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Il 20 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato in via definitiva i primi due decreti attuativi del Jobs Act, quello sulle “tutele crescenti” e quello sugli ammortizzatori sociali, che entreranno in vigore da marzo, e ha presentato lo schema del decreto sul “riordino” delle tipologie contrattuali e sul demansionamento.


jobs act villariUno degli obiettivi principali della controriforma era l’abolizione dell’articolo 18, e il risultato appare raggiunto in pieno, con il plauso dell’intero padronato italiano. Il governo non ha apportato al decreto neppure una delle sia pur timidissime modifiche proposte dalle commissioni parlamentari, e in particolare ha mantenuto l’applicazione delle nuove norme anche ai licenziamenti collettivi, con il risultato che nei casi di riduzione del personale ci saranno tutele differenziate per i lavoratori assunti prima e dopo il primo marzo 2015. Il decreto infatti sarà applicato soltanto alle nuove assunzioni, il che sottoporrà a ogni genere di pressione i “vecchi” assunti perché levino le tende il prima possibile.

Entra in vigore il primo marzo anche il decreto sugli ammortizzatori sociali, che sancisce il passaggio dall’ASpI, a suo tempo introdotta dalla legge Fornero, alla NASpI (un premio anche per l’originalità del nome). Il principio guida della riforma è l’introduzione di un principio di proporzionalità tra contributi effettivamente versati e la durata della prestazione a carico dell’INPS: la NASpI infatti sarà corrisposta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione negli ultimi quattro anni. In questo modo, per i lavoratori precari che possono far valere pochi mesi di contributi (da lavoro dipendente) versati l’indennità sarà ridotta a pochi mesi, mentre per quelli con una storia di maggiore stabilità il vantaggio di un periodo di indennità più lungo (dal 2017 comunque ridotto a 18 mesi) sarà complessivamente più che vanificato dall’abolizione di altri istituti come la mobilità e in prospettiva, come già annunciato, la cassa integrazione straordinaria. Siamo dunque perfettamente nel solco tracciato dalla troika.

Non solo: l’erogazione della NASpI sarà condizionata a tutta una serie di obblighi, dalla partecipazione a fantomatici percorsi di riqualificazione professionale a “ulteriori misure volte a condizionare la fruizione della NASpI alla ricerca attiva di un’occupazione e al reinserimento nel tessuto produttivo”, ancora da stabilire.
[È stata invece eliminata, forse perché troppo indecente e vistosa, la norma che nella bozza del 24 dicembre prevedeva che il trattamento NASpI fosse anticipato per intero non al lavoratore bensì direttamente alla cooperativa dalla quale, dopo il licenziamento, fosse stato assunto come socio lavoratore.]

Solo per il 2015, al momento, sono stanziate le risorse per una indennità di disoccupazione (“DIS-COLL”) per i collaboratori a progetto, peraltro con esclusione espressa delle partite IVA, pari al 75% del reddito medio mensile dall’anno precedente la cessazione del rapporto, e per una durata massima di sei mesi. Considerando il livello medio esiguo dei compensi e soprattutto la scarsa durata dei contratti, spesso con lunghi periodi di inattività fra l’uno e l’altro, si tratta di una misura essenzialmente propagandistica, specie in considerazione dell’imminente, sia pure parziale, abolizione dei contratti a progetto, su cui torneremo tra breve. Anche in questo caso, peraltro, il trattamento sarà condizionato all’assolvimento dei medesimi  obblighi previsti per la NASpI.
Obblighi ancora più stringenti condizionano la fruizione dell’assegno di disoccupazione (“ASDI”) riservato a soggetti privi di occupazione e in una “condizione economica di bisogno”. L’assegno dura al massimo sei mesi ed è pari al 75% dell’ultima indennità NASpI percepita: considerata l’esiguità delle risorse stanziate (200 milioni per il 2015 e altrettanti per il 2016) si tratterà di una magra consolazione per un numero molto ridotto di lavoratori.

I primi due decreti entreranno in vigore il primo marzo. Deve ancora percorrere l’iter consultivo (sostanzialmente inutile, come si è visto) nelle commissioni parlamentari lo schema di decreto, annunciato sempre il 20 febbraio, sulla riforma delle tipologie contrattuali e della disciplina delle mansioni.

Il punto più reclamizzato dal governo è l’abolizione dei contratti a progetto: si tratta, di per sé, di un fatto positivo, anche se sono previste eccezioni significative (“restano salve le collaborazioni per le quali gli accordi collettivi prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo”). Nulla tuttavia lascia intendere che i vecchi contratti a progetto si trasformeranno magicamente in contratti di lavoro subordinato, tantomeno a tempo indeterminato: il decreto infatti lascia inalterata la possibilità di lavorare con partite IVA fittizie o in ritenuta d’acconto e amplia il ricorso ai voucher (“lavoro accessorio”). Di fatto, è verosimile che la maggior parte delle attuali collaborazioni a progetto si trasformerà in forme di lavoro ancora più precarie e sottopagate.

Il padronato avrà oltretutto a disposizione molteplici forme di lavoro subordinato, ma pur sempre precario, dai contratti di apprendistato, a termine o in somministrazione già liberalizzati dal decreto Poletti (il nuovo decreto interviene solo per precisare che lo sforamento della percentuale di assunzioni a tempo determinato - il 20% dei lavoratori a tempo indeterminato - non comporta mai la conversione dei contratti abusivi ma solo una sanzione amministrativa), al lavoro intermittente che viene esteso indiscriminatamente fino a 400 giornate di lavoro effettivo nell’arco di tre anni – e senza nessun limite nei settori cruciali del turismo, dei pubblici esercizi e dello spettacolo: in pratica il modello Expo generalizzato.
Tanto che, per incentivare i datori di lavoro a trasformare i contratti a progetto in tempi indeterminati, è espressamente prevista la possibilità di far sottoscrivere ai lavoratori una conciliazione che prevede la rinunzia a tutti i diritti pregressi e comporta l’estinzione delle precedenti violazioni relative al mancato versamento dei contributi: in pratica l’ennesimo colpo di spugna a spese dei lavoratori.

Infine, ecco la modifica della disciplina delle mansioni, che di fatto sancisce il diritto dei datori di lavoro a demansionare i dipendenti “in caso di modifica degli assetti organizzativi aziendali”, negli ulteriori casi previsti dai contratti collettivi, anche aziendali (con conservazione del livello e della retribuzione) e in generale nei casi in cui il demansionamento avvenga “nell’interesse del lavoratore alla conservazione dell’occupazione, all’acquisizione di una diversa professionalità o al miglioramento delle condizioni di vita” (in questo caso previo accordo in sede sindacale o giudiziale e con riduzione del livello di inquadramento e della retribuzione). Si tratta di ipotesi talmente ampie e vaghe che di fatto appare sempre possibile per il datore di lavoro invocare una giustificazione per il demansionamento: un ulteriore e potente strumento di ricatto per il padronato nei confronti dei lavoratori.

Ecco quindi in cosa consiste concretamente la tanto sbandierata la tanto sbandierata campagna d'autunno di Renzi contro la precarietà. Rendere entro pochi anni tutti precari, vecchi e nuovi assunti.

La portata del Jobs act è tale che pensare, come recentemente ha dichiarato la Cgil, di voler contrastare questa nuova legge attraverso la contrattazione aziendale e nazionale è decisamente poca cosa. Serve riprendere la mobilitazione consapevoli che per quanto difficile sia la partita non c'è altra via che la lotta per riconquistare i nostri diritti. Questa volta per tutti!

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