Verso la sinistra alternativa? - Falcemartello

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Rifondazione Comunista

• Un contributo critico al dibattito •

La proposta lanciata da Luigi Pintor sulla Rivista del Manifesto, per la costituente di un nuovo soggetto della sinistra alternativa, ha aperto un forte dibattito in Rifondazione Comunista.

Al Comitato politico nazionale del 6-7 maggio Fausto Bertinotti si è mostrato disponibile ad aprire un processo in quella direzione lasciando però chiaro che non è in discussione lo scioglimento del partito: "Vorremmo poter lavorare ad una proposta, anche la più coraggiosa, ma che sia realistica, e che assuma un riconoscimento della necessità dell’esistenza del Prc stesso. Non lo diciamo, ci piacerebbe lo si comprendesse a pieno, per mero orgoglio di partito, bensì alla luce di un’analisi che indica quanto necessario sia, per i destini generali di un’alternativa, la presenza di un nuovo partito comunista in Italia. Del resto chi volesse porre al centro della discussione il superamento del Prc dovrebbe al contempo dire su che basi di proposta politica, con quali referenti sociali e in quale orizzonte ideologico colloca questa prospettiva: non mi pare di vederli in alcun luogo." (Sintesi della relazione di Fausto Bertinotti al Cpn, pubblicata su Liberazione del 7 maggio).

Queste sono le intenzioni soggettive espresse dal segretario, ma non si può escludere che aldilà delle intenzioni, altre siano le dinamiche che potrebbero innescarsi.

I soggetti e le basi politiche della sinistra alternativa

Secondo Pintor la proposta è rivolta a quelle forze della sinistra antigovernativa che hanno un comune denominatore anticapitalista, tra cui ci sarebbero oltre a Rifondazione comunista, "...gli ambientalisti, la sinistra sindacale, i centri sociali, molte esperienze di base che non hanno riferimento, quel che resiste della cultura democratica non omologata al sistema, donne e uomini che operano nei grandi comparti nell’ex stato sociale, il mondo della precarietà e della diversità." (Luigi Pintor, Una costituente, pubblicato sulla Rivista del manifesto del maggio 2000).

Bertinotti da parte sua, nella relazione al Cpn, aggiunge le forze del sindacalismo extraconfederale e dell’autoorganizzazione e la rete che va costruendosi attorno alla rivista Carta e ai Cantieri sociali.

Le discriminanti poste da Bertinotti per entrare a far parte della costituente sono due: il rifiuto della guerra e la critica alle politiche neoliberiste.

Il raggio è piuttosto ampio, considerando le attuali posizioni assunte (almeno a parole) dal Vaticano, tra i nuovi esponenti della sinistra alternativa, potrebbe esserci anche il Papa.

Con tutta probabilità il Pontefice non è interessato al progetto ma questo serve solo a dimostrare che di per sè le condizioni poste dal segretario del Prc sono talmente minimali da essere preoccupanti per l’estrema eterogeneità che avrebbe la nuova formazione politica.

Una costituente con pezzi del sindacato?

È un po’ singolare il riferimento che viene fatto alle realtà sindacali (sinistra Cgil e sindacati di base) come forze potenzialmente disponibili al progetto della sinistra alternativa.

Credo non sfugga a nessuno, tanto meno a Pintor e a Ber-tinotti la differenza che passa tra una forza politica e una sindacale.

Per la verità c’è una frangia del sindacalismo di base (ad esempio nello Slai Cobas) che sta rivalutando nella pratica, più che nella teoria, i metodi del "sindacalismo rivoluzionario" e cioè del sindacato che si fa forza politica generale, ma a parte la discutibilità di queste posizioni, chi sostiene questa linea lo fa in una ottica di netta contrapposizione e di competizione con il Prc.

Ma se ci riferiamo alle forze sindacali più prossime a Rifondazione le cose non cambiano di molto. È credibile che la sinistra Cgil (o parte di essa) in quanto tale aderisca a un siffatto progetto? Lo stesso discorso vale per i sindacati di base.

Una cosa è mettere assieme dei dirigenti di varia provenienza (politica, sindacale, associativa) per fare una rivista, altra cosa è costruire un soggetto politico.

Piuttosto che illudere i militanti del partito sulle forze che potremmo mettere in moto nel movimento operaio con la proposta della Costituente, dovremo incalzare i vertici della sinistra sindacale (a partire dai nostri funzionari per arrivare a tutti gli altri) perchè smettano di fare una finta opposizione alla linea concertativa di Cofferati e si impegnino a dare battaglia nei luoghi di lavoro.

Forze antigoverniste e anticapitaliste?

Pintor nel suo articolo esprime un’idea corretta quando sostiene: "Ciò che noi combattiamo non è il liberismo o il capitalismo selvaggio, che sono i bersagli più facili, ma il capitalismo senza aggettivi"

In un certo senso fa un passo avanti rispetto a Bertinotti perchè dice apertamente che non basta essere contro il liberismo per entrare a far parte della costituente ma è necessario opporsi al capitalismo in quanto tale.

Questo intento se venisse seguito con coerenza taglierebbe la strada a tutti coloro che di fronte all’offensiva liberista propongono delle soluzioni riformiste di tipo keynesiano.

A parte il paradosso che lo stesso Bertinotti, al quarto congresso nazionale, ha fatto propria la linea keynesiana, non vediamo come possano considerarsi anticapitaliste e antigovernative la gran parte delle altre realtà a cui si richiama Pintor: gli ambientalisti, i pacifisti, i centri sociali.

La parabola degli ambientalisti italiani è stata probabilmente una delle più deludenti sul panorama europeo. Per quattro anni i Verdi sono stati organici al governo e pur controllando il ministero dell’Ambiente non si sono distinti neanche sulla politica ecologica, se non per questioni marginali.

Di presunti pacifisti era pieno il governo che ha fatto la guerra in Kosovo, per non parlare delle tante associazioni pacifiste che hanno sostenuto l’intervento imperialista con la scusa che non si poteva chiudere gli occhi sul massacro perpetrato contro gli albanesi.

Un settore dei centri sociali (si pensi al Leoncavallo, ai centri sociali del nordest) si è gettato, anima e corpo nella trattativa con le istituzioni e in una logica collaborativa con il governo (attraverso la ministra della Solidarietà sociale, Livia Turco), come è stato denunciato da quelle realtà che hanno rotto con il Leoncavallo e che si rifanno all’area dell’Autonomia; questi ultimi, che pure a modo loro, sono antigovernativi e anticapitalisti non sono disponibili ad aprire un percorso costituente con Rifondazione Comunista (dubitiamo che lo stesso Bertinotti sia interessato a loro).

Che dire infine del Manifesto e di coloro che collaborano alla Rivista che si propone come promotrice del progetto? A partire dal ‘96 il Manifesto non ha fatto che coprire da sinistra il governo dell’Ulivo, anche dopo l’uscita dalla maggioranza di Rifondazione.

Abbiamo interesse a recuperare dalla finestra quel ceto politico che è uscito dalla porta, rompendo con noi in passato su questioni fondamentali di classe come quella del sostegno al governo Dini? Ogni riferimento a Lucio Magri (attuale direttore della Rivista del Manifesto) è puramente voluto. Ci dica se ha cambiato idea rispetto alle posizioni che ha difeso cinque anni fa, ma non ci pare.

Ovviamente i referenti possibili non si esauriscono qui, ce ne sono altri: comitati, associazioni che rappresentano movimenti reali, per quanto parziali, che si contrappongono alle diverse forme di oppressione della società capitalista (tra questi certamente vanno considerati i movimenti contro il razzismo, i movimenti femminili, quelli dei gay e delle lesbiche e altri ancora).

Ma domandiamoci una cosa: se sono nati come realtà di movimento perchè dovrebbero entrare a far parte di una formazione politica, cambiando la loro natura? Inoltre perchè mai gli attivisti di questi movimenti non potrebbero essere conquistati a una prospettiva più generale come quella del comunismo?

La conclusione che se ne può trarre è che la proposta della Costituente nasconda un elemento di scetticismo sulla capacità del marxismo di dare risposte esaurienti alle domande di liberazione che vengono sollevate da questi e da altri soggetti che entrano in conflitto con il sistema.

Ma se questi sono i presupposti perchè tenere in piedi un partito comunista? Non basterebbe un forum delle associazioni?

Realizzare Seattle qui e ora

Le politiche del grande capitale di questi anni hanno devastato le economie di due terzi dei paesi del mondo provocando sofferenze infinite, carestie, guerre, conflitti etnici, supersfruttamento della forza lavoro.

A Seattle ha preso forma un movimento contro le politiche liberiste che ha fatto emergere una forte radicalizzazione di strati giovanili e del movimento operaio. Bertinotti nell’intervento al Cpn si domanda: perchè Seattle va bene solo altrove e noi non ci dobbiamo mettere in grado di realizzarla qui ed ora? Molto suggestivo, ma si sta parlando di organizzare una manifestazione o di costruire una forza politica?

Tra le due cose c’è una certa differenza, e non si può mescolare livelli così diversi se non si vuole cadere nella confusione più totale.

Il movimento sorto a Seattle contro il Wto, che va diffondendosi in tutto il mondo attorno ai convegni degli istituti mondiali del capitalismo, è un fatto estremamente importante che mostra le difficoltà dell’imperialismo e delle multinazionali a mantenere il proprio dominio sul pianeta.

Ma allo stesso tempo si può dire che quel movimento contenga al proprio interno una proposta politica omogenea in grado di opporre al capitalismo un’alternativa coerente e complessiva?

Ci permettiamo di dubitarlo considerando che a partecipare ci sono i soggetti più diversi, dai pacifisti e gli ecologisti dei più disparati orientamenti, ai centri sociali, dai sindacati americani ai sindacati extraconfederali europei, dagli autonomi a Rifondazione Comunista, passando per Le Monde Diplomatique e Carta.

Un partito o comunque una forza politica non può nascere contro qualcosa, ma deve avere un progetto, un ideale di società da opporre al capitalismo.

Cosa propone loro il marxismo? Dovendo rispondere a questa domanda potremmo dire l’abbattimento del capitalismo per la costruzione di una società senza classi dove la produzione non è finalizzata ai profitti, ma alla soddisfazione dei bisogni della popolazione.

Sulla base di questo intento si organizza e si costruisce un partito comunista; logicamente in un percorso del genere esistono dei passaggi intermedi in cui è imprescindibile che i comunisti costruiscano delle alleanze tattiche e dei fronti di unità nell’azione che diano la possibilità di allargare il più possibile la propria area di ascolto e influenza.

Una proposta tattica si misura su questo metro: fa fare un passo in avanti alla coscienza delle masse nella prospettiva della trasformazione della società? Se questo avviene una politica unitaria è giustificata anche con forze che non si dichiarino comuniste, nè rivoluzionarie, ma questo non significa affatto che il Partito comunista rinuncia alla propria indipendenza sul piano politico e organizzativo.

Pesiamo tutti allo stesso modo?

Più volte Bertinotti ha lasciato trasparire una concezione "federativa" secondo la quale in una futura costituente tutti i soggetti avrebbero un peso analogo. E d’altra parte, se così non fosse crediamo che ben pochi dei soggetti fin qui nominati accetterebbe un rapporto col Prc che non fosse paritario, indipendentemente dal peso e dal reale radicamento che esprimono.

L’opinione di un centro sociale, di un’associazione pacifista, di un club ecologista con qualche decina di aderenti può contare quanto un partito comunista che ha centomila iscritti in tutto il paese?

Una federazione basata su questi criteri può solo indebolire il peso che i militanti di base hanno sulla determinazione della linea del partito, sovrarappresentando negli organismi dirigenti dei "generali senza esercito" e favorendo la logica delle lobbies in quanto chiunque abbia delle ambizioni personali potrebbe inserirsi "conquistando un posto al sole" pur non avendo alle proprie spalle alcuna dote in termini di rappresentanza politica.

È ovvio che indipendentemente dalla formula organizzativa, ci sarà una naturale propensione da parte di quelle realtà che non provengono da Rifondazione a voler contare più di quello che realmente rappresentano accusando il partito di "imporre il proprio peso" ogni qual volta riterranno non venga dato loro lo spazio che considerano necessario.

E non è difficile immaginare che i dibattiti più scottanti sulle scelte istituzionali e sulle alleanze verrebbero sempre più sottratti alla partecipazione democratica dei militanti e degli organismi del partito.

L’esperienza di Izquierda Unida

Qualcosa del genere si è vista quando nell’86 il Partito comunista spagnolo (Pce) diede vita ad Izquierda Unida (Sinistra Unita).

Ogni volta che si tocca questo argomento nei dibattiti del Prc cade un silenzio imbarazzato, quasi si volesse esorcizzare l’esperienza dei compagni spagnoli, eppure un bilancio sarebbe necessario in quanto rappresenta il tentativo più serio fatto da un Partito comunista nella costruzione di una sinistra "più ampia".

La proposta di Izquierda Unida venne avanzata in un periodo di crisi del comunismo spagnolo. I comunisti si erano divisi in tre formazioni diverse che tutte assieme contavano meno di un quarto dei militanti che il Pce aveva dopo la caduta del regime di Franco. La proposta dell’Izquierda Unida si proponeva in primo luogo di riunificare i tre partiti comunisti, progetto che fallì miseramente (il settore di destra di Carrillo confluì nel Partito socialista-Psoe, mentre il Pcpe si trasformò in un gruppetto ultraminoritario).

Alla fine nella federazione che si costruì attorno al Pce di Anguita entrarono a far parte realtà poco significative del pacifismo, dell’ambientalismo e della sinistra socialista.

In realtà queste formazioni portarono ben pochi militanti alla coalizione al punto che la base militante di Izquierda Unida era la stessa del Pce, mentre al vertice vennero imbarcati un certo numero di notabili che si accreditavano come rappresentanti dei movimenti.

Per la verità i settori più vitali del movimento (ad esempio quelli che nacquero a metà degli anni ‘80 contro l’entrata della Spagna nella Nato) non aderirono ad Izquierda Unida, non avendo alcun interesse in quanto movimenti ad istituzionalizzarsi.

Tra l’altro molti degli attivisti di quei comitati e associazioni erano già da prima militanti del Partito comunista.

Ben presto quel ceto politico che aderì ad Iu sviluppò una particolare sinergia con i settori di destra del partito (i renovadores) che concepivano Iu come una formazione in cui il Pce doveva sciogliersi per abbracciare una linea socialdemocratica.

Contro di loro ci fu una vera e propria reazione della base militante del Pce che impedì ad Anguita di assumere posizioni tese a liquidare il partito.

Tuttavia il segretario del Pce non si impegnò mai in una battaglia coerente ma fu costantemente alla ricerca di accordi con la destra del partito che nonostante lo scarso appoggio di cui godeva nella base aveva un forte peso istituzionale e una presenza di primo piano nel gruppo dirigente delle Comisiones Obreras, il principale sindacato spagnolo.

La corrente di destra che assunse in seguito il nome di Nuova Izquierda dopo un lungo periodo in cui prendeva posizione autonome nelle istituzioni e nel sindacato comportandosi come una forza estranea al Pce decise di rompere formalmente con il partito e poi anche con Izquierda Unida quando decise di sostenere in Parlamento la controriforma del lavoro proposta dal governo Aznar. Dettero così vita al Pdni (Partito democratico de la Nuova Izquierda) che si trasformò ben presto in un appendice del gruppo dirigente del Psoe.

La cosa grave è che in tutti questi anni, lavorando per Izquierda Unida e mettendo tutte le forze dei comunisti a disposizione della coalizione, progressivamente il Partito comunista ha perso di visibilità e non è stato in grado di proporsi direttamente alle masse provocando al suo interno una crisi ancora più profonda che si è trascinata fino ai giorni nostri.

La proposta di Izquierda Unida fu un tentativo maldestro di rispondere a una crisi che aveva precise ragioni politiche: l’accettazione da parte del Pce della monarchia, della politica dei patti sociali, l’arrendevolezza mostrata nei confronti della borghesia nel periodo dell’uscita dalla dittatura franchista. Non era una "trovata" organizzativa che poteva far uscire i comunisti spagnoli dal pantano, ma un bilancio serio degli errori politici che erano stati commessi.

Non si può negare che quell’esperimento che oggi si propone in qualche modo di praticare in Italia sia stato fallimentare da tutti i punti di vista.

Se Bertinotti ha in testa qualcosa di diverso da Izquierda Unida lo dica, ma quello che non si può fare è proporre la costituente senza neanche nominare quella esperienza.

Si aggiunga che il Pce degli anni ‘80 per quanto in crisi, era un partito con un radicamento sociale notevolmente superiore a quello di cui dispone attualmente il Prc, se non altro perchè i comunisti spagnoli avevano un legame molto forte con la classe operaia grazie alla loro forza nelle Comisiones Obreras.

Se la proposta dell’Izquierda Unida ha comportato dei guasti gravi sul funzionamento della struttura del Partito comunista spagnolo, immaginiamo gli effetti devastanti che potrebbe avere un’operazione del genere su un partito più "leggero" quale è oggi Rifondazione comunista.

Anguita, come Bertinotti, non voleva sciogliere il partito, ma con la Izquierda Unida ha innescato un processo che si è spinto proprio in quella direzione.

E non è un caso che oggi tra i militanti più coscienti del Pce si faccia strada una posizione politica che potremo riassumere così: "Più Partito Comunista, meno Izquierda Unida".

Le divisioni nella maggioranza del partito

Nella maggioranza del partito sulla questione della sinistra alternativa esistono da tempo concezioni diverse che solo di recente iniziano ad esprimersi apertamente.

Su un editoriale della rivista comunista l’Ernesto Gianluigi Pegolo membro della segreteria nazionale del Prc, ha espresso tutti i suoi dubbi sulla costituente.

Riportiamo un passaggio del suo articolo in cui viene affrontato il rapporto che andrebbe stabilito con le sinistre critiche: "È del tutto evidente che riuscire a stabilire una convergenza con queste realtà su una serie di questioni politicamente decisive sarebbe importante. Il problema tuttavia è come farlo. E qui sorge la questione della nascita di un "polo" o più concretamente della praticabilità di certe proposte organizzative che alludono esplicitamente alla costituzione di una nuova formazione politica della sinistra.

Ebbene a me pare che tali proposte non rispondano alle esigenze che vi sono e rischino invece di ottenere risultati opposti. Date le differenze esistenti prima richiamate vi è infatti il rischio di dar vita a nuove formazioni deboli dal punto di vista progettuale, unificate più sui dissensi che non sulle proposte e quindi poco credibili.

Non solo, vi è anche il rischio che, alla prova dei fatti, ciò si traduca nell’unificazione, da un lato di ceti politici e, dall’altro, nella crisi dell’unico soggetto organizzato oggi presente in questa galassia che è Rifon-dazione comunista.

Pertanto, anzichè pensare di superare la parzialità di tante esperienze attraverso strette organizzative artificiose, penso sarebbe molto più produttivo, sulla base di piattaforme di iniziativa condivise, produrre fatti politici concreti e promuovere un dibattito serio che faccia crescere elementi di progetto comune." (Prc e svolta politica, l’Ernesto n°2-2000)

Concetti simili sono stati da lui espressi anche nella direzione nazionale.

È positivo che ci siano dei compagni nella segreteria nazionale che si rendano conto dei pericoli impliciti nella proposta della costituente e che abbiano a cuore la difesa dell’identità del partito.

Allo stesso tempo bisogna dire che l’indipendenza dei comunisti non la si difende solo salvaguardando i confini organizzativi del partito, ma in primo luogo con una politica che tuteli gli interessi della classe operaia e dei ceti subalterni.

Non è sufficiente avere una bandiera con la falce e martello e una struttura organizzata se poi la si usa per portare avanti politiche di subordinazione alla classe dominante come quelle che il Prc ha sostenuto quando era nella maggioranza del governo Prodi (si pensi alle Finanziarie del ‘96-‘97, al Pacchetto Treu, ai finanziamenti alle scuole private, alle privatizzazioni, alla legge Turco-Napolitano e la lista potrebbe continuare a lungo) o che continua a difendere nelle giunte locali , laddove governa con il centrosinistra.

Quei compagni come Pegolo, che oggi criticano Bertinotti sulla proposta della sinistra alternativa, sono stati i difensori più convinti degli accordi alle regionali mostrando una spiccata predisposizione ad accettare qualsiasi alleanza pur di "salvare la rappresentanza istituzionale del partito".

E su questa questione la nostra distanza con loro non può che essere abissale perchè è proprio questa politica "istituzionalista" che alla fine ha spinto il partito nella crisi in cui è entrato a cavallo tra il ‘97 e il ‘98.

Alle ultime regionali si sono recuperati 100mila voti sulle Europee dell’anno scorso, ma dopo averne persi più di un milione rispetto alle regionali del ‘95. Ma è soprattutto la militanza che è andata riducendosi drasticamente come il radicamento sociale del partito.

Difendere il partito comunista con una

politica rivoluzionaria

L’esistenza di un partito comunista non è un fine in sè, ma è in funzione di una prospettiva di superamento del sistema capitalistico.

In quasi 10 anni di esistenza il gruppo dirigente del partito non è stato ancora in grado di dare una risposta definitiva sulle questioni strategiche fondamentali che riguardano la Rifonda-zione Comu-nista: il mo-dello di so-cietà, la critica dello stalinismo e le cause del crollo dei re-gimi dell’est, la fase che attraversa il capitalismo mondiale, la questione della rottura rivoluzionaria e il ruolo del partito nel processo della trasformazione, solo per citarne alcuni.

Per la verità la minoranza congressuale su questi terreni ha dato il proprio contributo nelle tesi congressuali, nei dibattiti degli organismi dirigenti, attraverso le riviste di area.

Da parte della maggioranza le risposte sono sempre state vaghe, imprecise, contradditorie e "provvisorie" alla eterna ricerca dei "nuovi processi in atto" su cui indagare e di cui non si capisce mai la portata, la profondità, le mutazioni che debbano comportare nei rapporti tra le classi, nel tessuto sociale, nelle forme organizzative del partito.

Ogni volta che si propone di fare una svolta sul piano politico e organizzativo il ritornello che viene utilizzato dai dirigenti del partito è sempre lo stesso: il vecchio modello leninista non può più essere applicato alla realtà attuale, la questione del potere è superata, bisogna contaminare la società e farsi contaminare dai pensieri critici e antagonisti, la classe operaia di una volta non esiste più, è in corso un processo di frammentazione, ecc.

E un continuo farfugliare sulla necessità di liberarci dalle vecchie concezioni terzinternazionaliste, gettando a mare questa zavorra che ci opprime.

Noi domandiamo per abbracciare cosa?

Pensieri così originali e così moderni da essere più vecchi di Marx, concezioni che ripropongono vecchie ricette dal sapore proudhoniano e del socialismo utopico contro cui Marx e Lenin si sono battuti per affermare le posizioni del socialismo scientifico e del comunismo?

A chi si limita a difendere l’esistenza del partito comunista senza mettere in campo una politica corrispondente diciamo che così non c’è modo di salvare il partito.

Quanto è avvenuto con gli scissionisti del Prc lo dimostra. Cossutta si è sempre battuto per difendere l’esistenza di un partito comunista, ma la sua linea di accordi senza principi ha imprigionato il Pdci, in una politica di collaborazione di classe che alla lunga porterà quel partito ad assumere un ruolo testimoniale o peggio a dissolversi nel nulla.

Ai lavoratori serve ben poco un partito come il Pdci, che pur di difendere la propria rappresentanza istituzionale si è spinto fino al punto di sostenere la guerra nei Balcani voluta dall’imperialismo.

Se non c’è una radicale revisione della politica delle alleanze la linea che oggi difendono i "partitisti" nel Prc non è meno liquidatoria di quella bertinottiana.

Si può mantenere in piedi l’esistenza di un partito comunista, ma se questo partito non ha al centro della propria strategia una assoluta indipendenza di classe, l’indisponibilità ad accordi con le rappresentanze politiche della borghesia e la prospettiva dell’abbattimento del capitalismo e della trasformazione della società, il Partito della Rifondazione Comunista è comunque destinato ad essere inglobato dal capitale e a non svolgere il ruolo di liberazione sociale che in definitiva è la unica ragione che ne giustifica l’esistenza.