Una svolta verso il governo? - Falcemartello

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Rifondazione Comunista

La crisi del centrosinistra pone nuovamente la necessità di discutere sull’orientamento generale del Prc, e su quale ruolo può giocare il nostro partito nella nuova situazione che si sta aprendo. È un fatto che gli ultimi 18 mesi siano stati estremamente difficili per il nostro partito, e che la crisi che ci ha colpito non sia affatto risolta.

Oggi, dopo diversi mesi di oscillazioni, pare che Bertinotti e la maggioranza del gruppo dirigente si stiano risolvendo a prendere una strada ben definita e a puntare tutte le proprie carte sulla possibilità che un D’Alema indebolito possa riaprire il confronto con il Prc.

Nel corso della Direzione nazionale del 14 gennaio Bertinotti ha rifiutato questa ipotesi, accusando in qualche modo di fare un processo alle intenzioni chi sollevava questo argomento. Ci pare, tuttavia, un modo scorretto di affrontare il dibattito. Sia perché è in fin dei conti una responsabilità del gruppo dirigente tracciare una ipotesi, una prospettiva, sia pure condizionale; sia perché, e questo è più importante, le azioni concrete che oggi decidiamo di compiere hanno un effetto sulle posizioni che potremo prendere in futuro. Già più di una volta nel nostro partito abbiamo sentito discorsi come "dobbiamo navigare a vista", "quello che conta non è cosa faremo domani ma cosa facciamo oggi"; ecc. Il risultato di questo apparente buon senso fu la crisi devastante che condusse alla rottura con Prodi e alla scissione con Cossutta.

Nel 1999 il partito ha chiuso il tesseramento con 96mila iscritti, il che significa un calo di circa 26mila. I risultati elettorali delle europee sono fin troppo noti. Questi dati non sono solo il frutto della scissione, ma anche di una chiara difficoltà di orientamento del partito, particolarmente nella fase successiva alla guerra contro la Jugoslavia e alle elezioni europee.

Le trattative per le Regionali

Oggi Bertinotti tenta di dare una risposta a questo orientando il partito con decisione verso il centrosinistra.

Esageriamo? In 12 o 13 regioni è ormai avviato l’accordo elettorale con il centrosinistra. Si dica quello che si vuole sulle "discriminanti" e sulla "priorità ai programmi politici". La realtà è che laddove la trattativa salta, questo avviene per motivi non dipendenti dalla nostra volontà, ma da quella del centrosinistra. In Emilia Romagna e in Toscana perché sono convinti di poter vincere anche senza l’appoggio del Prc, in Calabria perché è troppo forte lo scontro fra Ds e popolari sul nome del candidato a presidente.

Di importanza strategica gli accordi che si vanno a siglare in Lombardia con l’ex segretario della Dc Martinazzoli e quello con la Livia Turco in Piemonte. Il gruppo dirigente nazionale, Bertinotti compreso, si è speso più di una volta per accreditare Martinazzoli come portatore di una politica diversa dal governo D’Alema. Così lo incoraggiava con dichiarazioni tipo "Martinazzoli si sta muovendo nella direzione giusta" proprio pochi giorni dopo che il centrosinistra in Lombardia votava assieme al Polo la legge di parità scolastica contenente anche finanziamenti alle scuole private. In Piemonte la nuova giunta regionale si troverà a gestire il mega-affare delle olimpiadi invernali di Torino, che ha conquistato la candidatura grazie all’azione congiunta della lobby Fiat e della giunta ulivista di Castellani. Ci pare evidente che il partito si troverebbe prigioniero di un potente comitato d’affari (ricordiamo i mondiali di calcio del ’90?) senza poter introdurre alcuna reale contraddizione nella sua politica.

Un accordo con D’Alema?

A coronare l’insieme delle trattative sulle regionali è venuta la proposta di Bertinotti, avanzata durante le feste natalizie, di riaprire un confronto con il governo D’Alema su alcuni punti concreti.

Il segretario ha posto quattro punti al centro di un’ipotetica trattativa da aprirsi con il governo:

1) Istituzione di un salario minimo legale;

2) Approvazione in tempi rapidi della legge sulle Rsu;

3) Un salario sociale per i disoccupati di lunga durata, da convertirsi eventualmente in sussidi per le imprese che li assumessero;

4) 200mila lire di aumento delle pensioni sociali minime, finanziate con l’introduzione della "Tobin tax" sui movimenti speculativi di capitali.

Ci sarebbe molto da dire su queste proposte. In particolare ci pare che proponendo un sussidio di disoccupazione che possa assumere la forma di incentivi alle imprese si entri in pieno nella logica del governo e della Confindustria. Abbiamo sempre combattuto l’idea che i posti di lavoro si creano abbassando il costo del lavoro, e oggi ci cadiamo dentro a capofitto.

Ma c’è anche un’altra domanda: è ovvio che se vi sono contraddizioni all’interno del governo (e certamente ve ne sono) su leggi e proposte che, anche in misura parziale vadano a migliorare le condizioni dei lavoratori, il nostro compito non è ignorarle, ma intervenirvi apertamente.

Il punto però è un altro: gli accordi che proponiamo ai Ds, o alla sinistra di quel partito, o al sindacato, devono essere delimitati con chiarezza. Chiunque deve capire che proponiamo un accordo preciso, ad esempio per la legge sulle rappresentanze che riguarda milioni di lavoratori. Ma si deve capire precisamente in cosa consiste l’accordo, dove comincia e dove finisce. Altrimenti la conclusione che si trarrà sarà, al di là delle intenzioni, grosso modo la seguente: Rifondazione corre in soccorso del governo che, come è noto, non ha una vera maggioranza in parlamento, e in cambio di qualche contentino è disposta a fare da stampella per il centrosinistra nelle regioni e, magari in futuro, anche per il governo nazionale. Bertinotti oggi dice tutto e il contrario di tutto sul governo, accreditando ogni possibile ipotesi. Questi metodi purtroppo non servono a "sorpendere" l’avversario, ma servono a prendere di sorpresa il nostro stesso partito, con un metodo di fatti compiuti, di svolte e controsvolte effettuate in parlamento sulle pagine dei giornali, che non faranno altro che rendere più difficile la militanza attiva e la partecipazione degli iscritti.

Bertinotti giustifica questa linea con una spiegazione singolare. Poiché, dice, ormai è chiaro a tutti che noi e i Ds siamo completamente diversi, possiamo con più tranquillità confrontarci sui fatti e sulle proposte concrete.

In altre pagine di questa edizione riferiamo del congresso dei Ds al Lingotto, ma ci pare che traspaia da un lato un’analisi unilaterale di quanto avviene in quel partito. Dire, come si dice nel documento conclusivo della direzione nazionale, che "per la prima volta il mondo del lavoro non trova una rappresentanza politica nel più grande partito della sinistra italiana" significa o fare un complimento decisamente immeritato ai Ds o al Pds di ieri e dell’altroieri, oppure ignorare candidamente le contraddizioni enormi che attraversano quel partito, espresse in modo molto chiaro dall’intervento di Cofferati, contraddizioni che esistevano prima del congresso e che oggi non sono affatto attenuate, ma piuttosto tendono ad accentuarsi.

Dato il contesto, ci pare che le definizioni dei Ds come "sinistra liberale" si tramutino in una sorta di consolazione ad uso e consumo dei tanti compagni che giustamente vedono di pessimo occhio gli accordi che si vanno concludendo col centrosinistra.

I compiti della sinistra del PRc

Ricade quindi sulle spalle della sinistra del partito il compito di dare una chiara spiegazione di quanto sta avvenendo, e soprattutto di proporre una linea alternativa d’intervento. E qui, nonostante tutte le difficoltà, va detto che esistono spazi nuovi sui quali intervenire. Nel paese e fra i lavoratori si cominciano a vedere chiari segni di un cambiamento nell’ambiente politico e sociale. Si tratta ovviamente di segnali parziali, tuttavia ci pare chiaro che lo scontro sui referendum radicali (dei quali riferiamo ampiamente in altre pagine di questo giornale) stia facendo da catalizzatore di tutta la frustrazione e le amarezze accumulate nei posti di lavoro in questi anni, e possa contribuire a far emergere nuove leve di militanti, a riportare alla partecipazione sindacale e politica tanti lavoratori che in questi anni si sono silenziosamente fatti da parte, osservando con sempre maggior scetticismo l’operato del centrosinistra e anche del nostro partito.

Il rischio oggi per la sinistra del Prc è di sottovalutare questi nuovi elementi e di rinchiudersi in una polemica ristretta contro le alleanze elettorali del partito. La nostra critica su questo terreno è già conosciuta, e spesso anche apprezzata da molti militanti del Prc. Il compito della prossima fase è di renderla più credibile non solo attraverso gli argomenti, ma anche attraverso l’azione e l’esempio. Dobbiamo ambire a costruire un intervento di massa, a partire dalla questione dei referendum, che mostri con i fatti che non siamo solo l’area dei "critici" o dei "malcontenti", ma che sappiamo anche mettere in pratica quanto diciamo.

Quei militanti che non comprendono questo, che non saranno in prima fila in questa battaglia di importanza storica non solo per Rifondazione ma per tutto il movimento operaio italiano, dimostreranno di non essere all’altezza del compito che ci siamo posti: costruire una nuova direzione per il Prc, che sappia rompere con la politica fin qui perseguita dal gruppo dirigente non solo nei documenti congressuali e nei programmi politici generali, ma anche sul terreno dell’azione concreta di massa.