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Quando devi chiedere ulteriori sacrifici ad una generazione già duramente messa alla prova, devi preparare il terreno elargendo falsa coscienza e ideologia a piene mani. Questo deve aver suggerito Mario Monti ai suoi ministri.

C’è da smantellare quel poco che rimane di diritti sindacali e di tutele dei lavoratori in questo paese. Provano a far credere che il giovane lavoratore italiano sia oppresso da leggi che lo condannano alla noia, che preferisce al lavoro solo perché si tratta di uno scansafatiche ancora legato alla gonnella della mamma.

Così Monti, Fornero, Cancellieri hanno vomitato le solite consumate storielle: quella del posto di lavoro che si richiude come una porta dell’inferno lasciando ogni speranza al malcapitato lavoratore con contratto a tempo indeterminato e quella dei lavori che nessuno più vuole fare perché si preferisce stare in casa oltre i trenta e più anni, magari a succhiare come sanguisughe le laute pensioni di mamma e papà, anche quelle certamente da gettare nella spazzatura della storia per superare l’apartheid dei giovani dagli anziani tutelati. Naturalmente in direzione della precarizzazione di tutti quanti.

Insomma, “l’Italia peggiore”, quella del giovane e moderno proletariato precario così soprannominato da Renato Brunetta, è diventata “l’Italia annoiata e pantofolaia”.

Quando però scendiamo dal regno delle idee bizzarre a quello della vita reale, troviamo due milioni di giovani che non studiano, non lavorano, non si formano. Che semplicemente hanno smesso di cercare. Il fenomeno che gli istituti di statistica chiamano con il nome di “disoccupazione strutturale”. Quella, di certo, è una vera condanna. Altre 10 milioni di persone hanno un contratto di lavoro precario. Ed è bene far notare che quando si parla di precarietà, non si fa solo riferimento a un contratto di lavoro a tempo determinato, ma a una giungla di forme contrattuali il cui denominatore comune è sostanzialmente rappresentato dalla mancanza totale di ogni forma di tutela.

Il giovane lavoratore non si ammala, non fa figli, non va in ferie (altrimenti non percepisce la paga), può essere lasciato a casa facilmente e senza alcuna forma di indennità quando non serve più. L’ingranaggio perfetto per la schiavitù salariale. Se poi ti chiedono di aprire una partita Iva ti paghi i contributi; se hai una borsa di studio, quelli neppure ti figurano. Tanto se li versi alla gestione separata, la tua pensione non esisterà o avrà un ammontare ridicolo che in media si aggirerà attorno ai 400-500 euro mensili.

Quanto ai mammoni che vogliono lavorare nella stessa città accanto a mamma e papà, strano fenomeno quello fotografato dal rapporto Svimez che dice di un nuovo epocale esodo di giovani dal Sud al Nord del paese, molto simile a quello dei primi anni ’60, e che riguarda ben 270mila giovani ogni anno, ovvero ogni anno una provincia grande quanto Caltanisetta, ma abitata solo da ventenni, che si svuota e viene cancellata.

Le ragioni di così tanta perseveranza da parte della compagine ministeriale di Monti risiedono tutte nella necessità di far digerire la riforma del mercato del lavoro (leggi libertà totale di licenziamento) e degli ammortizzatori sociali. Rispetto a quest’ultimo punto non è da sottovalutare la grandezza di un’altra enorme panzana.

Ci spiegano, infatti, che la cancellazione dell’articolo 18 sarà accompagnata da un’innovativa riforma degli ammortizzatori sociali che consentirà a chi è stato licenziato di essere accompagnato e sostenuto verso la ricerca di una nuova occupazione, nel modello della flexicurity danese.

Magari ci potessero chiarire lorsignori dove intendono trovare le risorse economiche per garantire un sussidio di disoccupazione pari al 90% dell’ultimo salario ai 600mila lavoratori che annualmente sono coinvolti in procedure di cassa integrazione, agli oltre 800mila lavoratori che hanno perso il loro posto di lavoro nel triennio della crisi (2008-2011), a quel 31% di disoccupazione giovanile strutturale… C’è da ridere amaro a sentire le parole del senatore Pd Ichino che sentenzia che i soldi le imprese potranno recuperarli dalla eliminazione dei costi legati alle vertenze…

La realtà è che, nelle intenzioni della borghesia, ciò che di concreto rimarrà di tutta questa discussione sarà la cancellazione di ogni forma di tutela nel mondo del lavoro. Ma ancora, chiediamoci, perché? Perché tanta ostinazione nel creare un esercito di precari? Tutto questo perché il sistema produttivo italiano è fondamentalmente fragile, basato sulla piccola e media impresa, scarsamente tecnologizzato, incapace di competere in termini infrastrutturali e di capacità innovativa, al punto tale che i costi di logistica sono il doppio dei costi del lavoro, senza considerare che tra questi ultimi i salari risultano essere un fattore marginale, mentre maggior peso specifico ha la parte legata alla scarsa produttività fornita dai macchinari e dalla tecnologia a disposizione.

In poche parole, tutto questo significa che, rimanendo nell’ambito dei vincoli del capitale e della politica della zona Euro, l’Italia potrà uscire dalla crisi solo ridisegnandosi come un mercato del lavoro scarsamente protetto, con una legislazione a tutela dei lavoratori carente, un sindacato debole o cooptato, una manodopera a costi molto bassi. Nella speranza che questo possa attrarre nuovi capitali e investimenti. Una colonia, insomma. Una prospettiva che può essere scongiurata solo dalle lotte della classe lavoratrice fuori e contro le compatibilità del capitalismo.

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