VI Congresso del Prc - Falcemartello

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Rompere con Prodi

Preparare l’alternativa operaia

Primi Firmatari: Claudio Bellotti, Alessandro Giardiello

(Sintesi del 5° documento)

Il VI congresso del partito assume un carattere di straordinarietà. Siamo tutti chiamati a scelte che avranno profonde conseguenze sul futuro del nostro partito e del movimento operaio.

L’abbraccio con Prodi e con la Gad coincide con un rapido scivolamento moderato nelle nostre parole d’ordine, nell’azione del partito e nella sua linea complessiva. L’accordo sottoscritto l’11 ottobre tra tutti i partiti della Gad implica l’abbandono di quella che era stata finora la parola d’ordine centrale avanzata dal partito, ossia il ritiro delle truppe “senza se e senza ma”. L’accettazione dei meccanismi dell’alleanza e in particolare il principio del voto a maggioranza mette a rischio l’autonomia politica del partito.

Questa perdita dell’indipendenza del partito è lo sbocco di un lungo processo di revisione politica e ideologica, di un grave indebolimento organizzativo e di una prassi che ha portato il Prc ad allontanarsi drammaticamente dal movimento operaio e dalla concezione di classe del marxismo.

È quindi necessaria una svolta radicale verso una strategia credibile per la costruzione di una reale alternativa e di uno sbocco politico alle grandi mobilitazioni di questi anni.

Siamo entrati in una nuova fase storica, in una crisi organica del capitalismo su scala mondiale. In Europa, in India, in Sudafrica, in America latina, vediamo lo sviluppo di giganteschi movimenti di massa che nelle loro punte avanzate giungono a porre la questione dell’alternativa rivoluzionaria, come è accaduto in Argentina, Bolivia, Venezuela.

Alla ripresa del movimento della classe operaia e dei popoli oppressi su scala mondiale, si aggiunge la crisi dell’imperialismo Usa in Iraq, dove a fronte di una resistenza di massa all’occupazione (cosa ben diversa dall’azione dei piccoli gruppi fondamentalisti reazionari che riempono i telegiornali) comincia a delinearsi la prospettiva di una sconfitta storica degli Stati uniti e dei loro alleati.

I comunisti devono dichiarare ad alta voce che il popolo iracheno ha il diritto e il dovere di ribellarsi a un’occupazione criminale, che tale lotta può essere vittoriosa solo come lotta di massa con al centro la classe operaia verso la prospettiva di un’insurrezione di massa che cacci gli occupanti.

Seppure in condizioni e con ritmi diversi assistiamo a un risveglio del movimento operaio europeo. Negli ultimi tre anni in Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Austria e Olanda abbiamo assistito al ritorno dei lavoratori sulla scena con gigantesche manifestazioni, scioperi, scioperi generali. Queste mobilitazioni ci dicono che è in campo una nuova generazione che comincia a lasciarsi alle spalle gli anni delle sconfitte e della concertazione. Il processo è particolarmente chiaro in Italia, dove accanto alle gigantesche mobilitazioni per l’articolo 18 e contro la guerra abbiamo visto anche una serie di vertenze locali estremamente sintomatiche. Le mobilitazioni che si sono susseguite partendo dalla lotta alla Fiat nel 2002, in particolare a Termini Imerese, proseguendo con i momenti più avanzati della lotta dei metalmeccanici per il contratto e le lotte degli autoferrotranvieri, dei siderurgici di Terni e Genova, e da ultimo (per ora) la lotta di Melfi, sono significative perché indicano le caratteristiche della nuova fase: la disponibilità ad utilizzare metodi di lotta radicali sfidando le leggi antisciopero, l’estesa solidarietà che hanno trovato nella popolazione, il ruolo di riferimento che hanno svolto, per cui l’idea che “bisogna fare come a Melfi” diventa il modo più chiaro e popolare per esprimere l’idea di una lotta intransigente e decisa a strappare il risultato.

Questo ha avuto un riflesso anche su mobilitazioni anche non direttamente operaie, che hanno indubbiamente interagito con queste lotte di fabbrica: Scanzano, Acerra, la lotta in difesa della scuola pubblica, e così via. Di particolare importanza a questo riguardo sono le lotte degli immigrati sia attorno alle loro specifiche rivendicazioni, sia con la loro partecipazione sempre più numerosa alle mobilitazioni generali del sindacato e del movimento contro la guerra.

È indiscutibile che senza il risveglio operaio che si è manifestato in questi anni non si sarebbero date neppure le condizioni per questo genere di mobilitazioni sul territorio.

Il V congresso del partito si era svolto all’insegna della svolta verso i movimenti, della “contaminazione”, della immersione e anzi dell’identificazione completa del Prc con il movimento noglobal. Tale svolta è stata accompagnata da un vasto processo di revisione ideologica (religione, nonviolenza, resistenza, “spirale guerra-terrorismo”, ruolo del partito e via di seguito) che avrebbe dovuto, nelle intenzioni dichiarate, rimuovere gli ostacoli che si frapponevano fra i protagonisti dei movimenti e la struttura organizzata del partito stesso. Balza agli occhi come a tre anni da quel congresso questo obiettivo sia stato mancato. I dati del tessaramento, della militanza, della diffusione di Liberazione, insomma tutti gli indicatori dell’influenza organizzata del partito sono in calo costante.

Nel movimento noglobal il tentativo di matrimonio con i Disobbedienti di Casarini è finito in cocci, senza procurarci alcun vantaggio politico e anzi con l’uscita dal partito di alcuni settori dei Giovani comunisti.

Nel movimento sindacale l’influenza organizzata del Prc è ridotta ai minimi termini, al punto che l’argomento pare scomparso dal dibattito del partito, creando la prassi di una pura delega nei confronti dei settori più a sinistra nei gruppi dirigenti della Cgil.

Anche la rottura con lo stalinismo è stata condotta in nome di una genericissima critica del “novecento” e della presa del potere nella quale obiettivamente viene rimossa l’eredità irrinunciabile della Rivoluzione d’ottobre e dell’elaborazione dell’Internazionale comunista prima della degenerazione stalinista.

Scopo del dibattito congressuale è tracciare una strada credibile attraverso la quale il Prc possa diventare una forza egemonica nel movimento operaio e quindi rovesciare i rapporti di forza a sinistra. La possibilità di questo obiettivo discende dalla crisi del riformismo, crisi che deriva da una situazione economica che annulla i margini per politiche di riforme e spinge la socialdemocrazia in tutta Europa ad abbracciare una linea di duri attacchi allo stato sociale come vediamo oggi in modo particolarmente evidente in Germania. La crisi politica della socialdemocrazia si manifesta anche nelle crescenti divisioni che attraversano i partiti dell’Internazionale socialista e i sindacati di massa in Europa. Timidamente tornano a farsi sentire posizioni critiche e si aggrega una sinistra più o meno consistente, in un processo che significativamente interessa anche e soprattutto le grandi organizzazioni sindacali. Lo abbiamo visto prima con il “cofferatismo” e poi con l’emergere di una posizione distinta della Fiom rispetto alla Cgil, lo vediamo in Germania nell’Ig Metall e nella differenziazione di alcuni gruppi di sinistra all’interno della socialdemocrazia, in Gran Bretagna con il riemergere di un’opposizione a Blair all’interno del Labour, frutto principalmente di una serie di parziali spostamenti a sinistra negli apparati sindacali.

Queste correnti di sinistra si caratterizzano soprattutto per la loro incertezza nel contrapporsi alla destra socialdemocratica e per la loro completa confusione politica e programmatica. Sono unite dall’illusione che l’unificazione europea possa creare quegli spazi economici sufficienti per una politica di riforme. Tutto questo si infrangerà contro la dura realtà dei fatti: il processo di integrazione europea, nella misura in cui procede, è fatto esclusivamente di politiche antioperaie e reazionarie sia sul piano interno (patto di stabilità, liberalizzazioni, privatizzazioni attacco alle pensioni, ecc.) sia sul piano internazionale (esercito europeo, leggi anti immigrazione, ecc.).

La costruzione del Partito della sinistra europea si è fondata precisamente sull’ipotesi che il processo di unificazione dell’Europa capitalista possa creare margini per una politica di riforme. È questo il contenuto della parola d’ordine dell’“Europa sociale”, ormai adottata anche da settori della cosiddetta sinistra d’alternativa e radicale (ad esempio la Lcr francese).

Sulla base di queste considerazioni, porremo all’attenzione dei compagni nel dibattito congressuale una proposta complessiva che ruoti attorno ai seguenti punti.

1) L’elaborazione di elementi di un programma di alternativa, che a partire dalla difesa intransigente degli interessi di classe e dalla riconquista del terreno perduto in questi anni prefiguri lo sbocco socialista di fronte alla crisi organica del capitalismo, con il suo carico di crisi economica, guerre, distruzioni, razzismo e barbarie crescente.

2) La necessità dell’unità nella lotta contro la destra non implica affatto l’obbligo di andare al governo con Prodi e con la Gad. Sia nelle mobilitazioni di massa che, quando arriveranno, nelle elezioni, dobbiamo elaborare una politica che proponga il necessario terreno unitario alle altre forze della sinistra senza tuttavia sacrificare l’indipendenza politica e di classe del Prc di fronte a un’alleanza che è evidentemente egemonizzata dalla sua componente borghese e centrista, a partire dalla leadership di Prodi.

3) La parola d’ordine della rottura al centro ha quindi un significato strategico al quale andrà anche subordinata la tattica elettorale, al fine di resistere alla pressione del “voto utile” e dell’unità ad ogni costo. L’applicazione concreta di tale posizione potrà consistere in una desistenza (totale o parziale, concordata o unilaterale) verso le sole forze della sinistra, senza alcuna disponibilità a votare candidati borghesi dei partiti di centro. Una proposta difensiva, quindi, volta a salvaguardare l’indipendenza politica del partito mantenendo al tempo stesso aperto un canale di comunicazione con la base di massa delle altre forze della sinistra, per posizionare il partito successivamente nella migliore condizione per passare all’offensiva, una volta che agli occhi delle masse si paleserà in modo sempre più evidente la crisi delle politiche riformiste.

4) L’illusione che si possa aggirare il problema della posizione tutt’ora maggioritaria dei Ds sul movimento operaio con la sola denuncia delle loro politiche borghesi o con la costruzione di “poli di classe alternativi” è fallimentare, come si è dimostrato in tutte le occasioni in cui forze dell’estrema sinistra hanno raggiunto un significativo appoggio elettorale (Francia, Argentina) per poi perderlo rapidamente proprio per i loro limiti di settarismo.

5) Il rifiuto dell’alleanza di governo con Prodi e la Gad (e di qualsiasi governo di collaborazione con i partiti della borghesia) non può quindi essere inteso come una opposizione pregiudiziale e assoluta ad entrare in qualsiasi governo. Tuttavia oggi non solo l’egemonia centrista sulla coalizione della Gad, ma anche l’eredità di una lunga subordinazione dei Ds a politiche concertative e liberiste impedisce uno sbocco di alternativa su questo terreno.

Lavoriamo quindi a una strategia di medio periodo che attraverso lo sviluppo delle lotte e una corretta tattica da parte nostra crei le condizioni per rompere la collaborazione di classe e concertativa che in questo decennio ha ingabbiato le forze della sinistra e apra la strada a un governo operaio che basandosi sul movimento di massa e sulla capacità di autorganizzazione della classe lavoratrice getti le basi della trasformazione della società in senso socialista.