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In Cecenia Eltsin si gioca il tutto per tutto

Dopo l’invasione del Daghestan da qualche migliaia di "volontari’" islamici nell’ agosto scorso il governo russo parlava di un’azione limitata che le truppe russe avrebbero risolto in pochi giorni. Ma le azioni militari durarono settimane e di fatto i "banditi" come li chiama Mosca non furono sconfitti, ma si limitarono a ritirarsi nelle loro basi in Cecenia.

Nelle due settimane succesive una campagna di attentati dinamitardi provocava quasi 300 morti in Russia e creava l’appoggio sociale necessario per "giustificare" l’azione massiccia contro la Cecenia - "il covo dei banditi", nelle parole del primo ministro Putin. Ancora oggi quando ormai la guerra contro la Cecenia è in corso da due settimane non ci sono le prove del coinvolgimento dei ceceni nelle esplosioni di Mosca, ma una campagna massiccia di propaganda lo da per certo. Una cosa è sicura: senza quei morti il governo non godrebbe dall’appoggio odierno per l’invasione, e non stupisce quindi che molti a Mosca ipotizzino un coinvolgimento dei servizi segreti russi.

Sicuramente le bombe e la successiva invasione della Cecenia sono serviti a dare tempo al governo e alla Presidenza Eltsin, in grosse difficoltà durante l’estate e chiaramente impreparati per vincere le elezioni generali a dicembre. Mosca era piena di voci incontrollate: Eltsin sta per entrare in ospedale; sta per dimettersi in anticipo; sta per nominare la sua anima nera Berezovsky plenipotenziario per la crisi caucasica; sta per sostituire il premier Putin con qualcun altro; sta per proclamare suo erede l’ex generale Lebed; sta per introdurre lo stato d’emergenza... Era il segno che il paese, e in modo particolare il suo vertice, si trovava in uno stato molto vicino al caos.

Secondo alcune fonti, ormai il presidente avrebbe completamente delegato ogni decisione al suo più stretto éntourage (la cosiddetta "famiglia"). ll maggior rivale di Eltsin, il sindaco di Mosca Yurij Luzhkov, ha chiesto le dimissioni anticipate del presidente affinché il paese cessi di esser governato da gente che
agisce nell’ombra. L’ambiente nel Cremlino assomiglia fortemente a quello del regime di Nicola II.

Risulta sempre più evidente che la seconda guerra in Cecenia è il risultato della disperazione della cricca dominante. Implica grossi rischi per il governo e il presidente, ma sicuramente é, a questo punto, l’unico modo di poter aver qualche speranza .

Il governo russo ha scelto di bruciarsi i ponti alle spalle: Vladimir Putin, ha dichiarato che l’unica istituzione legittima della Cecenia è il parlamento eletto nel 1996 e sciolto dopo la firma degli accordi di pace del ‘97. Le parole del premier hanno tutto il sapore di una sconfessione del presidente ceceno Aslan Maskhadov e del suo governo, la cui autorità era stata sempre riconosciuta da Mosca. Ora il presidente dell’assemblea legislativa eletta nel ‘96, Ali Alavdinov, ha annunciato che il parlamento tornerà a riunirsi a Mosca, per trasferirsi "nel futuro prossimo in territorio ceceno", e che verrà formato un governo in esilio.

Ritorno alla guerra fredda?

Al di là delle obiettive necessità di Eltsin, il tentativo di "recuperare" la Cecenia ha trovato terreno fertile in Russia dopo che la recente guerra del Kosovo ha definitivamente spazzato via le illusioni che fosse possibile un rapporto amichevole con la Nato. Da allora le forze nucleari sono diventate l’assoluta priorità nel sistema militare russo, dopo che i problemi economici hanno determinato la contrazione del bilancio della difesa, di cui hanno fatto le spese soprattutto le forze convenzionali, marina, esercito ed aviazione.

Negli ultimi mesi è stata ripresa un’attività militare di alto profilo tecnologico che non si vedeva da molti anni. Ma l’evento forse più importante dal punto di vista militare è l’avvio della preparazione delle prime esercitazioni navali congiunte russo-cinesi. Le manovre potrebbero iniziare nei prossimi giorni, anche se non ci sono conferme ufficiali dei vertici militari di Pechino e Mosca, dopo la visita nel porto di Shangai di due navi da guerra russe.

Il Dipartimento di stato Usa, è stato costretto a rivelare che è in cantiere l’installazione di 100 missili nucleari in Alaska. Il segretario di stato Strobe Talbott è subito partito per Mosca, dove ha spiegato la volontà statunitense di rivedere il trattato Abm (firmato nel 1972) e, per addolcire la pillola, la proposta di discutere un trattato Start III, per una ulteriore riduzione degli arsenali nucleari (pur sapendo che la Duma deve ancora ratificare lo Start II). Ma i russi non si sono detti d’accordo ed hanno accusato gli Usa di aver riportato il mondo ai tempi della "Guerra fredda". Mosca potrebbe decidere di venir meno a tutti i trattati sul disarmo (compresi gli Start), chiudere i confini agli osservatori militari Usa e ricominciare a fabbricare armi nucleari, come ha annunciato il 5 ottobre, in un’intervista alla "Nezavisimaya Gazeta", il generale Vladimir Yakovlev, comandante delle "Forze missilistiche strategiche".

Prospettive

Negli avvenimenti di queste settimane vediamo si intrecciano strettamente processi che hanno tempi e portata diversi. È chiaro che l’intervento in Cecenia è una fuga in avanti della "famiglia" attorno a Eltsin.

Primakov e Luzkhov non volevano questa avventura, che viste le condizioni dell’esercito, potrebbe finire in un’altro disastro come nel 1995. I settori economici, politici e militari attorno a loro hanno bisogno di tempo e risorse per mettere in atto quello che possiamo definire il percorso "russo" verso il capitalismo in alternativa a quello rappresentato da Eltsin.

Putin sa che la Cecenia è una trappola e perciò non sembra volerla invadere per intero ma fermarsi sul fiume Terek, occupando la parte pianeggiante accontentandosi di tenere sotto tiro la capitale Grozny. Ciò significherebbe di fatto la spartizione della Cecenia, ma non risolverebbe nessuno dei problemi. Porterà ad una nuova ondata di odio antirusso nella zona e l’instabilità non potrà che aumentare.

Se è stato relativamente facile cominciare l’invasione, questo si deve all’ambiente dominante oggi in Russia, in particolare tra i militari. Si sentono accerchiati dalla Nato e vogliono, partendo dai territori della ex-Urss, disporre una adeguata difesa. Ciò porterà necessariamente ad un maggior interventismo russo in tutta la regione caucasica e nelle repubbliche asiatiche della ex-Urss. Al riguardo lo Stato russo ha interessi convergenti con quello cinese. Necessariamente questa deriva aumenterà il ruolo dei militari nella politica russa.

Al di là dei suoi esiti immediati, l’avventura nel Caucaso conferma la crisi profonda del regime eltsiniano, la cui crisi potrebbe precipitare nei prossimi mesi. I candidati alla successione di Eltsin, da Lebed a Primakov, faranno del rafforzamento militare e diplomatico della Russia il punto centrale del loro programma. Questo significa un programma di dura reazione all’interno per creare le basi economiche e sociali di un imperialismo russo.

L’unica alternativa al dominio di un nuovo "uomo forte" sta nel movimento operaio russo, che nella crisi che lacera il vertice della società può trovare la strada per riprendere il proprio ruolo sulla scena politica russa.

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