Rifondazione, i Ds e la rottura con il centro borghese - Falcemartello

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Le elezioni politiche bussano alla porta e la leadership dei Ds, nel tentativo di ribaltare una situazione che pende chiaramente a favore del Polo, si appresta ad utilizzare lo spauracchio delle destre.

Le condizioni però, non sono le stesse del ‘96: le aspettative di milioni di lavoratori largamente frustrate hanno spinto fascie importanti di elettorato di sinistra a rifugiarsi nell’astensionismo e nella passività. Questa sinistra di governo, come è ovvio, non suscita alcun entusiasmo.

L’apparato dei Ds, che attraversa una paralisi e una forte crisi di credibilità, difficilmente sarà in grado di riconquistare nei prossimi mesi una nuova verginità politica tale da mobilitare il grosso dei lavoratori e della propria base nella campagna elettorale.

Divisioni nei Ds

Ne deriva una manifesta incapacità del partito di Veltroni ad esprimere una strategia comune e una linea di direzione univoca, le contraddizioni esistenti prendono forma in una tendenza alla divisione e alla correntizzazione.

Da una parte c’è la destra che vuole recidere ogni vincolo con il movimento operaio e lavora alla prospettiva dello scoglimento dei Ds in un classico partito democratico-borghese. Non a caso nel congresso del Lingotto i vari De Benedetti, Turci, Salvati si sono fatti paladini della battaglia per il Sì al referendum per l’abrogazione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Pur rappresentando il 10% (in termini di delegati al congresso) hanno avuto un ruolo determinante nella definizione della politica dei Ds in questi anni.

Dall’altra per reazione va configurandosi un settore di sinistra, che propone in alternativa all’attuale deriva liberale la linea jospiniana, che consiste nel "temperare" le politiche liberiste con qualche aggiustamento di tipo redistributivo. Questa area del partito ha tutto l’interesse a mantenere i legami con gli apparati burocratici del movimento operaio e del sindacato (non a caso ne fanno parte dirigenti di primo piano della Cgil, come Sabbatini e Rinaldini).

Nel centro del partito confluiscono le correnti di D’Alema e Veltroni, nelle quali convivono le due impostazioni di cui sopra, in un contesto di generale confusione politica che si traduce in una "politica del giorno per giorno", un navigare a vista che fa emergere forti segnali di scollamento e di crisi.

Nella misura in cui hanno governato contro i lavoratori, i Ds hanno logorato profondamento il rapporto con la propria base sociale, giungendo così a un punto critico, che potrebbe aprire la strada nei prossimi anni ad una rottura del partito.

Particolarmente se alle elezioni l’Ulivo venisse sconfitto, è verosimile che la destra dei Ds decida di confluire nel Partito democratico di Parisi dividendo le proprie strade dai socialdemocratici (Barbera, La Forgia ed altri sarebbero a questo punto solo gli anticipatori di un processo più generale).

Se questo non è avvenuto fino ad oggi è perchè contavano di portarsi dietro tutto il partito, ma questa ipotesi resta a oggi molto remota.

Le proporzioni che potrebbe avere una scissione del genere dipenderà in larga misura dallo sviluppo della lotta di classe e dagli effetti che questa avrà nel consolidare quelle tendenze apertamente borghesi che sono andate annidandosi in questi anni nel principale partito della sinistra italiana.

La socialdemocrazia, ieri e oggi

I socialdemocratici (come sempre i riformisti nella storia) per non perdere la loro influenza sugli operai hanno tutto l’interesse, contro i loro più intimi desideri, a sostenere movimenti parziali dei lavoratori quando questi sorgono, per condurli ovviamente alla sconfitta. Non ci si può illudere che di fronte ad un governo di destra i Ds lascino ai comunisti il campo aperto nella lotta per l’egemonia sul movimento operaio.

Già oggi in assenza di lotte un centrosinistra in preda alla disperazione, tenta di recuperare il terreno perso facendo delle concessioni di facciata ai lavoratori nella legge Finanziaria.

Ma cari signori, tutto questo è troppo poco e giunge troppo tardi per avere effetti significativi. Lo capirà presto anche un settore della burocrazia che proverà a spostare "a sinistra" il baricentro della propria linea politica allo scopo di "cavalcare la tigre" quando questa prenderà a ruggire.

Parlando dei socialdemocratici alla fine degli anni ‘20, Trotskij li apostrofava in questi termini:

"I riformisti sono traditori, ma non nel senso che in ogni momento e in tutte le loro azioni eseguono gli ordini formali della borghesia. Se le cose stessero così, i riformisti non avrebbero la minima influenza sugli operai e in questo caso la borghesia non avrebbe bisogno di essi. Bisogna essere dei semplici di spirito per pensare che unicamente per le qualità miracolose del terzo periodo la classe operaia abbandonerà in massa la socialdemocrazia e spingerà la burocrazia riformista nelle braccia del fascismo. Il crescente malcontento contro il governo socialdemocratico in Germania o laburista in Inghilterra, e l’evoluzione degli scioperi parziali e sparsi verso movimenti di massa sempre più ampi (quando si verificheranno davvero), avranno come conseguenza inevitabile lo slittamento a sinistra di grandissima parte del campo riformista.

A eccezione forse degli elementi più coscienti dell’ala destra (come J.H. Thomas, Hertmann Muller, Renaudel, ecc.) i socialdemocratici e i signori di Amsterdam saranno costretti in talune circostanze a prendere essi stessi la direzione del processo... Questa politica sarà inevitabile soprattutto in relazione alla socialdemocrazia di sinistra, quella stessa che, al momento della radicalizzazione delle masse, è maggiormente costretta a porsi come antagonista dell’ala destra, fino a doversene forse separare con un’aperta scissione. Tuttavia, una simile prospettiva non invalida assolutamente il fatto che la direzione della socialdemocrazia di sinistra sia quasi sempre composta dagli agenti più corrotti e più pericolosi della borghesia.

(L. Trotskij, Il "Terzo Periodo" degli errori dell’Internazionale Comunista)

Il rivoluzionario russo non aveva timori nel polemizzare con gli stalinisti quando, con la svolta del "terzo periodo", mettevano sullo stesso piano i riformisti e i fascisti, senza capire le differenze che esistono tra i partiti della borghesia e la socialdemocrazia, per il rapporto e i legami che quest’ultima mantiene con le classi subalterne.

I nostri critici diranno che la socialdemocrazia degli anni ‘20 non è paragonabile ai socialisti di oggi, aggiungeranno una lunga lista di misfatti che i Ds e i loro partner europei hanno compiuto negli ultimi anni: la guerra nei Balcani, le privatizzazioni, gli attacchi frontali alla classe operaia, ecc.

Ma non vale lo stesso per la Seconda Internazionale ai tempi di Kautsky la quale sostenne la prima guerra mondiale e giocò un ruolo apertamente controrivoluzionario assassinando i comunisti in Germania (tra cui Rosa Luxemburg e K. Liebchnect) e combattendo, armi alla mano, contro la rivoluzione russa?

Puntualmente, come più volte è capitato nella storia, ci sarà qualcuno che dopo l’ultimo misfatto della burocrazia socialdemocratica nè dichiarerà la sua definitiva "mutazione genetica", senza capire che quello che conta è che a dichiararlo sia la massa degli operai e non qualche intellettuale dall’interno del proprio salotto.

Esiste un rapporto dialettico tra la classe e le organizzazioni riformiste che obbliga i comunisti ad avere un approccio diverso nei loro confronti, pena l’impossibilità di strappare la grande maggioranza dei lavoratori dal controllo di quegli apparati.

Per chi parteggia la borghesia?

Chi a sinistra, ha contribuito a creare una situazione così sfavorevole per il movimento operaio tenta di giustificarsi oggi adducendo cause oggettive per la possibile sconfitta alle politiche: "L’Italia è un paese di destra, i lavoratori non contano più come una volta, ecc."

Un vecchio ritornello che la burocrazia ha sempre utilizzato in passato per giustificare i propri misfatti e per creare un ambiente fatalista tra i lavoratori convincendoli ad accettare ogni tipo di sacrifici.

I risultati del centrosinistra sono sotto gli occhi di tutti: negli ultimi 5 anni i profitti sono andati alle stelle, ma i salari operai (al netto dell’inflazione) sono calati almeno del 10%. Centinaia di migliaia di miliardi sono stati trasferiti dalle tasche dei lavoratori e dei pensionati a quelle dei padroni, attraverso l’ingiusta macchina del fisco o con una politica della spesa che favorisce sempre e comunque il grande capitale.

A questo si aggiunga che centinaia di migliaia di miliardi sono stati regalati ai capitalisti con la svendita delle privatizzazioni. Nel caso della Telecom, D’Alema allo scopo di conquistarsi la fiducia di un nuova borghesia rampante ha praticamente regalato 40 mila miliardi del patrimonio pubblico (stime MF) a Colaninno e soci, senza avere grandi risultati visto che alle ultime elezioni di Confindustria ha vinto il candidato più vicino al Polo e a Silvio Berlusconi.

Lo Stato sociale è stato smantellato, le condizioni di lavoro sono peggiorate di molto. La borghesia ringrazia e si prepara alla nuova fase.

Che vinca il Polo o l’Ulivo non cambia molto per loro in questa fase, e infatti giocano su entrambi i tavoli, anche se tutte e due le soluzioni comportano vantaggi e problemi, che i comunisti non possono ignorare.

La vittoria di Silvio Berlusconi permetterebbe loro di andare più spediti sul terreno della defiscalizzazione delle imprese, della privatizzazione (quello che resta da privatizzare), della deregulation del mercato del lavoro, ma nessuno si nasconde che il leader del Polo trarrebbe beneficio dalla sua posizione di premier, favorendo le proprie aziende a discapito dei concorrenti.

Il cavaliere di Arcore viene visto con scetticismo anche per ragioni politiche, la sua martellante demagogia anticomunista preoccupa, perchè ritenuta da un settore della borghesia non necessaria in questa fase, rappresentando un inutile elemento di provocazione contro la classe operaia. L’esperienza del ‘94, con un milione di manifestanti a Roma, rimane scolpita nella testa di molti padroni che vedono con terrore il riproporsi di una situazione del genere.

Questo non significa che un governo dell’Ulivo verrebbe visto dalla borghesia come la soluzione ideale. Bertinotti di recente ha dato credito a questa idea quando ha ricordato la famosa frase di Agnelli: "Il governo di sinistra sta facendo quello che la destra non è riuscita a fare".

Ma quello che il segretario si è dimenticato di rammentare è che quella frase Agnelli l’ha pronunciata nei primi anni del governo dell’Ulivo quando in maggioranza c’era anche Rifondazione Comu-nista. In questo momento le cose si pongono in termini diversi, in questi anni il credito di fiducia dei Ds agli occhi delle masse è andato scemando di molto e quell’apparato non dà alla borghesia le stesse garanzie che poteva dare nel ‘96, nel continuare sulla strada di una politica frontale contro il movimento operaio.

Non a caso la borghesia urla allo scandalo per questa Finanziaria, nella quale si regalano alle imprese "solo" 13.500 miliardi a fondo perduto. Vorrebbero che la defiscalizzazione si dirigesse solo alle aziende, mentre invece qualcosa va anche nelle tasche dei lavoratori e dei pensionati (le famose 350mila lire sulla tredicesima), ai quali viene data una tazzina di caffè al giorno dopo tutto quello che gli è stato tolto.

Ma anche quella tazzina di caffè viene visto dalla borghesia come uno spreco inaccettabile di soldi preziosi che potrebbero essere indirizzati "allo sviluppo"... dei loro conti in banca!

Si avvicina così il giorno in cui dopo aver spremuto fino all’ultima goccia gli apparati di sinistra la borghesia getta via lo straccio vecchio dei Ds per servirsi della coalizione di destra che si appresta a vincere le nuove elezioni.

Certo non si può essere così scolastici da non vedere che anche nel capitale esistono divisioni e contraddizioni, lo dimostra il fatto che si sono divisi sulla designazione del presidente di Confindustria e che alle ultime elezioni ci sono stati finanziamenti dei capitalisti sia verso i candidati del Polo, che verso quelli dell’Ulivo (alcuni hanno finanziato anche tutte e due le coalizioni).

Chi tenta di presentare il grande capitale come un blocco compatto che si muove a sostegno dell’Ulivo vive nel mondo dei sogni, ancora di più se si cerca di giustificare la designazione di D’Amato a presidente della Confindustria come il risultato della "rivolta" di una piccola e media borghesia che metterebbe in discussione l’egemonia e il controllo del grande capitale.

La verità è che c’è una crescente voglia di destra che matura nei piani alti della classe dominante e il fatto che ci siano degli esponenti della grande borghesia che parteggiano ancora per l’Ulivo, non cambia la direzione di un processo che è chiaramente orientato in quella direzione. Se non altro perchè le probabilità di vittoria di Silvio Berlusconi alle prossime elezioni sono molte alte.

Il ruolo di Rifondazione Comunista dal ‘96 ad oggi

Bertinotti ha dichiarato più volte negli ultimi giorni che l’alternatività politica dei comunisti verso l’Ulivo è chiara ed è alla base della rottura dell’autunno del ‘98.

La posizione proposta dal segretario del Prc dopo la pausa estiva e l’incontro con Rutelli ed Amato è quello della "non belligeranza", una disponibilità a sostenere i candidati dell’Ulivo nell’uninominale ponendo determinate condizioni programmatiche (aumento delle pensioni minime, salario sociale per i disoccupati, legge proporzionale, ecc.).

Questa posizione risulta essere incoerente con l’idea della "rottura al centro" proposta dallo stesso Bertinotti. Sul piano elettorale la "non belligeranza" così come è stata discussa in direzione nazionale non prevede alcuna distinzione tra i Ds e i partiti del centro borghese dell’Ulivo. Se li trattiamo tutti allo stesso modo non si capisce in cosa consista esattamente questa proposta.

A sentire il comizio di Bertinotti del 30 settembre a Roma sembrava che con il governo dell’Ulivo, Rifondazione non avesse avuto mai niente a che fare.

Eppure gli attacchi decisivi, i più duri sono stati portati avanti proprio negli anni in cui il Prc era in maggioranza.

Durante il governo Prodi abbiamo votato in Parlamento delle misure che andavano esattamente in direzione opposta rispetto al programma dei 10 punti che il partito aveva difeso in campagna elettorale come si può desumere dal riquadro sottostante.

Non solo abbiamo contribuito a spargere delle illusioni decantando le progressive sorti del governo.

Come sorprendersi se a un certo punto in tanti non ci hanno capito quando all’improvviso abbiamo dichiarato in Parlamento la verità, e cioè che questo governo faceva la politica del grande capitale?

L’esperienza di questi anni deve servire di lezione a chi nel partito quando ci opponevamo agli accordi ci diceva: "Lasciate perdere posizioni astratte come l’indipendenza di classe dalle forze della borghesia, quello che conta è il programma, che siamo decisi a difendere fino in fondo usando la presenza determinante che abbiamo in Parlamento".

Si è visto, una volta fatti gli accordi con i partiti della borghesia cosa se ne è stato del nostro programma: carta straccia.

Il prezzo pagato è stato molto alto, con la parziale perdita del radicamento e del nostro elettorato, e solo molto lentamente si sta risalendo la china, con una leggerissima inversione di tendenza che si è vista alle ultime elezioni regionali rispetto alle Europee dove si è toccato il fondo.

Quale programma per i comunisti?

In questa fase pre-elettorale Rifondazione Comunista invece di porre al governo condizioni ultraminimaliste per mettere a disposizione i voti comunisti in una sorta di desistenza unilaterale (è questa l’essenza della non belligeranza) dovrebbe presentarsi alle masse con un programma alternativo rispetto a quello dei due Poli, un programma di chiaro segno anticapitalistico che dia risposte concrete agli enormi problemi che affliggono le masse.

Un programma che contenga al proprio interno dei punti quali:

• Scala mobile dei salari e delle ore di lavoro. A uguale lavoro, uguale salario.

• Salario garantito per i disoccupati. Trasformazione di tutti i contratti atipici a tempo indeterminato.

• Apertura delle frontiere, concessione indiscriminata dei permessi di soggiorno, della residenza e del diritto di voto dopo un anno di permanenza per tutti gli immigrati.

• Difesa e ampliamento dello stato sociale (assistenza sanitaria pubblica, gratuita e uguale per tutti).

• Difesa integrale della scuola pubblica, contro la privatizzazione e i finanziamenti alle scuole private.

• Tassazione della rendita e parallela detassazione di salari e pensioni.

• Abolizione del debito pubblico accumulato verso il grande capitale.

• Rinazionalizzazione senza indennizzo dell’industria pubblica regalata ai magnati della finanza.

• Nazionalizzazione delle aziende in crisi e di quelle colluse con la criminalità sotto il controllo democratico dei lavoratori.

Il tutto da legarsi a un programma per l’abbattimento del sistema capitalista e la trasformazione della società in senso socialista.

Solo un programma del genere può aggregare attorno a Rifon-dazione Comunista i settori più avanzati nei movimenti e rompere quel clima di demoralizzazione e di scetticismo diffuso, che rappresenta il terreno ideale per l’affermazione delle destre. Solo offrendo risposte radicali alla crisi possiamo ricostruire le basi per un sostegno convinto e militante da parte dei lavoratori e in generale dei ceti subalterni verso l’alternativa comunista.

Sulla posizione elettorale

Sviluppato un programma autonomo dei comunisti si pone il problema di conquistare le larghe masse, a partire dagli attivisti, che in gran parte fanno ancora riferimento ai Ds.

Nella lotta per l’egemonia non si possono ignorare gli istinti naturali dei lavoratori che si propongono in ogni battaglia di raggiungere il massimo di unità possibile. Questo sentimento nelle elezioni spingerà molti a chiedere che Rifondazione "non rompa l’unità a sinistra".

Il ragionamento che milioni di lavoratori ci faranno sarà quello di sempre: "Mettete Berlusconi e Fini sullo stesso piano dei Ds?"

Rispetto a questa obiezione i comunisti devono spiegare che questa unità è impedita oggi dalla linea liberista portata avanti da D’Alema e Veltroni, e che fino a quando non ci sarà una svolta in questo partito e una rottura con il centro borghese dell’Ulivo, non esistono le condizioni per nessun tipo di accordo nè politico, nè elettorale.

Solo dopo aver chiarito l’assoluta alternatività di Rifondazione Comunista al Polo e all’Ulivo, dovremo dichiararare la nostra disponibilità, con un atto unilaterale, a non presentare dei comunisti ovunque si presenti, nei collegi uninominali, un candidato dei Ds o del Pdci, con la sola eccezione di coloro, che all’ultimo referendum si sono schierati per il Sì all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Questi infatti compongono l’avamposto del centro borghese nei Ds e presto o tardi romperanno con quel partito per dare vita a una nuova organizzazione che con tutta probabilità confluirà nella Margherita.

Dimostreremo così che non siamo indifferenti alla vittoria delle destre, avviando un interlocuzione con le basi di riferimento dei Ds.

In certi collegi sicuri i comunisti potrebbero decidere anche di presentarsi alternativamente al candidato dei Ds, tecnicamente questa ipotesi si potrebbe considerare. Ma quali sono oggi i collegi dove la sconfitta della destra con una presentazione di Rifondazione Comunista è assolutamente certa? Dopo che i Ds hanno perso il sindaco persino a Bologna?

E’ ovvio che la desistenza unilaterale, riguarderà solo Ds e cossuttiani e non verrà estesa ai candidati dell‘Ulivo del centro borghese.

Questa posizione avrebbe il pregio di non isolare Rifondazione comunista dalle larghe masse e allo stesso tempo potrebbe aprire un maremoto al tavolo delle trattative nel centrosinistra.

Quando si riuniranno i segretari dei partiti dell’Ulivo per decidere i candidati da proporre in ogni collegio, ci sarà una pressione enorme perchè tutti sapranno che in ogni collegio in cui viene presentato un candidato del centro borghese, Rifondazione presenterà il proprio candidato.

Questo spingerà alle più estreme conseguenze le contraddizioni che già esistono nella coalizione facendo così un primo passo verso la rottura dei Ds con il centro borghese, che è una tappa intermedia fondamentale in quel processo che si propone di far scendere milioni di lavoratori dal carro della borghesia su cui li ha spinti in questi anni il gruppo dirigente dei Ds e del sindacato. Un passaggio come questo è fondamentale per aprire nuovi varchi alla ripresa della lotta di classe.

Rifondazione in questo modo potrebbe guadagnare una grande autorità che andrebbe poi spesa dopo le elezioni, indipendentemente da chi le vinca, per fare una dura politica di opposizione non tanto in Parlamento, ma nelle piazze, con l’arma dello sciopero e della mobilitazione.

Ovviamente dobbiamo lasciar chiaro fin da oggi che in nessun modo siamo disposti a governare con l’Ulivo, nè a entrare in maggioranza e in nessun modo "sospenderemo" la nostra critica verso i Ds in campagna elettorale, anzi proprio perchè diamo loro un sostegno tecnico, dovremo sviluppare una critica ancora più implacabile contro la loro politica.

Ma perchè questa tattica possa essere realmente efficace è necessario che la si dichiari alle masse fin da ora, solo così potremo mettere i nostri militanti in condizione di portare avanti una campagna incessante che punti a sottrarre "il popolo di sinistra" al controllo degli apparati burocratici del Ds e del sindacato, in una vera e propria contesa di massa.

Se invece la linea del gruppo dirigente del Prc sarà quella di sedersi a un tavolo con i vertici dell’Ulivo fino all’ultimo giorno prima della presentazione delle liste, per strappare il più possibile, rimarremo con un pugno di mosche in mano e qualunque sarà la posizione che si deciderà di assumere a quel punto avremo perso, perchè i nostri militanti invece di proiettarsi in un intervento di massa, rimarranno passivi, senza poter incidere in nessun modo sugli esiti di un accordo (o di un non accordo) che verrà gestito esclusivamente dall’alto e che in tutti i modi avrà effetti pesanti sulle sorti future del partito.

Nota: il programma del 1996: desideri e realtà

Le parti in corsivo sono riprese dal programma del Prc pubblicato su Liberazione durante la campagna elettorale del ‘96, a seguire i nostri commenti.

1)"Una politica di pieno impiego richiede un governo pubblico e democratico del mercato del lavoro. Perciò non solo ci opponiamo ai progetti di privatizzazione del collocamento, di introduzione del lavoro in affitto e di ulteriore liberalizzazione selvaggia..."

Rifondazione vota in Parlamento il pacchetto Treu, che introduce il lavoro interinale e una serie di misure che precarizzano ulteriormente le condizioni di lavoro (ad esempio le borse per il lavoro e i contratti d’area).

2)" E necessario ripensare ad un ruolo propulsore dell’intervento pubblico nella vita economica e produttiva del paese...

Tutto il contrario di una scelta di privatizzazione. Anzi i settori economici strategici capaci di reggere il confronto della competizione economica internazionale, come quello delle telecomunicazioni e dell’energia, devono essere stabilmente nella mano pubblica e in questo modo orientare l’insieme delle scelte produttive ed economiche del paese."

Il governo Prodi sostenuto da Rifondazione avvia la privatizzazione di Telecom, Eni, banche pubbliche, Poste, ecc. A quell’epoca Nerio Nesi a nome del partito si faceva paladino della "golden share" che ha fatto da battistrada per la privatizzazione delle aziende statali in Italia come in altri paesi europei.

3)"In Italia il fisco è talmente ingiusto che tutti sono scontenti ed ognuno ha qualche ragione... Questa clamorosa ingiustizia richiede la riduzione della pressione fiscale sul lavoro dipendente, il riordino ed una maggiore equità della tassazione sul lavoro autonomo, l’introduzione di norme che permettano di tassare tutte le forme di ricchezza, nessuna esclusa, un’efficace lotta all’evasione fiscale e un freno all’esodo di capitali.

Si tratta perciò di procedere ad una rimodulazione della curva delle aliquote Irpef e a una eliminazione totale del fiscal-drag, in modo da diminuire la tassazione dei redditi di lavoro medio-bassi almeno fino a 60 milioni: alla reintroduzione di una imposizione patrimoniale generale ad aliquote progressive..."

Mentre il capitale finanziario e la rendita non ha subito alcun aumento della tassazione, nelle leggi finanziarie del ‘96-’97 (presentate da Liberazione come Finanziarie di svolta) l’aliquota minima dell’Irpef è stata portata dal 10 al 19%, è stata abolita l’aliquota massima e il prelievo fiscale sulle pensioni è salito dal 10,4% del 1997 al 12,8% del 1998, con un aggravio di 5.500 miliardi.

4) ... Riprendere le fila delle battaglie degli anni ‘70 sulla salute, e quindi assicurare maggiori risorse alle regioni per la sanità, cancellare i ticket o circoscriverli rigorosamente a una piccola quota diretta alla moderazione dei consumi superflui, ma in modo tale da ristabilire concretamente il principio della gratuità della assistenza... La difesa dello stato sociale e dei suoi istituti contro i tagli della spesa e la privatizzazione dei servizi va coniugata con la sua riforma, per eliminare sprechi, inefficienze, burocratizzazioni.

La legge Bassanini, votata da Rifondazione introducendo l’autonomia degli enti locali, rappresenterà il grimaldello attraverso cui passeranno in seguito i tagli alla previdenza e la privatizzazione della sanità e dei servizi pubblici.

5) "Bisogna riqualificare la ricerca scientifica, i contenuti culturali, le metodologie didattiche...Su questa base acquista un nuovo senso la lotta per il carattere pubblico e gratuito dell’istruzione, che deve essere integrale almeno nella scuola dell’obbligo, contro i progetti di privatizzazione, di assoggettamento alle esigenze immediate dell’impresa, contro la reintroduzione della scuola confessionale."

Sotto il governo Prodi l’autonomia scolastica è stata introdotta a tappe forzate, con tanto di finanziamenti indiretti alle scuole private

(attraverso le detrazioni Irpef). I giovani comunisti e il Prc sosterranno l’Autonomia scolastica per poi rivedere la loro posizione solo quando il partito ritornerà all’opposizione dopo la rottura con Prodi.

6) "Il nostro paese deve promuovere un’adeguata politica di accoglienza che permetta di affrontare in modo non repressivo il problema dell’immigrazione dai paesi extracomunitari. Va perciò cancellato il recente decreto legge emanato dal governo Dini in materia di immigrazione... Va garantito il diritto al voto, attivo e passivo agli immigrati nelle elezioni amministrative."

Rifondazione vota la legge Turco-Napolitano che istituirà i campi-lager per gli immigrati.

Si potrebbe continuare a lungo ma lasciamo quì per carità di patria.