paese potrebbe diventare davvero ingovernabile per la destra.

Questo è il modo per cacciare Berlusconi e per fare avanzare sempre di più un programma realmente di sinistra che risponda ai bisogni delle masse e spazzi via tutte le chiacchiere riformiste dei dirigenti diessini sulla “modernizzazione”, sulla “flessibilità amica” e via di seguito.

Ma il centrosinistra non se lo sogna neppure di entrare su questo terreno. E d’altra parte ci piacerebbe sapere come possiamo opporci efficacemente all’attacco alle pensioni mentre ci prepariamo ad allearci con Prodi, ossia col presidente della Commissione europea che preme per il taglio delle pensioni in tutto il continente a partire dalla Francia e dalla Germania.

Di fronte a tutto questo il partito è silente, la linea dell’accordo ad ogni costo ci impedisce di entrare nelle contraddizioni del centrosinistra, di esercitare un ruolo egemonico nella mobilitazione di massa.

Ma se un partito comunista non fa questo, quale motivo ha di esistere? Solo per essere il “consigliere” di sinistra di Prodi o di D’Alema? Non ci è bastata l’esperienza disastrosa degli anni ‘90 non solo in Italia, ma anche in Francia, per capire che quella è la strada che porta al disastro?

 

Il dibattito nel Prc

 

Il dibattito che si apre ora nel Prc è quindi di importanza cruciale, e non a caso nella riunione della Direzione nazionale si sono registrati numerosi interventi critici e anche cambiamenti di posizione rispetto alla fase precedente.

Nella foga impressa da Bertinotti si accumulano mille contraddizioni con le parole che si impiegavano fino a ieri; ieri l’Ulivo era “morto”, oggi ci si allea; ieri si diceva “rompere la gabbia del centrosinistra”, oggi in quella gabbia ci si entra; ieri si diceva che la rottura con Prodi del ’98 era stato un “atto rifondativo”, oggi la si archivia in nome dell’accordo; ieri si diceva “il fine del movimento è la crescita del movimento stesso”, oggi si dice che senza l’accordo il movimento non riesce a ottenere risultati.

Peggio ancora, la vecchia fraseologia non viene completamente abbandonata, i suoi rottami galleggiano qua e la nel dibattito con il solo effetto di confondere ulteriormente le cose. Aggrappati a uno di questi rottami galleggianti ci sono i compagni di Bandiera rossa (Malabarba, Turigliatto, D’Angeli, ecc.), che si sono malinconicamente astenuti sul documento della segreteria. Al di la delle fin troppo facili ironie, il percorso di questa area del partito offre materia di riflessione per tutti: abbandonata la posizione critica assunta durante il primo governo Prodi, dalla fine del 1998 si sono gettati a capofitto nella maggioranza che ha diretto il Prc, condividendone appassionatamente tutti gli errori; oggi ne vengono estromessi senza essere riusciti né a condizionarla politicamente, né ad allargare significativamente il loro consenso e la loro capacità d’intervento nelle mobilitazioni, poiché la loro notevole esposizione pubblica dipendeva in larghissima misura dall’integrazione nella maggioranza del partito e non da una effettiva crescita di quadri e militanti.

 

Quale unità contro le destre?

 

L’area dell’Ernesto ha dato per bocca del compagno Grassi un’adesione convinta alla svolta, che vedono come un implicito riconoscimento delle tesi da loro sostenute nell’ultimo congresso. Tuttavia sia Grassi che Burgio hanno proposto nel dibattito un’applicazione più cauta della linea: andare verso l’Ulivo, ma a piccoli passi perché non è scontato che alla fine si riesca a raggiungere un accordo sul programma. Questa obiezione, apparentemente ragionevole, è fuori dalla realtà dei fatti: se il partito entra in questo percorso, non ce ne potremo più tirare fuori, neppure se lo volessimo! Se ci presentiamo davanti alle masse assieme a Rutelli, Fassino e compagnia e gridiamo insieme “siamo qui per cacciare Berlusconi e governare insieme l’Italia in modo diverso”, con quale credibilità potremmo poi dire che “non ci stiamo più” perché il programma non ci soddisfa? A quel punto sì che il partito perderebbe ogni credibilità.

“Ma voi non volete dialogare con le opposizioni per cacciare Berlusconi, il popolo di sinistra vuole un’opposizione unita contro questo governo indecente” ci dicono questi compagni. Obiezione anche questa poco sensata: bisogna non “dialogare” genericamente con un’opposizione come questa, ma incalzarla pubblicamente non per ottenere programmi truffaldini per le prossime elezioni, ma azioni concrete di lotta per indebolire il governo e per lanciare una controffensiva.

Chi nel partito ci dice che siamo “pregiudizialmente contro gli accordi” sbaglia di grosso; solo che la base di ogni accordo deve essere chiara: sapere dove comincia, dove finisce e a cosa mira.

Alle masse dobbiamo dare risposte chiare. Siamo disposti a una lotta unitaria contro Berlusconi? Sì, lo siamo! Ma non siamo disposti a rinunciare al nostro programma, alla nostra volontà di dare voce alle reali necessità dei lavoratori e dei giovani di questo paese, non siamo disposti a regalare la nostra prospettiva per andare al governo contraddicendo tutte le ragioni che vogliamo rappresentare!.

Ma, ci si domanderà, se Berlusconi cade, cosa farete dopo? L’unica risposta ragionevole a questa domanda è la seguente: se nella lotta contro Berlusconi saremo capaci di fare emergere un programma realmente alternativo, di suscitare una partecipazione di massa dei lavoratori, di isolare quelle componenti del centrosinistra che rappresentano direttamente gli interessi capitalistici, allora ci potrebbero essere le condizioni per un vero governo di sinistra, un governo dei lavoratori che rompa una volta per tutte con le “compatibilità” che questo sistema ci vuole imporre e che passa inevitabilmente da una rottura su basi di classe all’interno del centrosinistra.

Se invece non si creeranno queste condizioni, allora dopo aver contribuito a cacciare questo governo torneremo a fare opposizione a un governo ulivista, continuando a portare avanti la nostra battaglia su un terreno differente e consapevoli che un governo di questo genere non potrà dare le risposte che le masse attendono, e che rapidamente si potrebbero creare le condizioni per un rapido spostamento a sinistra nella base di massa che alle elezioni vota i partiti dell’Ulivo e in particolare i Ds.

 

Non ripetiamo un’esperienza disastrosa!

 

Le scelte oggi in discussione rappresentano un grave pericolo per il Prc come partito e soprattutto rischiano di negare ogni sbocco alle aspettative di milioni di persone che in questi anni si sono mobilitate contro il governo e la sua politica, e che non possono trovare una reale risposta nella politica del centrosinistra. È necessario dare voce a una reale alternativa! In questo compito ci sentiamo impegnati fino in fondo, e spenderemo tutte le nostre energie per dimostrare, attraverso un dibattito a tutto campo e anche attraverso l’intervento attivo nelle prossime mobilitazioni, che un’alternativa a sinistra è possibile e che può rispondere a quella grande e generosa disponibilità alla lotta che abbiamo visto dispiegarsi in questi anni e che, ne siamo certi, tornerà più e più volte a manifestarsi in futuro.

Siamo altresì certi che in questa battaglia incontreremo nuovamente tanti compagni e compagne che non si rassegnano a vedere sacrificare la prospettiva di una reale alternativa nel nostro paese in nome di un accordo disastroso.

 

 

Il resoconto della Direzione nazionale è stato pubblicato su Liberazione del 26 settembre, mentre il 27 è stato pubblicato il documento congiunto dei responsabili lavoro del Prc e del centrosinistra.

Su questo sito è reperibile la dichiarazione di voto di Claudio Bellotti