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Resoconto della Direzione nazionale del 10 aprile

 

Si sono conclusi il 10 aprile i lavori della Direzione Nazionale del Prc, aggiornatasi dal 29 marzo.

 

Il “fatto nuovo” riguarda la divisione che si è palesata nella Segreteria nazionale, dalla quale sono scaturiti due documenti contrapposti. Questa divisione era stata rabberciata con una delle tante mediazioni al ribasso nello scorso Cpn (9-10 marzo) ma questa volta non è stato possibile governare il conflitto.

Il tentativo di annacquare la discussione attraverso l’accordo di vertice nella Segreteria nazionale che ha espropriato il Comitato Politico Nazionale della decisione sui tempi e le modalità del congresso (vedi il nostro resoconto) è naufragato miseramente nel giro di un mese e quel dibattito che si voleva esorcizzare esplode nel modo più dirompente. Come sempre la realtà si impone sulle fragili architetture politiche del segretario Ferrero.

Il congresso è nei fatti iniziato nel peggiore dei modi, senza un dibattito limpido e su posizioni chiaramente leggibili dal corpo militante. Un dibattito strisciante, in cui i militanti rischiano di essere muti mentre il gruppo dirigente cerca di “salvare la pelle”.

La crisi è in primo luogo una crisi di strategia politica.

Le due proposte emerse hanno entrambe forti elementi di liquidazione. La maggioranza della segreteria propone l’ennesimo appello, stavolta in forma di lettera aperta, per la costituzione di un nuovo soggetto politico della sinistra di alternativa. È la quarta volta in quattro anni, dopo la Federazione della Sinistra, Cambiare si può e Rivoluzione Civile, e non a caso ci si profonde in autocritiche la cui credibilità è pari al tempismo con le quali vengono espresse, ossia prossima allo zero.

Si parla di “avviare un processo fondativo di un soggetto politico unitario della sinistra sulla base della costruzione di una piattaforma antiliberista” ovviamente evitando gli errori del passato e lavorando affinché “non avvenga in modo verticista e pattizio ma attraverso il coinvolgimento democratico e partecipato di tutte le persone concordi con gli obiettivi unitari, sulla base del principio una testa un voto. Che il soggetto unitario abbia piena titolarità sulla rappresentanza elettorale. Che le forze organizzate, locali e nazionali, che scelgano di attivarsi per il processo unitario senza sciogliersi, si impegnino a non esercitare vincoli di mandato ed a garantire la libera scelta individuale nell’adesione al nuovo soggetto politico da parte dei propri iscritti e iscritte.” Questa proposta sostenuta da Ferrero, Pegolo, Rocchi e Rinaldi è uscita maggioritaria raccogliendo 15 voti.

Ma se Atene piange Sparta non ride. L’area Essere comunisti ha presentato un altro testo a firma Grassi, Caporusso e Bregola che ha ottenuto 9 voti.

Forse il titolo è sufficiente a spiegare nel complesso la proposta che questi compagni fanno alla nostra militanza può darci una indicazione visto che recita: “Lo stallo della politica e la nostra irrilevanza”.

Si tratta di un documento permeato di un profondo senso di sfiducia nei confronti del partito e della classe, che guarda alle contraddizioni interne al Pd ed a Sel, nell’eterna speranza– come richiamato da vari interventi nel dibattito – che eventuali ipotesi di rottura in quel campo possano aprire spazi a sinistra.

Anche in questo caso l’approdo di questi ragionamenti è la “costruzione di un nuovo soggetto politico a sinistra di quello che è oggi il Pd. Solo in una aggregazione di questo tipo Rifondazione Comunista e le comuniste e i comunisti potranno continuare a giocare un ruolo sulla scena nazionale italiana.” Un ragionamento che vede in Sel un interlocutore privilegiato criticandone la tattica, ma convergendo sul terreno strategico quando afferma che “persino al fine di condizionare il Pd stesso, più che un'operazione di “entrismo" avrebbe chances una forza della sinistra autonoma dal Pd, destinata per ciò stesso a esercitare una azione di pungolo.”

Il vero punto di divaricazione, quindi, è se il campo dei possibili (molto ipotetici) interlocutori debba o meno comprendere Sel. Corollario del documento di Essere comunisti: poiché Ferrero è inviso ai vendoliani, sarebbe meglio che un altro “gruppo dirigente” (leggi: segretario) conduca questo tentativo. Non sorprenderà quindi che gli interventi a sostegno della linea del segretario si siano dilungati in lunghe arringhe contro il riformismo succube delle politiche di austerità, in appassionate denunce dell’impotenza dei socialisti in Europa, a partire da Hollande, in sferzanti giudizi sull’area “laburista” della sinistra Pd, e via discorrendo.

Tutto molto battagliero, molto di sinistra e molto impalpabile. Discorsi “di sinistra” ne abbiamo sentiti a iosa dal compagno Ferrero in questi anni, peccato che siano sempre annegati nelle presunte astuzie tattiche e nelle doppie verità il cui frutto legittimo è stata la débacle elettorale.

Di fronte a queste proposte distinte, ma segnate da uno spirito comune abbiamo presentato un testo contrapposto a entrambi quelli scaturiti dalla segreteria nazionale. Siamo convinti infatti che dalla sconfitta senza appello di questa linea politica e di questo gruppo dirigente non si possa uscire con qualche riaccomodamento della linea né con la ricerca di nuovi contenitori, siano essi più o meno nell’orbita del Pd.

La profondità della crisi del Prc è manifestata anche nella crisi finanziaria e nel calo degli iscritti che passano da 37.241 del 2011 a 31.849 nel 2012 con un calo del 14%, dinamica che sembra essere accelerata dopo le ultime elezioni.

Al di là delle divisioni, il dibattito ha mostrato la organica incapacità di questo gruppo dirigente di uscire dal continuo rimescolare la stessa acqua sempre più stagnante per rivolgersi invece ai processi reali in corso nella società, nella coscienza di massa, nel conflitto di classe.

Per questo consideriamo il testo che abbiamo presentato non come una semplice presa di posizione, ma come una traccia di lavoro sulla quale nelle prossime settimane lavoreremo per approfondire il confronto nel corpo del partito. Lo spirito rassegnazione e gli elementi di disgregazione non si combattono solo con la critica o la denuncia di una linea fallimentare, ma con una precisa proposta di lavoro e di azione e innanzitutto con una prospettiva politica chiara sulla quale chiamare i compagni ad impegnarsi.

 

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