Prc e governo dell’Ulivo: bilancio di un anno - Falcemartello

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Prc e governo dell’Ulivo: bilancio di un anno

Sette mesi fa si concludeva il 3° congresso del Prc. Guardando a quel dibattito col senno di poi possiamo dire che esso rappresentò in qualche modo il trionfo dell’illusione sulla realtà. In sostegno della linea maggioritaria vennero mobilitati tutti gli argomenti, da quelli che fanno leva sui sentimenti più rivoluzionari del militante comunista fino a quelli che sfioravano la demagogia.

Il risultato apparentemente schiacciante in favore della prima mozione produsse un’ulteriore riflesso di speranza fra la massa dei militanti che fosse finita la fase della discussione, della elaborazione e delle divisioni e che la strada verso il "partito di massa" fosse ormai aperta.

Vi fu una sorta di reazione nervosa che faceva sì che la gran parte dei compagni rifiutasse qualsiasi discussione su temi politici generali come una "ripetizione del dibattito congressuale ormai concluso".

In questo clima non è un compito semplice tentare di analizzare gli sviluppi reali del partito, la sua politica, le sue difficoltà. Tuttavia tali e tanti sono i sintomi allarmanti che si susseguono che non si può fare altro che accettare la sfida.

Il Prc e l’Ulivo

Il primo elemento che salta agli occhi è la progressiva riduzione dei nostri margini di influenza sul governo Prodi. A partire dal contratto dei metalmeccanici non siamo più riusciti a fermare un solo affondo del governo. Le privatizzazioni di Eni e Stet procedono inarrestabili, il Dpef appena varato aggiunge altri 8.000 miliardi di tagli e 17.000 di tasse che ricadranno pesantemente sui consumi popolari (imposte indirette, benzina, ecc.). Sicuramente l’esempio più allarmante è quello del pacchetto Treu, che analizziamo in un’altra parte di questo giornale. Basti dire che, pur ottenendo alcuni paletti difensivi, il partito ha dovuto cedere sul terreno che più di tutti ci ha caratterizzato in passato come forza alternativa: il rifiuto della "flessibilità" e della precarizzazione. L’altro episodio significativo è quello della missione neocoloniale in Albania, perché indica che quando giungiamo fino a votare contro il governo è pronto a scattare il soccorso da parte del Polo. Dunque apparentemente non ci resterebbe che adeguarci o essere emarginati.

Non basta, tuttavia, un semplice elenco di vittorie e di sconfitte per fissare un bilancio della politica del partito.

Sappiamo tutti che nella lotta di classe le vittorie e le sconfitte non dipendono solo dalla nostra buona volontà. Quello che è decisivo capire non è solo quanto guadagnamo e quanto cediamo nella trattativa parlamentare, ma come mutano i rapporti di forza nella società, cioè se la nostra tattica rafforza i lavoratori nella società e i comunisti all’interno della classe, oppure se è vero
il contrario.

Un’indicazione ci viene dalle elezioni amministrative di aprile. Ci pare che i risultati si possano riassumere in tre dati.

1) Laddove cresciamo (tendenzialmente il centro nord) cresciamo in percentuale ma perdiamo voti al pari di tutte le altre forze che sostengono il governo.

2) A sud di Roma i risultati sono molto più preoccupanti.

3) Nei casi in cui, come a Milano, il Pds e l’Ulivo ci forzano alla rottura non incidiamo che in modo marginale sul loro elettorato mentre il ricatto del secondo turno porta ampie fette del nostro (metà nel caso di Milano) a piegarsi al "meno peggio".

Le elezioni riflettono in modo parziale e distorto un dato che ci pare di importanza decisiva: la nostra partecipazione alla maggioranza non ha come risultato né quello di allargare le contraddizioni fra le forze del centro-sinistra, né quello di rafforzarci nei confronti del Pds.

Il problema del radicamento

Un’altra conferma di questo si vede nelle difficoltà enormi in cui si dibatte l’intervento dei comunisti nella Cgil e nel movimento sindacale in generale. Non esiste un solo settore significativo nel quale si possa dire con certezza che stiamo progredendo a spese di Cofferati e compagnia. Peggio ancora, si cominciano a vedere i sintomi di una ostilità da parte di settori di lavoratori (insegnanti, trasporti) verso il Prc, considerato in qualche modo corresponsabile degli attacchi del governo Prodi contro i dipendenti pubblici. La realtà è che c’è un mutamento profondo nel rapporto fra il Prc e il movimento operaio. Il partito viene sempre più considerato non come un organizzatore, un dirigente, ma piuttosto come un avvocato al quale delegare la difesa dei propri interessi in parlamento. Questo processo spiega perché possano convivere due fenomeni apparentemente contraddittori: la crescita elettorale da un lato e il calo di influenza fra i lavoratori organizzati dall’altro. In altre parole la nostra posizione stimola più una delega passiva che non un’adesione organizzata e militante.

Questi fenomeni si riflettono in una tensione crescente che matura all’interno del partito. Apparentemente nulla è cambiato in questi mesi, ma continuano a moltiplicarsi le voci che denunciano la crescente passività di settori di militanti, la rissosità continua dei gruppi dirigenti periferici e intermedi, la crisi dell’intervento fra i giovani… A tutti questi problemi si tenta sempre di più di rispondere con sforzi organizzativi. Il lavoro non procede come dovrebbe? Formiamo un’altra commissione, stabiliamo regole più precise e i problemi si risolveranno. Questi sforzi non sortiscono in genere alcun effetto duraturo. Al contrario, più ci si sforza di elaborare nei minimi dettagli queste proposte, tanto più ci si allontana dalla soluzione dei problemi, immergendo i compagni in discussioni sempre più organizzative, sempre più di basso profilo, sempre meno politicizzate.

I problemi attuali della militanza di Rifondazione non sono organizzativi, ma politici. Il disagio che nasce dalla contraddizione fra le parole e i fatti, tra le aspettative suscitate e la realtà quotidiana, fra obiettivi che si pongono e i mezzi che si mettono in campo per raggiungerli, che devono leggere sulla stampa borghese quello che nel partito non si discute… tutto questo non si può superare con metodi organizzativi. Solo il ritorno ad una discussione politica franca, leale e aperta può cominciare a porre rimedio ai mali che colpiscono il Prc.

La collaborazione con l’Ulivo, il calo della militanza, lo stallo generale del movimento operaio creano le condizioni perché nel partito prevalgano le spinte più moderate. Posizioni che solo uno o due anni fa sarebbero state respinte senza esitazioni oggi vengono accettate nel silenzio generale.

Con la sua politica Bertinotti spalanca le porte a un ritorno in forze, in futuro, di una corrente moderata nel partito. Già da ora possiamo dire che qualsiasi ipotesi di rottura fra Prc e Ulivo deve fare i conti in partenza con la possibilità di una contemporanea frattura all’interno del Prc, come si è visto nel caso delle elezioni milanesi con la sconfessione da parte dello stesso Bertinotti della posizione della segreteria milanese che proponeva la "non partecipazione" alla campagna per il secondo turno mentre forti pressioni si esercitarono affinché si prendesse posizione in favore di Fumagalli (vedi FalceMartello nº 116)

Perché la sinistra non cresce

Come mai in questo contesto la sinistra del Prc non solo non avanza ma addirittura sconta serie difficoltà? Nei mesi scorsi il compagno Ferrando e altri hanno tracciato una prospettiva secondo la quale gli errori e i cedimenti della maggioranza avrebbero alimentato la crescita dell’opposizione interna. Per sorreggere questa ipotesi si sono sviluppate analisi pittoresche sulle "migliaia di compagni già in fase di ripensamento" nei mesi successivi al congresso. Le cose tuttavia non sono affatto così automatiche. La realtà è che la crisi strisciante del corpo militante del Prc colpisce anche i ranghi della sinistra. Quello che si sviluppa non è un’opposizione vitale e in crescita, ma una scissione silenziosa di compagni che, singolarmente o a gruppi, abbandonano la militanza e spesso anche il Prc, in alcuni casi orientandosi a realtà esterne (Slai-cobas, centri sociali, collettivi, ecc.).

La prima responsabilità di questa scissione silenziosa ricade sulla politica del gruppo dirigente di maggioranza e sulla sua politica. Tuttavia non si può negare che un’altra parte della responsabilità vada attribuita ai promotori della mozione congressuale di opposizione. Nella stragrande maggioranza dei casi questi compagni si sono mossi in base alla logica delle aggregazioni "acchiappavoti", concentrando tutta la loro attenzione sulla "visibilità" dell’opposizione, sulle prese di posizione ad effetto e tralasciando il compito centrale di costruire una sinistra che sia in grado di offrire a tutti i militanti del Prc un dibattito politico approfondito, di indicare un percorso credibile per uscire dalla strettoia nella quale ci stiamo infilando, di affrontare i problemi del radicamento e della costruzione del partito.

L’uscita dal Cpn della sinistra

In mancanza di tutto ciò, come era prevedibile, una parte dei compagni, sottoposta a pressioni crescenti da parte dei gruppi dirigenti locali e privi di una prospettiva di lotta nel partito e per il partito, hanno cominciato ad abbandonare il Prc. Come sempre accade, chi non sa dirigere viene diretto, e così questa spinta all’uscita comincia a trovare echi anche fra alcuni dirigenti nazionali della sinistra.

Di questo si sono resi perfettamente conto Bertinotti e Cossutta, i quali all’ultimo Cpn hanno utilizzato il caso di Reggio Emilia (vedi articolo in queste pagine) per spingere la minoranza a reagire dando una risposta avventata.

L’uscita dal Cpn di gran parte dei membri della sinistra e il rifiuto di partecipare al dibattito, lungi dal rafforzarne la posizione, hanno aiutato Cossutta nell’obiettivo che si è proposto di alzare uno steccato sempre più alto fra la sinistra e l’insieme del partito. In base a questa valutazione chi scrive ha creduto di dover rientrare nel Cpn ed intervenire nel dibattito che, ci piaccia o meno, non può che essere condotto negli organismi del partito a tutti i livelli. L’idea che questa uscita abbia rafforzato la battaglia dell’opposizione dandole un più alto profilo è del tutto superficiale; l’unica politica che può trarre incoraggiamento da queste mosse plateali è quella dell’uscita dal Prc.

Il compito dell’opposizione in questa fase non può essere solo quello di riaffermare in modo più o meno rituale la validità della posizione tenuta al congresso. Il nostro obiettivo deve essere quello di interloquire con l’insieme del corpo militante del Prc offrendo una prospettiva percorribile per uscire dall’attuale stallo. Questa prospettiva vede naturalmente al suo centro una battaglia perché il Prc conquisti una propria posizione autonoma di classe di fronte all’Ulivo, ma non può limitarsi a questo.

I problemi del radicamento, della tattica, del programma, ecc. devono essere parte integrante di questa battaglia, se vogliamo costruire una sinistra che non si limiti a battaglie letterarie a colpi di mozioni, ma che si accrediti come reale punto di riferimento alternativo, scrollandosi di dosso l’eredità propagandistica e settaria che ancora la caratterizza in grande parte.

Il quadro che abbiamo tracciato non è evidentemente roseo. D’altra parte non consideriamo tra i nostri compiti quello di abbellire la realtà.

A quei compagni che stanno abbandonando il Prc, tuttavia, dobbiamo dire chiaramente che si stanno mettendo su una strada senza uscita.

È necessario saper guardare in prospettiva, non limitarsi a constatare le difficoltà attuali. L’aspetto decisivo è che questi processi sono ancora in fase di sviluppo: sbaglia chi crede che l’involuzione del partito sia irreversibile, che la strada abbia ormai un solo sbocco obbligato. Il partito non è solo una somma di componenti, né un gruppo dirigente. È un organismo vivo, che interagisce costantemente con la classe lavoratrice, con i suoi settori di avanguardia, ecc. Le forze che giocheranno il ruolo decisivo nel decidere il futuro del Prc non hanno ancora detto la loro ultima parola.

 

Il caso Reggio Emilia:
misure disciplinari per "reati d’opinione"

Il commissariamento del circolo "A. Porta" di Reggio Emilia costituisce un esempio evidente del tentativo di regolare i conti con l’opposizione nel Prc attraverso misure disciplinari. L’occasione è stata fornita da un dibattito organizzato dal circolo sugli anni ’70 alla presenza di vari invitati tra i quali l’ex brigatista Gallinari. Dibattiti del genere se ne sono tenuti in tutta Italia, senza conseguenze di nessun genere. Ma questa volta è scattata la rappresaglia da parte della federazione, la quale ha proposto il commissariamento del circolo, poi approvato dal Comitato federale con l’approvazione della segreteria nazionale. I compagni di Reggio sono stati puniti non per aver violato lo Statuto, ma per un "reato d’opinione". Sono stati accusati di aver fatto apologia del terrorismo, ma questo è stato smentito sull’Unità dal compagno Vinci, capogruppo del Prc al parlamento europeo e presente al dibattito.

La compagna Mascia, della segreteria nazionale, ha accusato i reggiani di non aver denunciato la "natura criminale" del brigatismo e di aver taciuto della lotta del Prc contro di esso. A parte il fatto che il Prc è nato nel 1991, quando il terrorismo era ormai terminato, non è forse grave che mentre continua la campagna isterica della borghesia contro gli anni ’70 come covo di assassini e criminali (vedi il processo Sofri) i nostri dirigenti nazionali anziché opporvisi su basi politiche aprano spazi a questa campagna all’interno dello stesso Prc? In ogni modo, crediamo inaccettabile che un dibattito sul terrorismo, sul quale speriamo di poter pubblicare materiale nei prossimi numeri, venga condotto nel partito con metodi disciplinari. Reggio non è l’unico esempio. Altri circoli sono stati colpiti da misure simili (es. Tradate), e perfino contro un membro della Direzione nazionale è stata avanzata richiesta di espulsione. Contro questi metodi, che introducono nel partito il veleno del sospetto, delle campagne denigratorie e delle rappresaglie organizzative, crediamo sia un compito di tutti i militanti far valere i metodi del dibattito politico aperto, come è nella migliore tradizione del movimento operaio.