Una marcia a tappe forzate… ma verso dove? - Falcemartello

Breadcrumbs

Brevi osservazioni sulle “innovazioni” di Bertinotti

 

Non è certo semplice riassumere in poche righe l’insieme della “svolta innovatrice” impressa da Bertinotti con le recenti prese di posizione. In primo luogo, per la vastità dei temi toccati; in secondo luogo, perché la gran parte di queste uscite si limitano a “lanciare il sasso” senza alcun reale approfondimento dei temi proposti al dibattito. In terzo luogo, perché una parte importante della recente produzione letteraria del segretario e di coloro che lo sostengono più da vicino ha uno scopo puramente difensivo, e consiste nell’accumulazione di specificazioni, subordinate, precisazioni, interpretazioni che in realtà hanno il solo effetto di rendere indecifrabile il vero oggetto del dibattito.

A rischio di essere accusati di portare una critica sommaria, proviamo comunque a estrapolare dalla vasta messe di dichiarazioni e scritti alcune delle prese di posizione che ci paiono più qualificanti.

 

Violenza e nonviolenza

 

È quello della violenza il punto che più ha attirato l’attenzione dei mass media. Bertinotti su questo punto si contraddice più volte, poiché da un lato nega che si tratti di una posizione valida in ogni tempo e in ogni luogo, insiste sul qui ed ora. D’altra parte, tuttavia, le posizioni proposte portano fatalmente ad una posizione generale e di principio che nega qualsiasi legittimità all’uso della forza per combattere l’oppressione.

Credo anche (…) che qui ed ora la non violenza sia la condizione essenziale per far vivere fino in fondo tutta la radicalità di quel processo di trasformazione sociale che chiamiamo comunismo. Non c’è alcuno spazio fra guerra e terrorismo se non nel rifiuto di entrambi. (1)

In altre parole secondo Bertinotti non si può proporre oggi, ad esempio nel contesto iracheno, la prospettiva di una lotta di liberazione nazionale; essa finirebbe automaticamente nel campo del terrorismo fondamentalista.

“Questa coppia guerra-terrorismo che sequestra monopolisticamente la violenza, questa realtà ci mette di fronte ad un problema assolutamente inedito. Noi non possiamo pensare di battere questa violenza monopolizzata con la guerra. La violenza, in ogni sua variante, quale che sia il giudizio morale, risulta inefficace perché viene riassorbita dalla guerra o viene riassorbita dal terrorismo mettendo fuori gioco la politica.” (2)

Balza agli occhi come con questa presa di posizione si faccia di ogni erba un fascio, “la violenza in ogni sua variante” comprende evidentemente tutto, dagli attentati terroristici all’autodifesa di un corteo, da un movimento di liberazione nazionale, a una guerriglia contadina, a un’insurrezione di massa, tutto viene messo nello stesso sacco. L’insurrezione degli operai e dei contadini boliviani che pochi mesi fa, dinamite alla mano, hanno marciato sulla capitale e rovesciato il governo filo-Usa sono messi sullo stesso piano dei terroristi reazionari di al Qaeda. Ma se è così, allora che differenza c’è con il ritornello della borghesia che ad ogni sciopero duro, si tratti dei metalmeccanici o dei tranvieri, grida alla violenza e al terrorismo?

 

Stalinismo e potere

 

La via più breve per seminare confusione su questo tema è quella di mettere nello stesso sacco Lenin e Stalin, la rivoluzione d’ottobre e lo stalinismo, per poi dire: vedete? Rivoluzione uguale violenza, dittatura, oppressione e totalitarismo. La borghesia lo ha fatto per ottanta anni, seguita a ruota dai riformisti. Oggi Bertinotti sta approdando tardivamente agli stessi lidi?

“Ma allora in quel 900, nella nostra storia c’era anche qualcosa che non funzionava? Siamo così sicuri che era proprio necessario massacrarli quelli di Kronstadt? Siamo così sicuri che per salvare il nuovo stato post rivoluzionario andavano massacrati? E siamo così sicuri che per difendere la rivoluzione bisognava costruire degli stati autoritari? Siamo sicuri che lo stalinismo fosse proprio la risposta necessaria in quella fase? (…) Non parlo di un rapporto meccanico, ma di una cultura che consentiva l’idea di un esercizio del potere e una idea dell’avversario come nemico da fronteggiare, appunto, in termini prevalentemente militari.” (2)

In queste poche righe Bertinotti riesce, in un solo colpo, a:

- falsificare completamente la concezione marxista dello Stato e del potere, fingendo di ignorare che tutte le elaborazioni del marxismo da Engels in poi parlavano non di “stato autoritario”, ma di deperimento dello Stato, di scomparsa dello Stato, definivano lo Stato operaio come un “semi-stato”, e via di seguito;

- dare un quadro completamente distorto degli avvenimenti seguenti la rivoluzione d’Ottobre, per cui pare che la guerra civile e la conseguente repressione siano avvenute per una “cultura” sbagliata e non perché la borghesia russa e internazionale scatenò un intervento sanguinoso tentando di riconquistare il potere perduto;

- mescolare artificialmente il periodo del 1917-23, ossia il periodo in cui sia pure fra difficoltà estreme in Unione sovietica il partito bolscevico perseguiva una politica internazionalista, di classe, egualitaria, con il successivo periodo staliniano, nel quale la burocrazia si impadronì del potere, massacrò la generazione e i quadri del partito bolscevico, volse le spalle all’internazionalismo abbracciando il “socialismo in un solo paese”, introdusse disuguaglianze crescenti; in altre parole, Bertinotti mescola (e non innocentemente) il periodo dell’ascesa rivoluzionaria con quello della reazione burocratica e stalinista.

Non è questo il luogo, innanzitutto per motivi di spazio, per rispondere a queste vere e proprie falsificazioni. È facile in dieci righe distorcere completamente la realtà, ma è impossibile nello stesso spazio restaurare la verità storica e politica.

Ci limitiamo pertanto a una sola sommessa raccomandazione ai nostri lettori e in particolare ai più giovani: per giungere a una reale comprensione di cosa fu la rivoluzione d’ottobre, il leninismo, di come la reazione stalinista poté affermarsi e affogare in un mare di sangue il partito bolscevico e l’eredità della rivoluzione, per conoscere tutto questo andate alle fonti, studiate direttamente la storia di quegli anni e l’elaborazione di Lenin, di Trotskij. Scoprirete facilmente la distanza abissale fra il comunismo, cioè il leninismo autentico, e la sua negazione per parte dello stalinismo, e con altrettanta facilità potrete misurare la distanza abissale che separa la critica marxista dello stalinismo dalle chiacchiere che Bertinotti ci spaccia come “innovazione” e che non fanno che riprendere frammenti e cascami di quasi un secolo di calunnie contro il marxismo.

 

Quale soggetto rivoluzionario?

 

Scompare nelle posizioni di Bertinotti anche l’idea che i lavoratori, il proletariato siano la forza decisiva nella trasformazione sociale. In generale Bertinotti detesta parlare di classi sociali, di soggetti reali. Nelle sue divagazioni non si incontra quasi mai la borghesia, la classe operaia, gli Stati, i paesi imperialisti, i popoli oppressi. Si parla di guerra, ma non di chi la guerra la conduce; si parla di globalizzazione, mai di borghesia o di capitalismo; ecc.

Riguardo al soggetto rivoluzionario, si passa dalla concezione marxista che vede i lavoratori come forza motrice della rivoluzione a causa del loro ruolo decisivo nell’economia capitalista, ad una concezione puramente idealistica per cui il soggetto rivoluzionario è formato da chi la pensa in un certo modo: “È diverso il soggetto rivoluzionario che non si definisce solo nella sua collocazione nel processo produttivo, ma piuttosto nell’antagonismo a questa globalizzazione”. (1)

“Il profilo del nuovo proletariato non ci viene semplicemente dalla sua collocazione sociologica nel processo produttivo, che pure vede una radicale mutazione nella composizione e nel modo di essere del mondo del lavoro, ma nella costruzione dell’antagonismo, all’interno di un processo che tende a formare una nuova soggettività critica e una nuova critica dell’economia.” (3)

Va detto che il marxismo non ha mai assunto una posizione meccanica secondo la quale il lavoratore in quanto sfruttato è automaticamente e necessariamente un rivoluzionario. Al contrario, Marx spiegava che la classe operaia in sé non è che materia bruta sfruttata, e solo in quanto si organizza per lottare per i  propri interessi diventa classe per se, ossia sviluppa una coscienza del proprio ruolo rispetto alle altre classi e infine della necessità della trasformazione sociale.

Ma quanto dice Bertinotti è radicalmente diverso, ossia che solo chi è soggettivamente “critico” fa parte del “nuovo proletariato” ed è quindi riconosciuto come soggetto rivoluzionario. In altre parole, cento professori universitari, avvocati e signore della buona società progressista che fanno la spesa nel negozio del commercio equosolidale, in quanto “soggetto critico” hanno lo stesso ruolo nella lotta di classe di cento lavoratori che per esempio scioperano bloccando il trasporto locale in una città.

Si apre quindi la porta ad una concezione interclassista che più esplicitamente viene espressa nel seguente passaggio: “Perché il movimento newglobal è così cresciuto? Perché ha intuito quel che anche tu pensi, cioè che deve formarsi una nuova alleanza (si noti, tra parentesi, il linguaggio religioso della “nuova alleanza” - Ndr), l’alleanza della specie”. (3)

 

Abbasso Marx, abbasso Lenin …

 

Seppellito il proletariato, resta da seppellire la rivoluzione. L’elemento della rottura rivoluzionaria, che segna il passaggio da uan società ad un’altra come ad esempio la rivoluzione francese segnò il passaggio dal feudalesimo ormai moribondo al capitalismo, viene così trasformato in una sorta di “rivoluzione personale” che ciascuno deve compiere nell’intimo della propria coscienza, o nella comodità del soggiorno di casa. Si incaricano di spiegarcelo, facendo le veci del segretario, Rina Gagliardi e Alessandro Curzi, che non sentendosi forse del tutto a loro agio decidono di convocare Marx in persona come autorevole testimone: “L’aveva scritto Marx, un secolo e mezzo fa: la nostra rivoluzione dovrà essere un processo di lunga durata, di “rivoluzionamento” dei rapporti economici e sociali esistenti, anche perché soltanto in un processo di lunga durata potremo liberarci dal “sudiciume” che la società del capitale ha disseminato in ciascuno di noi. Era già questa un’idea di rivoluzione nonviolenta, di comunismo. Che oggi, soltanto oggi, possiamo cominciare a praticare. Almeno, a provarci.” (4)

In attesa di scoprire dove Marx abbia espresso tale singolare concezione della rivoluzione, facciamo notare come un aspetto particolarmente comico in questo dibattito sia il chiamare di volta in volta Marx, Lenin o Rosa Luxemburg a testimone di questa sistematica demolizione del marxismo in ogni sua possibile accezione.

Preferiamo allora la sincerità del segretario, che a Valentino Parlato dichiara schiettamente: “Penso che non solo Lenin, ma tutti i grandi leader del movimento operaio del 900 siano morti, e non solo fisicamente. Oggi sarebbe grottesco richiamarsi all’uno o all’altro (…). Vorrei vederlo in faccia uno che oggi dica: voglio fare un partito marxista o leninista e che voglia mettere questa definizione nel suo statuto.” (5) Appunto. Ma allora… allora perché ostinarsi a mantenere nel simbolo di Rifondazione la falce, il martello e la stella, simboli di quella rivoluzione d’ottobre nella quale si vede l’origine di tutti gli “errori ed orrori”?

E quindi, niente rivoluzione, niente lotta per il potere, ma piccoli cambiamenti all’interno di questa società: “La questione del potere è difficile, ma si può affrontare. Al tempo del sindacato dei consigli, nella fabbrica – luogo autoritario per eccellenza – una serie di rivendicazioni, anche minime, addomesticò il potere. Così nello stato si possono produrre una serie di modificazioni, anche minime, ma che incidono sulla natura del potere, sulla sua non neutralità”.

Domanda di Valentino Parlato: “Una società diversa dentro la stessa forma di stato?”

Risposta: “Esattamente, e che svuota dall’interno il potere arbitrario dello stato. È la questione dell’immissione nella società di elementi di socialismo” (5)

Alla fine la montagna ha partorito, come sempre, il topolino: basta con le prospettive di andare oltre il capitalismo, proviamo ad inserire “elementi” di socialismo all’interno di questo Stato, e vediamo se riusciamo ad “addomesticare” i padroni. Ma a noi pare, purtroppo, che qui di addomesticato ci sia solo il “nuovo” comunismo bertinottiano e il partito che su di esso dovrebbe fondare la propria azione.

 

Note

 

(1)  Lettera a Stefano Folli, Corriere della Sera 11.12.03

(2) La guerra è orrore – conclusioni del convegno sulle Foibe, 13.12.200

(3) Risposta a Sofri, l’Unità 9 novembre 2003

(4) Curzi e Gagliardi Nonviolenza, l’arma più forte di cui oggi

disponiamo, Liberazione 18.01.04

(5) Intervista al Manifesto, 21 gennaio 2004