Rilanciamo Rifondazione comunista nell’alta marea del movimento! - Falcemartello

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L'editoriale del nuovo numero di FalceMartello

Quando a Chianciano Rifondazione comunista è uscita dal proprio congresso sancendo a prezzo di una profonda divisione la “svolta a sinistra”, sono stati in tanti a pensare che si trattava di qualcosa di completamente staccato dal mondo reale, da uno scenario politico che andava sempre più a destra e da un partito a pezzi dentro una sinistra anch’essa a pezzi.

Lo dissero molti dei nostri nemici, ma il dubbio esisteva anche tra chi quella svolta l’ha sostenuta.

I fatti di queste settimane ci dicono che no: non si è trattato di un’allucinazione estiva, la svolta a sinistra può vivere dentro un movimento di massa che ha preso il centro della scena. Rifondazione comunista ha davanti un’opportunità storica per riconquistarsi un futuro che pareva ormai negato e inaccessibile. L’analisi, le parole d’ordine, la strategia con le quali affrontiamo questo nuovo quadro assumono pertanto un’importanza vitale.


Il movimento della scuola e dell’università è indubbiamente il più grande di sempre. Non è mai esistito un movimento capace di coinvolgere simultaneamente studenti, insegnanti, famiglie, personale non docente. Come sempre si fa un gran discutere sulla “apoliticità” o meno del movimento, tutte le organizzazioni politiche, dal Pd ai centri sociali, che vi intervengono stanno bene attente a mascherare la propria appartenza politica, sperando di conquistare appoggio solleticando la diffidenza verso partiti e organizzazioni della sinistra. Per non parlare dei giornali, specie quelli “progressisti”, che hanno da decenni sviluppato a vera e propria arte la pratica di accarezzare leader e leaderini, di mettere in evidenza gli elementi di causalità e confusione e di occultare l’autentica presa di coscienza di massa.

Ancora una volta tutta questa brava gente è destinata a restare delusa. Tutti gli autentici movimenti di massa, specie fra i giovani, hanno visto la presenza di stati d’animo anti-organizzazioni e “antipolitici”, particolarmente nella loro fase incipiente. A questa verità elementare se ne accompagna un’altra: il movimento avanza a passi da gigante non solo nella capacità di mobilitazione, ma anche nella propria visione e comprensione politica. Se oggi tutta la sinistra assume lo slogan “non pagheremo la vostra crisi!” che le manifestazioni studentesche hanno diffuso in tutto il paese, significa che forse tanto “antipolitico” questo movimento non lo è…

In secondo luogo va registrato che da tempo un movimento giovanile non si rivolge con tanta naturalezza verso i lavoratori e le loro organizzazioni. Si tratta di un avvicinamento spontaneo, non sono gli studenti del ’68 che vanno davanti alle fabbriche a cercare conferme della propria prospettiva rivoluzionaria, è un settore sociale sfruttato vittima di un attacco pesantissimo che cerca, riuscendovi, di allargare il fronte di una battaglia di classe, politica e sociale, nella quale non vi è un filo di ideologismo o di astrattezza. Ci spingiamo a pensare che questo deponga a favore di una forte estensione e durata di questa lotta.

Terzo: il movimento studentesco rende possibile lo sciopero generale. Gli attacchi feroci del governo e di Confindustria, dalla finanziaria alla controriforma del contratto nazionale di lavoro, ponevano la necessità oggettiva di una risposta di lotta. Tuttavia è stato il protagonismo dei giovani a far pendere i piatti di una bilancia in bilico, con la Cgil sul filo di lana tra cedimento e rottura. Scuola, università, commercio, trasporti, metalmeccanici e pubblico impiego hanno già effettuato, o sono in via di effettuare, scioperi generali di categoria; si aggiungano gli scioperi territoriali in preparazione (Emilia Romagna, Torino) e il quadro è completo: lo sciopero generale è inevitabile e non è detto, in questo clima sociale, che sia l’ultima parola in questo conflitto.

Quarto: il governo comincia ad avere qualche difficoltà. Il fatto che si facciano sentire i “numi tutelari” del golpismo italiano (Gelli) e della repressione (Cossiga) ne è una conferma indiretta. Se mai qualcuno nel governo e negli apparati di sicurezza decidesse di seguirne i consigli, vedremo il paese esplodere. Il consenso di Berlusconi e soprattutto dei suoi ministri non è più inattaccabile, come conferma lo stop sulla riforma universitaria. Logica vuole che si colpisca nel punto più debole: le dimissioni immediate della ministra Gelmini dovrebbero entrare ai primi posti delle rivendicazioni della lotta.

Quinto: la crisi economica mondiale plasma a fondo la coscienza del movimento, sarà sempre più forte la ricerca di idee anticapitaliste, di spiegazioni della crisi e soprattutto di visioni alternative a quella dominante, che è ormai completamente screditata a tutti i livelli della società. La rifondazione comunista si deve porre su questo terreno, il movimento non è solo un’occasione di battaglia politica nel paese, ma sarà anche un terreno di forte dibattito teorico nel quale le idee del marxismo possono, anzi devono, conquistare centralità.

Il movimento attuale è anche conseguenza della crisi verticale della sinistra nel nostro paese; questo non significa però che sia apolitico o che non guardi a quanto fanno le organizzazioni politiche: i giovani più attivi misureranno senza il minimo sconto il comportamento di tutti. Il Partito democratico se ne rende conto e con la proposta del referendum lancia una vera e propria “Opa ostile” sul movimento. A questo dobbiamo rispondere a chiare lettere: il referendum sarebbe inefficace sui contenuti (non si può abolire una legge finanziaria), esclude tanti protagonisti, dai minorenni che non votano ai genitori immigrati che hanno bisogno del tempo pieno per i loro figli. Ma soprattutto è una proposta che mette in mora il movimento e invita di fatto alla smobilitazione. La nostra risposta deve esser netta: non serve un referendum fra 18 mesi, serve una lotta che nelle prossime settimane ci faccia vincere questa battaglia. Il modello, lo hanno già detto in molti, è il Cpe in Francia.

Lo sciopero generale è all’ordine del giorno; ma quale sciopero? L’idea che dobbiamo mettere in campo è che lo sciopero generale non può essere, nelle condizioni date, una manifestazione in più. Dobbiamo invece proporre una strategia perché il movimento di massa, studenti e lavoratori, si unisca saldamente e giunga a saturare ogni angolo del paese con un crescendo di iniziative delle quali lo sciopero sia il punto più alto. Siamo già andati a Roma molte volte quest’autunno, e altre ancora ci andremo; il governo però si assedia non solo a Roma, ma anche e soprattutto ingaggiando un corpo a corpo su tutto il territorio nazionale, che possa influenzare e penetrare nella base di consenso popolare che la destra ha avuto e che in parte continua a mantenere. Per farlo però serve una piattaforma complessiva, che aggredisca la destra sul terreno sociale, mettendo a nudo la sua incapacità di dare alcuna risposta alle necessità popolari di fronte alla crisi. Nelle pagine centrali di questa rivista proviamo a indicare alcuni punti programmatici che ci paiono centrali.

Mentre scriviamo non sappiamo ancora se la Cgil convocherà o meno lo sciopero generale, quando, con quali modalità. La direzione però è ormai segnata e la data del 12 dicembre, che vedrà in piazza metalmeccanici e pubblico impiego, ne costituisce di fatto la prova generale.Il movimento dunque cresce e si allargherà. Ma al di là delle vicende immediate è fondamentale mettere a fuoco un fatto: in questi giorni e settimane si sta formando una nuova generazione politica, una nuova fascia di migliaia e decine di migliaia di attivisti e militanti il cui impegno andrà oltre il movimento stesso. Rifondazione comunista ha un futuro solo e soltanto se saprà entrare in dialogo con questa fascia, se saprà farsi attraversare dalla sua radicalità e se saprà proporre in questo dialogo una forte posizione teorica, politica e anche organizzativa; in altre parole, se dimostrerà di poter essere il partito del conflitto di classe della prossima epoca.

Da questo punto di vista i peggiori sono quelli che si avventurano in ipotesi su come si esprimerà elettoralmente questo movimento. Il nostro partito dovrebbe togliere il diritto di parola (diciamo temporaneamente, per sei mesi) a chi tenta di trovare l’equazione che trasforma migliaia giovani nelle piazze in decine assessori o parlamentari per la sua cordata politica. Anche perché tale equazione, per nostra fortuna, non esiste.

Questo non significa che le posizioni politiche che il nostro partito assume non abbiano importanza. Il segretario Ferrero dice, e concordiamo, che il movimento è politico, ma è esterno e contrapposto al quadro del bipolarismo. Giusto e sacrosanto. Ne consegue che il nostro partito deve porsi in sintonia ed essere coerentemente, a tutti i livelli e su tutti i terreni, il partito dell’opposizione di sinistra al bipolarismo. Non basta per parlare al movimento, come ci dicono troppi compagni orfani di governo? Rispondiamo: non basta, ma aiuta. Anzi, è indispensabile.

Da questo punto di vista il movimento ci anima a condurre con sforzo raddoppiato la nostra battaglia anche all’interno del nostro partito, e la faremo fino in fondo senza guardare in faccia nessuno.

Ricordiamo alcuni fatti recenti.

Milano: dopo due anni di manfrine e patetici balletti, la maggioranza del Prc decide che il presidente della provincia Penati non si tocca e che di uscire da quella maggioranza non se ne parla.

Abruzzo: il Prc si presenta in coalizione con un centrosinistra demolito dallo scandalo sanità. Foglia di fico un candidato presidente del partito di Di Pietro e qualche pezzo grosso del Pd locale che salterà un giro non candidandosi.

Bologna: doppia capriola della federazione del Prc che nel giro di un mese passa da una rottura improvvisata nella Provincia alla ricerca dell’accordo col Pd per il Comune.

Abbiamo riportato volutamente tre casi importanti che sono tutti riconducibili non all’azione della minoranza bertinottiana, ma a tre delle quattro aree di maggioranza (esclusa la nostra).

Questi casi per noi costituiscono una tendenza: la tendenza restauratrice che dobbiamo battere se vogliamo fare sì che in questo nuovo quadro straordinario Rifondazione comunista possa fare ciò che deve: contribuire al movimento e al tempo stesso attingere da esso quella forza e quella radicalità senza le quali tutto il resto sono solo chiacchiere.

Questa è la nostra battaglia, l’alta marea della lotta farà sì che nel condurla saremo molto più forti.

9 novembre 2008

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