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Le dichiarazioni ufficiali riportate quotidianamente da giornali e televisioni rendono sempre più chiara la tattica usata dal governo, con l’autorevole appoggio del Presidente della Repubblica, per far ingoiare ai lavoratori italiani una riforma del lavoro che più devastante è difficile immaginare. Monti, Fornero e Napolitano giocano ormai da settimane a “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, con il bocconiano nel ruolo dell’inflessibile tutore dell’ordine (o meglio, degli ordini della Banca Centrale Europea), il Ministro del Lavoro che con disinvoltura alterna lacrime da rettile con stilettate velenose e l’anziano ex comunista ben calato nella parte del nonnetto preoccupato per la sorte dei giovani nipotini precari.

Proprio quello della necessità di tutelare i precari e garantire loro un posto di lavoro dignitoso è il tasto su cui battono con più insistenza economisti e opinionisti “progressisti”, quasi tutti in quota PD: tra i vari Ichino (maior e minor), Giavazzi, Alesina, Scalfarotto, non passa giorno senza che una di queste teste d’uovo ci venga a spiegare che la libertà di licenziare chi si vuole e quando lo si vuole, senza che un giudice possa rompere le uova nel paniere dei padroni, è il prezzo da pagare se si vuole finalmente ridurre la precarietà.

Vien da chiedersi se questi sapientoni abbiano dato un’occhiata alla relazione sulla riforma del mercato del lavoro, approvata dal Consiglio dei Ministri la scorsa settimana: al momento, questo è il testo più simile a un disegno di legge che il governo abbia reso pubblico. Vale la pena leggerlo con attenzione partendo dall'inizio, per scoprire quali saranno mai le tanto sbandierate misure "anti-precarietà". A pagina 5 la prima sorpresa, di cui avremmo volentieri fatto a meno:

Nella logica di contrastare non l'utilizzo del contratto a tempo determinato in sé, ma l'uso ripetuto e reiterato per assolvere ad esigenze a cui dovrebbe rispondere il contratto a tempo indeterminato, viene previsto che il primo contratto a termine - intendendosi per tale quello stipulato tra un certo lavoratore e una certa impresa per qualunque tipo di mansione - non debba più essere giustificato attraverso la specificazione della causale.

Che significa? Facciamo un passo indietro. Oggi, ossia prima che questa mostruosità venga approvata, il contratto a tempo determinato è considerato dalla legge un’eccezione: “Il contratto di lavoro subordinato è stipulto di regola a tempo indeterminato”, recita infatti il preambolo della “legge Treu” nella sua ultima versione, in ossequio tra l’altro alle direttive europee.

Per questo motivo la legge prevede che si possano utilizzare contratti a termine soltanto in casi particolari, che devono essere indicati specificamente e per iscritto nel contratto. In mancanza di questa indicazione, e pure nel caso in cui la causale sia generica o non corrisponda alla situazione reale, il contratto può essere impugnato con successo e il giudice lo renderà a tempo indeterminato.

Di fatto, la stragrande maggioranza dei contratti a termine vengono fatti senza una causale specifica: per questo – e non certo perché “i giudici tendono a dare ragione al lavoratore”, come pure si sente dire spesso – chi impugna un contratto a tempo determinato quasi sempre vince la causa.

Bene, secondo quel che si legge nella relazione del governo, l’obbligo di specificare la causale verrà abolito per il primo contratto a termine con la stessa azienda: questo significa in pratica che perlomeno il primo contratto a termine sarà sempre valido, senza alcuna possibilità di impugnazione; soltanto dal secondo (con la stessa azienda) si potrà valutare se il datore di lavoro aveva un motivo valido per assumere a tempo determinato invece che a tempo indeterminato, ed eventualmente impugnare il contratto.

In questo modo il contratto a termine diventa anche per legge la regola, e quello a tempo indeterminato l’eccezione. Inoltre il governo spinge le aziende non solo ad assumere a tempo determinato, ma anche a non rinnovare i contratti: è una vera e propria condanna alla precarietà perpetua. Il ridicolo maggior costo contributivo (1,4% in più a carico dell'imprenditore, ma escluse diverse tipologie di contratti a termine) a questo punto è una presa in giro.

Nemmeno Pietro Ichino avrebbe osato sperare tanto.

Altro paragrafo, altro giro, altro regalo - per il padronato ovviamente: si parla ora dell'apprendistato, che come abbiamo già scritto diventa "il canale privilegiato di accesso dei giovani al mondo del lavoro". L'apprendistato è in effetti una specie di contratto a tempo determinato, in genere per periodi un poco più lunghi ma con retribuzione ridotta fino al 60%. Per evitare che le aziende ne abusino, era prevista una proporzione di 1/1 tra apprendisti e dipendenti "qualificati": non più di un apprendista per ogni lavoratore assunto regolarmente. Adesso questa proporzione viene aumentata fino a 3/2!

Certo, in teoria il datore di lavoro, in cambio dello sconto, dovrebbe garantire una formazione professionale agli apprendisti. Peccato che "la registrazione della formazione è sostituita da apposita dichiarazione del datore di lavoro". Che cosa significa? Significa che, ad esempio, il padrone di un supermercato, in un negozio con dieci dipendenti "normali", potrà assumere quindici cassiere pagandole, tra salario inferiore e sgravi contributivi, poco più della metà per tre o quattro anni, limitandosi a "dichiarare" che viene impartita loro una formazione professionale (senza che nessuno controlli sul serio se è una finta - come capiterà a questo punto sempre più spesso - oppure no). Alla fine del periodo di apprendistato ne lascerà a casa una buona parte per assumerne altre sempre a prezzo di saldo.

Intendiamoci, lo facevano anche adesso (l'esempio, come si dice, è "ispirato a fatti realmente accaduti"), ma almeno senza vantarsene.

Avanti i prossimi: contratti a progetto, "partite IVA" e stage. Qui non cambia niente davvero, a parte un modesto aumento dei contributi, che con ogni probabilità sarà compensato da una riduzione dei compensi netti. Le belle parole sui "disincentivi normativi" che dovrebbero rendere più oneroso e controllabile il ricorso a questi contratti sono, per l'appunto, parole: perlopiù si tratta di regole che *esistono già* in teoria, e in pratica vengono serenamente ignorate dai datori di lavoro. Lo stesso vale per gli stage. Ah, una cattiva notizia: non è affatto vero che saranno obbligatoriamente retribuiti. Del resto, la competenza in materia è delle Regioni, che continueranno a fare un po' quel che gli pare senza curarsi delle supercazzole del Ministro.

Dalla lista delle categorie di precari mancano ancora gli interinali (lavoratori somministrati). Ma il governo non se n’è dimenticato: semplicemente, ci aveva già pensato con un decreto legislativo che, zitto zitto, è entrato in vigore una settimana fa (sia pure in attesa di conversione in Parlamento), il D.Lgs. 24 del 2012, che elimina l’obbligo della causale in caso il lavoratore assunto avesse percepito la disoccupazione o altro ammortizzatore da almeno sei mesi. Valgono per questi lavoratori più o meno le stesse considerazioni che abbiamo fatto per i contratti a termine, quanto all’impossibilità di impugnare contratti che, fino a oggi, sarebbero stati considerati illegittimi in tribunale. Il significato anche qui è evidente: più hai bisogno di lavorare, più sei ricattabile, meno diritti ti spettano.

È evidente quindi che se l’attacco all’Articolo 18 punta in primo luogo a togliere diritti ai lavoratori “stabili”, la riforma non risparmia affatto i lavoratori precari, che saranno colpiti almeno quanto gli altri. Un motivo in più per unire tutte le forze disponibili per fermare questo progetto (che del resto deve ancora iniziare il percorso parlamentare), senza divisioni che fanno soltanto il gioco di Monti e soci. Uniti, i lavoratori italiani hanno la forza per respingere l’attacco e cacciare il governo: è ora di esercitare questa forza.

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