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“Migliaia di giovani fannulloni rifiutano 1.500 euro al mese”.

Questa la notizia, ripresa da diversi quotidiani, tra i quali il Corriere della sera: “Turni scomodi per lavorare all’Expo. Seicento i reclutati. Otto su dieci ci ripensano. Lo stipendio: oltre 1.300 euro netti al mese, compresi i sabati e le domeniche”.

Leggendo le dichiarazioni dei ragazzi coinvolti però è chiaro che i tanto millantati 1.500 euro somigliavano molto a una vetrina luccicante che espone merce avariata.

Le testimonianze giunte dopo l’uscita di questi articoli firmati da giornalisti prezzolati, parlano di: colloqui infiniti senza mai una risposta chiara, salari da fame la maggior parte dei quali a 500 euro al mese, nessuna chiarezza sul tipo di contratto da firmare. Però ci saranno ben 18mila volontari… quindi di cosa stiamo parlando? Arriva poi negli ultimi giorni un’altra notizia:

“Expo, se ne vanno i lavoratori del ristorante del Belgio”, “Non rispettati gli accordi sui salari”.

20 lavoratori su 28 lasciano il magico mondo di Expo perché avrebbero guadagnato, in media, per sei mesi il 30-40 per cento in meno del salario pattuito, in cambio di turni di lavoro massacranti.

“Ammutinamento all’Expo”, titola un altro giornale. È il primo e non sarà certo l’ultimo, con conseguenze economiche non indifferenti, che ha portato ad una prima vittoria. Venerdì scorso sindacato e agenzie interinali hanno raggiunto un nuovo accordo grazie al quale a 800 lavoratori verrà riconosciuto un rapporto di lavoro concordato tra le parti (per quasi tutti i ragazzi assunti le agenzie utilizzavano il Cnai, un contratto sì del commercio ma non firmato da Cgil, Cisl e Uil, più “vantaggioso” del 20-30 per cento per i committenti).

Uniti i lavoratori possono dire no!

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