"Chianciano è morto", lamentarsi serve a poco - Falcemartello

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(un breve commento sulla “lettera aperta” di Barbarossa, Forenza, Pegolo e altri compagni e compagne)
 
Nota: Nella prima versione di questo articolo era indicata, erroneamente, la compagna Eleonora Forenza della segreteria nazionale del Prc, tra i firmatari dell’appello “ridiamo la parola alle compagne e ai compagni”, oggetto di questo articolo.
In realtà la compagna non ha mai firmato l’appello, pur essendo stata tra le sostenitrici dell’emendamento al documento della segreteria nazionale al quale si fa riferimento nell’articolo
Mi scuso per questa imprecisione tanto con la compagna Forenza che con i/le firmatari/e del testo.

Claudio Bellotti

 
 

Circola da alcuni giorni una lettera aperta, pubblicata anche da Liberazione il 22 aprile, intitolata “Ridare la parola alle compagne e ai compagni”. La lista dei firmatari è riconducibile a grandi linee a quel settore della maggioranza del partito che all’ultima riunione del compitato politico nazionale del Prc (10-11 aprile) hanno presentato un emendamento al documento della segreteria nazionale e, perlomeno alcuni di loro, si sono astenuti sul voto finale (per il resoconto del cpn si veda qui).

Alcuni commenti al testo sono per noi doverosi, sia per il contenuto che per la lista dei firmatari. Diciamo subito che la lettera pone molte domane ma nessuna risposta. Certo, “dare la parola ai compagni e alle compagne” è sempre cosa buona e giusta. Tuttavia, da dirigenti nazionali di partito, i compagni e le compagne avrebbero il diritto di udire qualcosa di più che non sospiri e lamenti.

La lettera indica che molte cose non vanno: non va la Federazione della sinistra (“gestita dall’alto” ed “escludente”); non vanno bene le “tentazioni moderate, governiste e alleanziste” (e come non essere d’accordo!); non va bene il risultato elettorale; non va bene il paese “totalmente alterato e devastato sotto il profilo culturale, nell’immaginario, nel simbolico”; non va bene il centrosinistra “logorato dalla rincorsa ai ‘valori’ delle destre”; non va bene né “l’autonomia del sociale”, né il “leaderismo di Vendola”. Tutto giusto, per quanto un po’ lamentoso, appunto. Ma poi? Se tutto questo non va bene, che cosa ci vuole? Risposte zero. Un po’ di nostalgia della Rifondazione bertinottiana, sia pure depurata dell’epilogo arcobalenista; richiamo alla Sinistra europea del tempo che fu (uno dei tanti clamorosi fiaschi della stagione in cui il partito era schizofrenicamente – ma non incoerentemente – ultra movimentista nei giorni dispari e ultragovernista nei giorni pari.

Chiamiamo le cose col loro nome: seppure alcune delle ragioni dei firmatari della lettera sono assolutamente rispettabili, essa è pervasa da cima a fondo da uno spirito autoreferenziale; è una lettera scritta guardandosi l’ombelico e non a caso si conclude con l’appello: “il tempo è scaduto: impieghiamo ‘quel che resta del giorno’ per invertire la rotta, per consentire alla generazione della precarietà di riprendersi la politica nelle forme e nella sostanza”. Appunto: non c’è qui né forma, né sostanza, ossia né proposta, né organizzazione. A meno che non si voglia considerate una proposta “l’intreccio di questione democratica e questione sociale”…

Cari compagni e compagni “invertire la rotta” non è cosa che si fa coi proclami. “Chianciano si è esaurito”, dite: era anche ora che arrivaste a questa conclusione, che per quanto ci riguarda abbiamo tratto molti mesi fa, traendone le dovute conseguenze e rinunciando quindi a far parte di una segreteria nazionale che porta ormai avanti un’altra linea. Ma dire Chianciano è morta non significa solo dire che è finito un accordo politico fra diverse componenti, né vuol dire solo che prima si scrivevano su documenti politici certe cose mentre ora se ne scrivono certe altre. Significa, secondo noi, che questo gruppo dirigente, largamente inteso, ha scelto di seppellire quel sussulto (fragile: lo sapevamo e lo avevamo detto fin dal primo giorno) con cui una parte dei nostri compagni aveva tentato di reagire alla sconfitta dell’Arcobaleno. Quel sussulto, che fu appunto alla base di Chianciano, lo si è soffocato nella culla; lo si è mortificato con tante e tante scelte: sulle alleanze elettorali, sulla politica sindacale, sull’approccio alla questione del “partito sociale”, sulla vicenda dei Giovani comunisti, persino sulle scelte organizzative.

L’arretramento ha subìto una forte accelerazione sopratutto dopo che la sconfitta delle europee ha reso evidente a tutti ciò che per noi era chiaro fin dal primo giorno, e cioè che non si trattava di fare un po’ di penitenza e poi di rientrare nei “giochi importanti” della politica “importante”, ma di fare un profondo lavoro di ricostruzione politica, teorica, organizzativa, culturale, investendo sui tempi medi e lunghi, assumendo tutte le conseguenze di una rottura politica con la fase precedente che, alla prova dei fatti, quasi nessuno si è sentito di compiere.

Scrivete, anche qui non senza ragione: “prevale… la piccola politica, la lotta tra gruppi, l’equilibrismo, il galleggiamento”: permettetecelo, da compagni che parlano sempre a viso aperto: queste parole impietose descrivono alla perfezione l’azione che i due componenti della segreteria nazionale che firmano il vostro testo hanno svolto ormai da molti mesi all’interno del Prc. Non sappiamo se questa lettera preluda a scelte di collocazione diversa nel partito, non è certo compito nostro esortarvi a fare questa o quella scelta. Diciamo solo che secondo noi, dire Chianciano è sconfitta significa che è sconfitto il gruppo dirigente e il quadro politico che ha permesso questo esito. Bisogna dirlo a chiare lettere: ci vuole un altro gruppo dirigente, altri quadri, altre pratiche; di fatto, un altro partito.

Non è vero che il “tempo è scaduto”. Il tempo per chi deve lottare non scade mai, il tempo per chi deve difendere il proprio lavoro, la scuola, i diritti, la dignità della propria esistenza, questo tempo comincia sempre domani mattina. Scaduto è il tempo per le manovrette, i posizionamenti, gli scostamenti millimetrici, gli emendamenti sugli aggettivi e sugli avverbi.


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