Il "Libro nero" dello sfruttamento - Falcemartello

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Il programma del ministro Maroni

L’ economia mondiale è in recessione, e in questo contesto quella italiana risulta essere uno degli anelli più deboli a livello internazionale.

La competitività delle merci italiane sul mercato internazionale continua a deteriorarsi, creando sempre più problemi nelle esportazioni. Stiamo assistendo a una vera e propria resa dei conti in tutti i settori fondamentali, da quelli tecnologicamente avanzati a settori strategici come quello dell’auto, vedi il caso della Fiat/ General Motors.

È a causa di queste nere prospettive che la borghesia italiana riparte all’attacco verso le condizioni e i diritti dei lavoratori. La punta di lancia di questo attacco è il Libro bianco di Maroni.

I licenziamenti di massa sono una realtà concreta in tutti i paesi e il padronato italiano per non soccombere sul mercato internazionale non si sottrarà dal fare altrettanto.

Centinaia di migliaia di posti di lavoro sono a rischio e questa stima è destinata a salire. Siamo infatti solo all’inizio della recessione e nelle statistiche probabilmente non rientreranno gli oltre due milioni di lavoratori con contratti precari buoni quando c’è da speculare sulla crescita dell’occupazione, inutili per non dire fastidiosi quando si mostrano per quello che sono: lavoratori usa e getta.

I padroni ringraziano per i favori ricevuti con la concertazione, incassano con un bel sorriso (in questi anni sono stati conseguiti i più alti profitti degli ultimi cinquant’anni) e presentano una nuova lista della spesa.

Il "Libro bianco" di Maroni.

Flessibilità: Si ribadisce la validità della flessibilità nei luoghi di lavoro sviluppando nuove proposte: il "lavoro intermittente" e il "lavoro a progetto".

Il primo non è altro che il famoso lavoro a chiamata meglio conosciuto come "Job on call", proposta che i lavoratori della Zanussi hanno già conosciuto nel luglio dell’anno scorso e che hanno bocciato a gran maggioranza nel referendum aziendale. Attraverso questo "nuovo" contratto le aziende puntano a garantirsi il diritto di assumere lavoratori a tempo indeterminato chiamandoli solo in caso di bisogno. Il "lavoro a progetto" è ancora più subdolo: si rivolge a quelle migliaia di lavoratori parasubordinati, a ritenuta d’acconto e con Partita Iva, che in stragrande maggioranza non hanno scelto questo tipo di contratti.

Con le proposte di Maroni, lo stipendio verrà pagato solo e se il padrone si considererà soddisfatto dei tempi e della qualità del lavoro svolto. Ovviamente tutto ciò dovrà essere gestito da uffici di collocamento privato.

Le proposte sulla flessibilità del Libro bianco non sono altro che un peggioramento del pacchetto Treu, la famosa legge varata nel 1997 (anche con il voto di Rifondazione). Allora i dirigenti sindacali e dei partiti dei lavoratori ci dicevano che bisognava accettarla perché, in un processo di completo stravolgimento del mercato del lavoro, si mettevano importanti paletti che i padroni non avrebbero potuto aggirare dando così delle garanzie minime ai giovani che entravano nel mondo del lavoro. Li abbiamo visti i paletti!

Maroni torna all’attacco partendo dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Di fatto, senza mai citarlo ne ripropone l’abrogazione, obbiettivo che i padroni si prefiggono da anni. Questo significherà per lor signori avere uno strumento in più per licenziare estendendo a tutte le aziende quello che già esiste nelle imprese sotto i 15 dipendenti.

Diritto di sciopero: In questo capitolo il Ministro prima sminuisce il ruolo degli scioperi nell’industria, affermando: "Nel settore industriale lo sciopero ha subito una progressiva perdita di importanza." poi spara sull’impiego pubblico e in particolare sul settore trasporti. Se Maroni può permettersi di svilire gli scioperi dei lavoratori industriali questo è grazie al modo deleterio con cui i vertici hanno mobilitato le categorie in questi anni, convocando scioperi solo quando fa comodo ai vertici senza permettere alla base di discutere di rivendicazioni e percorsi di lotta. Hanno abusato di un nostro strumento di lotta, spesso convocando scioperi non per danneggiare la controparte ma semplicemente come formalità per sedersi ai tavoli di trattativa e ottenere concessioni insignificanti.

Maroni propone che la convocazione di uno sciopero venga legittimata da un referendum. Meglio sarebbe, secondo lui, fare scioperi virtuali e/o solidali, cioè scioperare senza danneggiare gli utenti, andando a lavorare e devolvendo le ore in un fondo collettivo gestito dai lavoratori e dall’azienda.

I trasporti e in particolare le ferrovie, a causa della privatizzazione, hanno subito in questi anni i tagli più indiscriminati al personale e alla sicurezza, è contro questo che scioperano i lavoratori. Nonostante con le leggi antisciopero esistenti scioperare sia sempre più difficile, il governo vuole impedire anche questo tentando di strumentalizzare il disagio provocato agli utenti, e innalzando ulteriori barriere all’organizzazione di scioperi veri.

L’obbligo di indire un referendum, se dovesse passare, si trasformerebbe in un potente strumento per ostacolare la convocazione di uno sciopero, facendo leva sui sindacati più accondiscendenti (nel caso dei trasporti i sindacati confederali spesso si sono mostrati tali al punto da sostenere le attuali leggi antisciopero) e usando i ricatti più subdoli.

Contratti collettivi: Oltre al danno la beffa. Dopo dieci anni di concertazione (che ha portato benefici solo ai padroni) Confindustria ha stracciato gli accordi di luglio, decidendo in modo unilaterale che d’ora in poi firmerà accordi solo con chi condivide al 100% le sue posizioni. Maroni sfiora il ridicolo affermando che il bilancio della concertazione è stato positivo solo per una delle parti sociali: i lavoratori, quindi bisogna ristabilire il giusto rapporto.

Come? Ma chiaramente nell’unico modo plausibile per loro, indebolendo la forza dei lavoratori abolendo il contratto nazionaleper sostituirlo con contratti aziendali o al massimo regionali. Anche in questo caso come non vedere le responsabilità dei vertici sindacali nell’aprirgli la strada? Accontentandosi di recuperare con i contratti nazionali l’inflazione programmata (per altro senza riuscirci), rinviando alla contrattazione di secondo livello una serie di questioni fondamentali (a cui può accedere - male - neanche un terzo dei lavoratori), diffondendo a macchia d’olio i contratti territoriali, istituendo nuove gabbie salariali, hanno finito con l’indebolire il ruolo dei contratti nazionali.

Pensioni: Lo scopo della nuova controriforma è "ridurre le uscite dal mercato del lavoro" alzando l’età pensionabile, e "alzare il grado di partecipazione degli anziani". Per Maroni i lavoratori vanno in pensione non per godersi finalmente un po’ di riposo dopo una vita di sacrifici, ma perché obbligati dalle leggi vigenti. Ora, sicuramente con la miseria che passa lo Stato molti lavoratori sono preoccupati sulle loro prospettive economiche nonostante la fatica per arrivare alla pensione, ma presentare la nuova proposta come un passo avanti per milioni di lavoratori che avrebbero così la possibilità di non andare in pensione è qualcosa di più di una semplice provocazione. È provocatorio anche richiedere meno contributi Inps alle aziende, con quasi 50mila miliardi di evasione contributiva all’anno da parte delle aziende.

Lottare contro il capitalismo

Il sindacato dovrebbe stampare migliaia di copie del libro di Maroni e distribuirlo a tutti i delegati e attivisti sindacali in modo che se lo studino e organizzino discussioni con i lavoratori, perché su quel documento c’è scritto nero su bianco tutto quello che la classe dominante vuole fare non nei prossimi 10 anni, ma nei prossimi 10 mesi sulla nostra pelle.

In queste settimane abbiamo assistito a parecchie mobilitazioni importanti, da quella degli insegnanti e del settore pubblico, agli scioperi dei ferrovieri, degli aereoportuali (compresi i lavoratori adibiti alle pulizie, trasporto bagagli e personale di terra). Infine la mobilitazione dei metalmeccanici che continua ad avere una risonanza e una potenzialità importante per tutti i lavoratori, nonostante l’insufficienza della piattaforma e la reticenza del vertice Fiom che ha fatto di tutto per smussarne l’impatto lasciando passare dei mesi dopo lo sciopero riuscito del 6 luglio.

Lo sciopero del 16 novembre deve essere il punto di partenza per preparare lo sciopero generale di tutte le categorie contro la guerra, i licenziamenti e le misure antioperaie del governo Berlusconi. Solo i lavoratori con il loro ruolo decisivo nella produzione, nei trasporti, nel commercio e nelle comunicazioni, possono porsi come forza egemone nella società per porre alle ingiustizie che il capitalismo produce.

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