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Mentre l’attenzione dei media è puntata sulla crisi dell’economia italiana, ecco che il nostro Governo ha escogitato un nuovo modo di farla pagare ai lavoratori, questa crisi.

Nella manovra economica correttiva pubblicata lo scorso 6 luglio e già in vigore, infatti, ha inserito l’obbligo di pagare una tassa d’iscrizione, il cosiddetto “contributo unificato” per poter instaurare una controversia di lavoro. La norma è accuratamente celata all’interno del decreto-legge ed è di impossibile comprensione per chiunque non sia addetto ai lavori, ma la sostanza è semplice: a meno di aver dichiarato nell’anno precedente un reddito inferiore ai 21.000 Euro, per iniziare una causa di lavoro è obbligatorio anticipare una somma che va da una ventina di Euro, per cause di scarsissimo valore, fino a oltre 500 per le controversie più importanti. Per le cause che hanno per oggetto la costituzione di un rapporto di lavoro (ad esempio la maggior parte di quelle dei precari o quelle sull’art. 18), dal valore “indeterminabile”, il balzello è di 225 Euro.

Non solo: nonostante l’applicazione ancora incerta, ulteriori esborsi sono obbligatori nel caso alla sentenza non segua un adempimento spontaneo da parte del datore di lavoro e sia necessario un nuovo procedimento esecutivo.

Si tratta dell’ennesimo attacco alle tutele dei lavoratori, secondo l’ormai sperimentata tecnica di questo Governo di non colpire i diritti in quanto tali, ma di renderne difficile l’accesso. Come con il “collegato lavoro” e il sistema delle decadenze, anche in questo caso è un attacco obliquo, non diretto e per questo più difficile da percepire in tutta la sua enorme gravità e pericolosità.

La conseguenza pratica di questa riforma sarà infatti che non pochi lavoratori, di fronte alla prospettiva di dover sborsare dei soldi senza, ovviamente, garanzie sull’esito del giudizio, rinunceranno da subito a far valere i propri diritti e saranno costretti a chinare il capo e accettare il sopruso. In questo modo, con l’arma di una vera e propria estorsione legalizzata, i datori di lavoro finiscono per godere di una sorta di impunità che non potrà che causare un peggioramento generalizzato delle condizioni di lavoro.

Proprio per evitare questa degenerazione e favorire l’accesso alla giustizia da parte delle fasce più deboli e ricattabili della società, il processo del lavoro è sempre stato gratuito, da cinquant’anni a questa parte.

Significativo è il silenzio di tutti i media principali e di tutti i partiti dell’arco parlamentare sulla questione. Evidentemente sono tutti d’accordo a confezionare questo ennesimo regalo interessato al padronato italiano: ecco la “coesione nazionale” invocata da Napolitano!

Tra i sindacati, soltanto la CGIL, oltre ad alcuni sindacati di base, ha manifestato la sua contrarietà all’introduzione di questo salasso. Ma alle parole occorre far seguire al più presto i fatti: è indispensabile lanciare immediatamente una campagna estremamente ampia e decisa, una mobilitazione che serva non solo per impedire che il decreto venga convertito in legge e diventi definitivo, ma anche per mandare a casa i cialtroni che ci governano e quelli che fingono di fare opposizione. E non possiamo certo aspettare che tutto ciò lo faccia la Camusso.

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