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Pubblichiamo l'intervento di Claudio Bellotti, firmatario del testo alternativo per il congresso della Federazione della sinistra. L'intero congresso è riascoltabile su radio radicale all'indirizzo http://www.radioradicale.it/scheda/315824

 

Compagni, come la maggior parte di voi ho fatto tanti congressi e ho sempre difeso l’idea che un congresso è un momento decisionale della massima importanza. L’ho difesa anche quando sapevo che le cose che proponevo, che proponevamo, erano in forte minoranza come peraltro mi è capitato anche nel percorso di preparazione di questa assise quando ho presentato un testo che è stato respinto dal Consiglio politico nazionale che ha poi varato il testo ufficiale.

Ho sempre difeso questi concetti perché credo nella dignità del dibattito. Tuttavia compagni devo dirvi la verità, oggi credo che la dignità di cui abbiamo bisogno forse sta da altre parti. Oggi avrei voluto essere in via Imbonati a Milano, dove si tiene la manifestazione in sostegno al presidio dei migranti. Perché? Non perché di per sé le manifestazioni siano più importanti dei congressi, dopo ci torno, ma perché quella lotta di Brescia e di Milano mi ha fatto riflettere molto.

Sintetizzo tagliando con l’accetta: sei compagni a Brescia, cinque compagni a Milano, saliti sulla gru e sulla torre, hanno smosso più eventi e più coscienze di tutti i congressi che abbiamo tenuto sui territori per arrivare qui. Questa è la verità.

E quando hanno iniziato quella mobilitazione non si sono fatti spaventare dal fatto di avere quasi tutti contro, non hanno piagnucolato come sento fare sempre più spesso nelle nostre riunioni, non hanno detto “mamma mia quanto è forte questo governo”, non si sono domandati “quanti voti abbiamo”, anche perché non possono votare non avendo diritti di cittadinanza in questo pasese e spesso neppure il permesso di soggiorno, come ben sappiamo. Semplicemente hanno ritenuto intollerabile che nessuno tentasse di dare voce a migliaia di loro compagni e compagne, fratelli e sorelle, chiamateli un po’ come volete, ai quali nessuno dava voce e hanno detto “ci mettiamo in gioco fino in fondo!”

Forse dovranno scendere a mani vuote, come a mani vuote sono dovuti scendere i compagni di Brescia; lo sanno che non è che si sale su una torre e se ne scende con cinquantamila permessi di soggiorno. Forse dovranno subire l’infamia della deportazione come è già successo a un compagno del presidio di Brescia, anzi a due di loro.

Non so se hanno letto Rosa Luxemburg, ci sono dei compagni politicamente molto formati in questa lotta, ad ogni modo mi è venuta in mente quella frase famosa di Rosa, quando disse “solo chi si muove può rendersi conto delle proprie catene”.

E noi invece stiamo fermi, immobili, le nostre catene ce le teniamo ben strette come una coperta di Linus, cari compagni, ci stiamo avvoltolati dentro, e sono tutte nelle nostre teste, nella testa di un gruppo dirigente che ha paura di muovere un solo passo per paura di rendersi conto che quelle catene vanno rotte.

Attenzione, non voglio fare la demagogia del movimento bello e dei partiti brutti, del movimento bello e dei dirigenti brutti, anche perché in questi venticinqe anni ne ho sentiti fin troppi che agitavano questo tipo di demagogia, poi ti giri cinque minuti e te li ritrovi nelle teste di lista o seduti dietro tutte le possibili presidenze. Io dico che la fatica enorme che deve fare qualsiasi movimento di lotta, che siano gli immigrati o i metalmeccanici o la scuola, esige, esige dirigenti all’altezza!

Questo paese è attraversato da una tensione lacerante sul piano sociale, c’è un abisso che si sta spalancando tra ricchezza e povertà, tra chi ha potere chi non ne ha e si vede in questi lampi, a Pomigliano, a Brescia e tanti altri, che dobbiamo capire cosa rappresentano. Avvenimenti in apparenza piccoli, non stiamo parlando di un movimento di massa, a Pomigliano in fin dei conti sono stati 1700 lavoratori che hanno detto NO a Marchionne, se avvenimenti in apparenza piccoli muovono cose grandi vuole dire che qualcosa sta maturando. Allora compagni smettiamola di giocare al piccolo chimico con le alleanze elettorali e cominciamo a discutere dei percorsi di costruzione del conflitto.

Il 16 ottobre ci ha detto qualcosa, ci ha mostrato non solo una grande piazza con migliaia di bandiere rosse, ci ha detto che il conflitto operaio, il conflitto di classe può essere la forza unificante di tutti i conflitti di questo paese. È qualcosa che non si vedeva da trent’anni, non si vedeva dal 1980. Ci ha fatto vedere una potenzialità che non era solo nei numeri, ma anche nella composizione, nella dinamica che ha portato a quella manifestazione.

Ci ha mostrato anche, come stamattina ci ha ricordato il segretario della Fiom, il drammatico vuoto di rappresentanza di cui soffre.

E noi, cosa offriamo a quella piazza? L’alleanza democratica, la grande alleanza democratica: l’eterno ritorno del sempre uguale… e giù lacrime: mamma mia questo Berlusconi quanto è forte, mamma mia questo Vendola quanti voti prende e quanto sono cattivi i giornali che non parlano di noi e le televisioni che non ci danno spazi. E finiamola una buona volta! Finiamola di piangere addosso alle nostre disgrazie!

E alluvioni di parole vuote, “unità! unità!” (il compagno Burgio ne è il massimo esponente). Ma unità di chi? Unità per fare cosa? La piazza del 16 ha unito, sì, ma per unire ha dovuto prima dividere! Ha dovuto rompere con Cisl e Uil prima su Pomigliano e poi sul contratto nazionale, e diciamolo: è una divisione che attraversa anche il gran corpo della Cgil e non da oggi; o ci siamo dimenticati la consultazione sul welfare nel 2007, quando noi eravamo in quel governo che ci ha portato alle disgrazie di oggi.

E allora carissimi compagni quella piazza, quel movimento vivranno se saremo capaci anche noi di far vivere quella rottura, di articolarla e di trasformarla nella piattaforma politica alternativa che oggi certamente manca. Questo va fatto non perché sposiamo la Fiom, va fatto anche lottando contro le esitazioni, le paure che vi possono essere anche nei gruppi dirigenti.

Pierferdinando Casini, che è un uomo di mondo, la sera del 16 ottobre lo ha detto chiaramente: “Rispetto i lavoratori che erano in piazza, ma chi era in quella piazza è fuori da una alternativa riformista in questo paese”. Sottoscrivo! Lo capisce Casini, lo capisce Bersani, lo capisce la Marcegaglia… possibile che siamo gli unici a non capire che la cosiddetta alternativa riformista significa uccidere le rivendicazioni di quella piazza.

Incompatibile con cosa? Con l’alternativa borghese e confindustriale in preparazione che vuole gestire l’uscita dal berlusconismo in crisi, sia che questo avvenga con nuove elezioni o attraverso un governo tecnico.

Il solo fatto che il Partito democratico dica “prima la stabilità dei conti, poi si discute la fiducia al governo” ci dice dove porta la logica di questa alleanza. La stabilità dei conti non vive con la rappresentanza del lavoro che anche oggi il compagno Landini ci ha chiesto. Lo scoprirà anche il compagno Vendola e soprattutto lo scopriranno tanti che oggi ripongono fiducia in quel progetto politico.

Finisco su un punto. Oggi è stata dichiarata la battaglia per tutte le democrazie possibili: la democrazia repubblicana, la democrazia partecipata, la democrazia nei luoghi di lavoro… scusate: facciamo anche la battaglia per la democrazia qui dentro. In sala si distribuisce un questionario sul congresso, io aggiungerei una domanda: “Hai mai visto un congresso blindato come questo?”

Questa Federazione è come una casa nella quale se si vuole spostare un posacenere bisogna tirarla giù tutta e rifarla, altro che manuale Cencelli! E poi troppi, troppi discorsi stridenti nei quali le parole che si dicono qui non corrispondono a nulla di ciò che si fa fuori. Che li faccia qualche vecchia volpe non mi stupisce, mi preoccupo di più quando li sento da compagni giovani e giovanissimi che a quanto pare sono già fin troppo esperti nell’arte.

Credo di aver detto dove penso che dobbiamo cercare ciò che drammaticamente e con grande evidenza oggi qui manca. L’ultima spiaggia non esiste mai per chi lotta, ma per le organizzazioni, i partiti e le strutture può esistere, non è la fine del mondo ma certo è la fine dei progetti che non sanno confrontarsi con la realtà. Grazie.

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