La precarietà diventa legge - Falcemartello

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Il 31 luglio il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto che rende operativa la legge di riforma del mercato del lavoro – nota come legge Biagi – e già licenziata lo scorso febbraio dal Parlamento. Il regalo tanto atteso dai padroni finalmente è arrivato: legalizzazione della precarietà e conseguente possibilità di affittare, trasferire, svendere i lavoratori come qualsiasi altra merce saranno garanzia sicura di crescita dei profitti.

“Ora il mercato del lavoro italiano è tra i migliori d’Europa” ha espresso così il ministro al Welfare Maroni la propria soddisfazione per l’approvazione del decreto sapendo di aver incassato un buon colpo per il padronato italiano. L’obiettivo della legge Biagi infatti è chiaro: eliminare il conflitto collettivo, indebolire la forza dei lavoratori relegando il sindacato ad un ruolo subordinato e cooperativo, abolire la contrattazione collettiva trasformandola in rapporto individuale fra lavoratore e azienda.

 

Ecco i punti principali della riforma contenuta nella legge Biagi:

 

• Collocamento e somministrazione di manodopera

Si prevede la privatizzazione completa del sistema di collocamento (dopo la liberalizzazione iniziata dal governo Prodi con il pacchetto Treu che ha introdotto il lavoro interinale), affidando ogni attività di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro a soggetti privati, consulenti del lavoro, enti bilaterali (formati dai sindacati e dalle imprese), scuole e università. I privati non si occuperanno solo di collocamento, ma svolgeranno anche il compito di certificare i rapporti di lavoro: non è difficile immaginare come un disoccupato sotto il ricatto costituito dall’ottenere un posto di lavoro, sarà portato a dichiarare e dare atto di una situazione lavorativa diversa da quella effettiva!!! (per esempio sottoscrivere un contratto nel quale gli vengono attribuite determinate mansioni, stipendio e ferie, mentre effettivamente gli viene corrisposto un salario nettamente inferiore a quello stabilito o affidate mansioni più gravose).

La verà novità è rappresentata dallo staff leasing (somministrazione di manodopera), un inglesismo per dire che il lavoratore diviene merce liberamente commerciabile (il contratto di somministrazione è infatti stato pensato e utilizzato per la fornitura periodica di beni e servizi): si riconosce la liceità di trarre profitto dal lavoro altrui, attraverso una vera e propria attività di interposizione, che non sarà solo temporanea (come l’attuale lavoro interinale), ma addirittura permanente. Nasce così una nuova figura imprenditoriale: il commerciante in lavoro altrui. I lavoratori vengono assunti a tempo indeterminato dal somministratore, ma svolgono la propria prestazione sotto la direzione e il controllo dell’impresa che li utilizza. A quest’ultima il decreto riconosce anche il potere di cambiare le mansioni precedentemente stabilite dal contratto, adibendo il lavoratore anche a mansioni inferiori e prevedendo il conseguente risarcimento dei danni per demansionamento solo nel caso in cui non abbia provveduto ad informare il somministratore.

Come specificato dal testo del decreto ”i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato rimangono a disposizione del somministratore per i periodi in cui non svolgono la prestazione lavorativa presso l’utilizzatore”: il lavoratore diventa fonte di guadagno per due padroni anziché di uno, ovvero doppio sfruttamento!

 

• Trasferimento d’azienda

Via libera alle cosiddette “esternalizzazioni”. La precedente disciplina prevedeva la possibilità di operare scorpori aziendali attraverso cessioni di rami d’azienda, solo se il settore aziendale che si intendeva vendere era autonomo rispetto all’intera azienda e previo consenso dei lavoratori che così passavano alle dipendenze della nuova impresa. Con la nuova legge questi
requisiti non sono più necessari: il datore di lavoro ha la possibilità di creare all’istante strumentali e temporanee condizioni di autonomia di un settore per trasferire singoli lavoratori da un’azienda ad un’altra senza il loro consenso.

Le cessioni oramai potranno essere fatte a piacimento dei padroni, per espellere lavoratori sindacalizzati particolarmente combattivi dall’azienda originaria ed inserirli in aziende dove si applicano contratti collettivi nazionali o aziendali deteriori o per evitare l’applicazione delle tutele sindacali creando delle unità produttive con meno di 15 dipendenti. “Ora al mercato del lavoro non manca più nulla” così ha commentato il vicepresidente di Confindustria Guidi all’approvazione del decreto: rimane in discussione in Parlamento parte della legge delega, nota come 848 bis, che prevede la sospensione dell’applicazione dell’articolo 18 in via sperimentale per alcune categorie, ma di fatto la parte della riforma riguardante il trasferimento d’azienda rappresenta già un contributo per eludere l’applicazione di tale tutela.

Non solo, ma il trasferimento d’azienda potrebbe essere utilizzato per imporre condizioni e salari inferiori ad una parte dei lavoratori della stessa azienda: per esempio un padrone si accorda con un altro per trasferire un ramo d’azienda, dopo di che fra i due si costituisce un appalto, così gli stessi lavoratori trasferiti continueranno a lavorare per il padrone che li ha ceduti ma a condizioni peggiori!

 

• Part-time

Al lavoratore il padrone potrà richiedere prestazioni supplementari senza il suo consenso, a meno che stabilito diversamente dal contratto collettivo, sia nel part time orizzontale (attività prestata in tutti i giorni lavorativi con orario ridotto) che verticale o misto (solo in alcuni giorni della settimana). Nel part-time verticale – quando il lavoro è programmato per alcuni giorni o dei mesi - il datore potrà modificare a suo piacimento le giornate prestabilite. L’accentuazione della flessibilità dei tempi del part time lo rende un lavoro ancora più precario: mancando la certezza dei giorni della settimana o dei mesi in cui dovrà svolgere l’attività lavorativa, il lavoratore avrà ancora più difficoltà a programmare altre occasioni di lavoro part-time, di solito ricercate per arrotondare lo stipendio.

 

• Contratti atipici

Nel pacchetto regalo preparato dal governo per il padronato abbondano nuove tipologie contrattuali di lavoro precario: job on call, job sharing, lavoro a progetto, lavoro occasionale e accessorio.

 

• Job on call (lavoro a chiamata)

Con questo contratto il lavoratore resta a disposizione, per un tempo determinato o indeterminato, del datore di lavoro che lo chiama a seconda delle proprie esigenze produttive. Il lavoratore viene pagato solo per il lavoro effettivamente svolto, mentre potrà percepire un’indennità di disponibilità per il tempo in cui rimane in attesa di essere chiamato. La vita del lavoratore è quindi condizionata dall’attesa di una chiamata: quello che si esige è la massima reperibilità, dal momento che se il contratto prevede l’obbligo di risposta e il lavoratore non avverte il datore della propria indisponibilità, perde l’indennità per 15 giorni.

Ma cosa succede se il lavoratore rifiuta la chiamata per un qualsiasi motivo che il padrone non ritenga giustificato? La legge prevede non solo la perdita dell’indennità maturata dall’ultima chiamata, ma persino l’obbligo per il lavoratore di risarcire il danno al proprio padrone!!!

Insomma un lavoratore usa e getta: potrebbe essere chiamato anche nei fine settimana, durante le ferie estive o vacanze natalizie e pasquali, durante le quali “l’indennita di disponibilità è corrisposta solo in caso di effettiva chiamata da parte del datore di lavoro”, ossia la disponibilità del lavoratore durante tali periodi non viene pagata!

D’altronde questa forma di sfruttamento non è nuova, esiste oramai da tempo nel settore agricolo ed il padronato tentò già di introdurla alla Zanussi, ma l’ipotesi di accordo venne bocciata dai lavoratori con referendum.

 

• Job sharing (lavoro ripartito)

Altro inglesismo, altra beffa: due o più lavoratori coobbligati in solido verso il datore di lavoro per una prestazione lavorativa. Ciò significa che ognuno è responsabile dell’adempimento dell’ intera prestazione, nel caso in cui l’altro non la esegua.

La ripartizione del lavoro, in questo consiste il job-sharing, non è una novità. Prevista da una circolare del Ministro del Lavoro del 1998, in alcune realtà lavorative del settore agroalimentare ha già avuto applicazione: è dell’ottobre 2002 l’accordo integrativo aziendale, firmato anche dalla Flai-Cgil, con il quale si è introdotta questa nuova forma di flessibilità nel gruppo Ferrero.

I due o più lavoratori diventano una cosa sola: non solo ad essi è riconosciuto un solo voto in caso di referendum aziendale, ma se uno si dimette o viene licenziato capita la stessa cosa anche all’altro/altri, a meno che, sempre per volere del padrone, questi non accetti di trasformare il contratto in uno normale di lavoro subordinato, anche a tempo parziale.

E che cosa succede se nel lavoro condiviso fra 2 lavoratori uno dei due sciopera? E’ ovvio che l’altro essendo comunque responsabile, è indotto ad adempiere alla prestazione invalidando lo sciopero dell’altro: si annienterebbe così l’unico strumento di lotta del lavoratore contro il padrone!!!

Questo tipo di contratto costringe i due lavoratori a vivere in simbiosi: non solo una vita dipendente dal padrone, ma anche da un altro lavoratore, con possibilità quindi di sfruttamento di uno dei lavoratori nei confronti dell’altro (potrebbero nascere nuovi caporali capifila di una serie di lavoratori coobbligati, che prendono una percentuale sul compenso complessivo, facendo lavorare sempre gli altri!). Insomma una superofferta per i datori di lavoro, due o più lavoratori al prezzo di uno!

 

• Lavoro a progetto.

Si tratta della riforma dei Co.co.co (collaborazioni coordinate e continuative), rapporti di lavoro la cui durata dipende “dal progetto specifico o programma di lavoro o fase di esso che viene determinato dal committente, ma gestito autonomamente dal collaboratore”.

Ecco un’ulteriore precarizzazione dei Co.co.co, creati formalmente come lavoro autonomo ma che in realtà rappresentano solo un surrogato del lavoro dipendente, escluso da tutti i diritti minimi. Stessa cosa viene riproposta per il lavoro a progetto, vista la sospensione del rapporto e la non erogazione del corrispettivo durante la maternità, l’infortunio o la malattia. Il rapporto di lavoro si estingue con la realizzazione del progetto o qualora, in caso di malattia o infortunio, il periodo di assenza superi i 30 giorni (se il progetto ha una durata non definita) oppure un sesto della durata definita!

Il lavoro a progetto, come i Co.co.co, non è altro che un ulteriore strumento di ricatto creato per superare i contratti collettivi e per abbattere i costi, sbandierato come forma allettante di contratto per i giovani in quanto meno vincolante e + libero nella scelta dei tempi e delle modalità della prestazione. Ma di quale autonomia nella gestione del lavoro si parla? Quanti effettivamente potranno scegliere i modi e i tempi per portare a termine il progetto? In realtà i committenti non solo altro che padroni, che pagheranno i lavoratori solo se soddisfatti dei tempi e della qualità del lavoro svolto.

 

• Lavoro occasionale e accessorio

Così come il pane o il prosciutto anche il lavoro potrà essere acquistato in una certa quantità attraverso dei buoni – lavoro corrispondenti ad una certo ammontare di attività lavorativa: vera e propria mercificazione del lavoratore! Vittime di questo scambio disoccupati, casalinghe, disabili e lavoratori extracomunitari, i quali solo dopo essersi fatti rilasciare a proprie spese un tesserino dal quale risulti la loro condizione, potranno essere “comprati” da famiglie o enti no profit per svolgere assistenza domiciliare ad ammalati, anziani o servizi di pulizia e manutenzione (per un periodo non superiore a 30 giorni) tramite buoni di lavoro acquistati presso rivendite autorizzate: non è difficile immaginare come a questi lavoratori in futuro saranno offerti solo lavori saltuari e occasionali, una vita condannata dalla precarietà!

 

…e per finire

Il contratto di apprendistato diventa lo strumento per lo sfruttamento del lavoro giovanile e per il ribasso dei salari in un’azienda: l’età massima viene spostata a 29 anni per l’apprendistato “ai fini del conseguimento di una qualifica professionale o per l’acquisizione di un diploma o percorsi di alta formazione”, mentre si legalizza lo sfruttamento del lavoro minorile con l’apprendistato ”per l’espletamento del diritto/dovere d’istruzione” che permetterà così di usufruire della forza lavoro di studenti che hanno compiuto 15 anni.

 

• Perché tanto sfruttamento?

Con una martellante propaganda i padroni hanno affermato la necessità della “flessibilità del mercato del lavoro” quale soluzione al lavoro nero e alla disoccupazione, sostenendo che l’eccessiva rigidità rappresentava un limite allo sviluppo e alla competitività delle imprese. Teoria invalidata dalla realtà dei fatti: il lavoro precario non ha risolto tali problemi, bensì con il tempo ha sostituito il lavoro stabile, tanto che i cosiddetti “atipici” nel nostro Paese sfiorano oggi i cinque milioni!

Tanta propaganda e tanto accanimento nell’attaccare i diritti dei lavoratori sono dovuti alla recessione e alla crisi del capitalismo che ha scatenato un’offensiva contro la classe lavoratrice per scaricare su di essa i costi della crisi.

La legge Biagi, rientra nella linea politica di flessibilizzazione del mercato del lavoro iniziata già dal centro sinistra con il pacchetto Treu. Allora i dirigenti sindacali e dei partiti di sinistra accettarono l’introduzione della flessibilità ma con dei limiti che, secondo loro, avrebbero dato garanzia contro un possibile abuso da parte dei padroni.

In realtà i fatti dimostrano il contrario: i vincoli sono stati facilmente scavalcati e negli ultimi anni si sono susseguiti una serie di provvedimenti legislativi che hanno reso il lavoro sempre più precario (leggi antisciopero, gabbie salariali, flessibilità dell’orario di lavoro, incentivazione del ricorso al contratto a termine,…)

A fronte degli attacchi del governo la risposta del sindacato è stata inefficace: ha proposto dei disegni di legge per estendere diritti ai lavoratori senza considerare che le conquiste si sono sempre ottenute con la lotta e si è limitata a convocare scioperi diluiti decisi a tavolino dai vertici senza permettere alla base di discutere del percorso di lotta.

Il sindacato continua quindi a perseguire una politica di “gestione” della flessibilità, limitandosi a porre dei vincoli al suo dilagarsi invece di schierarsi apertamente contro: prova è data dal fatto che quando è stato approvato il decreto la Cgil si è limitata a proclamare uno sciopero di 2 ore per settembre!

Si tratta di una risposta inadeguata che comunque deve vedere una partecipazione massiccia non solo di lavoratori e disoccupati ma anche di studenti che sono destinati in futuro ad entrare in un mondo del lavoro sempre più precarizzato. Questo sciopero deve essere solo l’inizio per promuovere in seguito mobilitazioni sempre più incisive ed unificanti.

 

• Come lottare contro la precarietà

Chi sostiene che i precari costituiscono una nuova classe operaia e che perciò sia necessario inventarsi nuove iniziative di lotta non fanno altro che aumentare le divisioni all’interno del movimento operaio: la lotta esemplare degli interinali della Tim ha dimostrato invece come questi lavoratori abbiano ottenuto delle conquiste attraverso lo sciopero e organizzandosi nei sindacati tradizionali con delegati democraticamente eletti dai lavoratori.

Per riconquistare il diritto a un posto di lavoro dignitoso è necessario riconquistare il sindacato ad una politica di vera difesa degli interessi della classe operaia, attraverso un controllo dei lavoratori sulle strutture sindacali affinché non vengano più firmati accordi a danno dei lavoratori. E’ necessario costruire nel sindacato un’opposizione decisa che si ponga come obiettivo di rompere con le logiche della concertazione. Solo con l’entrata nel sindacato di nuovi giovani e di delegati combattivi disposti a rompere con la politica di collaborazione con i padroni si potranno riconquistare i diritti persi!

Detto questo è altrettanto vero che la lotta contro la legge 30 non può essere affidata solo a quei militanti combattivi che sono organizzati nel sindacato. Ci sono milioni di disoccupati di studenti che sono colpiti da questa legge e che non sono e non possono essere iscritti al sindacato. Si tratta pertanto di promuovere la formazione di “comitati contro il lavoro precario” nel territorio, nelle scuole, nelle università che organizzino delle campagne e delle mobilitazioni collegandosi alle strutture rappresentative dei lavoratori (in primo luogo le Rsu).

Questi comitati possono essere un utile strumento di organizzazione iniziale anche per quei lavoratori dispersi o dove il sindacato non esiste, avendo così un ambito dove far valere le proprie ragioni.

Non si tratta di fare l’ennesima “struttura separata” dei precari, ma organismi flessibili che si orientino al sindacato e alla classe operaia e che allo stesso tempo siano in grado di organizzare anche i non sindacalizzati in una lotta che riguarda tutti (precari, disoccupati o studenti).

A questo lavoreremo nei prossimi mesi. Unitevi a noi!

 

Per contatti: 339 2107942

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