Breadcrumbs

Il Jobs act di Matteo Renzi è a suo modo un atto rivoluzionario, ovviamente a tutto vantaggio del padronato italiano: non si limita a proseguire la strada della Fornero nel cancellare tutele e diritti, ma compie un salto di qualità nel rendere istituzionalmente precaria e nell’impoverire ulteriormente l’intera classe lavoratrice, specialmente i giovani.


Prima è stato emanato il decreto legge già in vigore, che legalizza in via definitiva il sistematico abuso dei contratti a termine e dell’apprendistato. Tutti i nuovi assunti saranno perennemente precari e le aziende potranno sbarazzarsi di lavoratori “scomodi” senza oneri e praticamente in qualsiasi momento. La pietosa farsa di questi giorni tra Alfano e Renzi sul numero di proroghe consentite, in origine otto, cinque in sede di conversione, è solo il pretesto con cui il governo può porre la fiducia sulla legge di conversione, e con cui il Pd può fingere di aver fatto “qualcosa di sinistra”; ma non sposta di un millimetro gli effetti della riforma, grazie a cui i precari potranno avere contratti rinnovati di sei mesi in sei mesi (invece che ogni quattro mesi) per tre anni, senza necessità per il datore di indicare una motivazione.
Nel frattempo è stato annunciato il ddl delega con cui il governo sarà incaricato di completare l’opera, e che si limita a fissare alcuni generici paletti: da conficcare nel cuore della classe lavoratrice.
I due fuochi dell’ulteriore controriforma annunciata sono gli ammortizzatori sociali e le tipologie contrattuali. Sul primo versante, il primissimo criterio è la “impossibilità di autorizzare le integrazioni salariali in caso di cessazione di attività aziendale o di un ramo di essa”. Dunque, abolizione della cassa integrazione straordinaria, che mantiene centinaia di migliaia di lavoratori. Ulteriori limiti sono previsti, ma non precisati, rispetto alla durata e all’entità dei trattamenti assistenziali, tanto più gravosi in quanto una platea sempre più vasta è condannata a trascorrere mesi di disoccupazione tra un contratto precario e l’altro, spesso con contribuzione ridotta.
Anche sulle forme contrattuali il ddl si mantiene vago per consentire al governo, che scriverà la disciplina dettagliata, di procedere senza controllo parlamentare (non che in questo parlamento si possa riporre molta fiducia!). Il governo sarà delegato a scrivere un nuovo “testo organico di disciplina delle tipologie contrattuali” che semplifichi il quadro attuale ma che, allo stesso tempo, “possa anche prevedere la introduzione di ulteriori tipologie contrattuali espressamente volte a favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, con tutele crescenti per i lavoratori coinvolti”: è il famoso contratto di inserimento a tutele crescenti, un altro modo per conferire al padronato la facoltà di licenziare chiunque immotivamente senza pagare dazio.
Poi troviamo la “possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi, attraverso la elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti”. Si intendono quelle prestazioni di lavoro che possono essere pagate tramite voucher, già incoraggiate dalla Fornero. Elevare il limite di reddito significa far rientrare nell’ambito dell’occasionalità (e dunque della sostanziale deregolamentazione e ricattabilità) rapporti di lavoro che sono invece continuativi, per quanto precari e sottopagati; in coppia con l’estensione della disciplina a tutti i settori produttivi, l’effetto è sempre quello di moltiplicare lo sfruttamento.
L’obiettivo è creare un limbo di non meno di tre anni (ma anche di più, per gli apprendisti) in cui tutti siano sempre licenziabili, come durante il periodo di prova: chi finisce per costare di più (perché donna incinta o “a rischio”, lavoratore malato o infortunato) o chi in qualunque modo alza la testa può essere mandato via senza neppure dover spiegare il perché.
Come senza giri di parole ha spiegato il Ministro del lavoro Giuliano Poletti, il primo scopo della riforma è “ridurre il contenzioso”. Ma, dal momento che le cause di lavoro sono soltanto i lavoratori a farle contro le aziende per difendersi dalle forme illegali di sfruttamento – mai il contrario –, “ridurre il contenzioso” significa lasciare i lavoratori alla completa mercé delle imprese, e dunque necessariamente ridurre salari, tutele, diritti. In un sistema in cui è consentito aumentare il tasso di sfruttamento, l’azienda che dovesse mantenere un livello di tutele (e quindi di costi) più alto del minimo dovuto, infatti, sarebbe rapidamente buttata fuori dal mercato.
Nel mirino sono soprattutto i giovani, principali destinatari di contratti a termine, di apprendistato, di lavoro accessorio, e vittime sacrificali dei futuri contratti di inserimento. È specialmente dai giovani, perciò, che deve partire la controffensiva per fermare questo massacro sociale.
Ogni strumento che possa contrastare il progetto, specie finché rimane nell’attuale stadio provvisorio, va accolto con favore. Ma è evidente che una mera opposizione tecnico-formale (come quella avanzata da associazioni di giuristi con un esposto alla Commissione europea per l’infrazione palese della direttiva in materia di contratti a termine) non fermerà affatto Renzi e il suo governo. Né sarà sufficiente limitarsi a proporre un ritorno alla situazione precedente: di fronte a una controrivoluzione come questa, non serve un’operazione di maquillage, ma è necessaria la lotta e una proposta rivoluzionaria di segno opposto, altrettanto radicale. Per spazzare via questo governo e i suoi progetti occorre perciò mobilitarsi intorno a un programma di rivendicazioni avanzate, una vera rivoluzione del lavoro che abbia al centro l’abolizione della precarietà, un forte aumento dei salari, con un minimo intercategoriale non inferiore a 1.200 euro al mese, l’introduzione di un salario minimo garantito per tutti, l’estensione universale dei diritti e delle tutele.

Joomla SEF URLs by Artio