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I comunisti senza prospettive soccombono al nazionalismo

Il 7 dicembre scorso si sono tenute in Russia le elezioni politiche. L’Occidente ha inviato gli ossevatori dell’Osce, i quali hanno parlato eufemisticamente di elezioni “in gran parte truccate”. Ciononostante i cosiddetti critici di Putin non sono andati oltre qualche innocua lamentela.

L’imperialismo ha speso più di un decennio facendo pressioni sulla Russia perché passasse rapidamente per la via delle cosiddette “riforme di mercato” e diventasse così un fragile alleato dipendente dalle potenze capitaliste, un paese a cui sottrarre le importanti risorse naturali e approfittare di una manodopera qualificata e a basso costo. Il risultato è stato un crollo della produzione industriale, un peggioramento senza precedenti della qualità della vita e la formazione di una classe borghese di ultra-ricchissimi. Ma a differenza delle aspettative dei suddetti consiglieri, la Russia non si piega al ruolo di umile colonia.

I partiti che avevano guidato il processo di transizione al capitalismo e rappresentavano la longa manus dell’imperialismo all’inizio degli anni ’90, Yabloko e l’Unione delle forze di destra non hanno neppure raggiunto lo sbarramento del 5%. Il dato preoccupante per l’imperialismo è che esiste un’opposizione di massa alle cosiddette “riforme di mercato” e che tutti i partiti, per trovare un seguito significativo, devono, almeno a parole, condannarle. Mancando un’alternativa di sistema, la parola d’ordine fondamentale con cui le forze politiche traggono sostegno è quella della difesa della patria, degli interessi della nazione russa. La diffusione del nazionalismo russo non può che destare preoccupazione nell’imperialismo americano ed europeo, non tanto per timore dei cosiddetti rischi di autoritarismo o dell’efferatezze nella guerra cecena, quanto perché la Russia non è un piccolo paese oppresso e dunque il suo nazionalismo non è manovrabile e strumentalizzabile (come hanno fatto con i curdi o i kosovari) e in determinate situazioni può ritorcersi contro i loro interessi.

 

Ma vediamo cosa è emerso dalla scorsa tornata elettorale. Il grande vincitore delle elezioni è certamente il presidente Putin, il quale ha beneficiato di una certa ripresa economica (l’anno si è chiuso con una crescita del Pil del 6,5%, su una previsione del 4,5%) che ha rallentanto in parte le tensioni sociali, anche se l’aspetto più importante è dovuto alla sostanziale assenza di una opposizione credibile che ha permesso ai partiti governativi di vendere con una certa facilità il proprio populismo.

Putin ha sostenuto pubblicamente il partito governativo “Russia unita”, che ha raccolto il 37% dei voti. Era necessario per questo partito cercare di recuperare l’inevitabile discredito dovuto a questi anni di gestione del potere e di politiche antipopolari e ha incentrato la sua propaganda in chiave anti governativa, accusando il primo ministro Mkhail Kasjanov di sostenere l’oligarchia affarista a spese del popolo russo. Curiosamente il segretario di questo partito è Boris Gryzlov, ministro degli interni, così come gran parte dei suoi dirigenti hanno posizioni di spicco nella compagine governativa o sono governatori di regioni importanti.

Tuttavia la strategia di Putin e dei partiti che ha raccolto attorno a sè, non è solo legata alle necessità contingenti della contesa elettorale, anzi rappresenta proprio il tentativo di equilibrarsi fra le grandi contraddizioni della società russa e fra le sue classi sociali.

 

A partire dalla sua elezione a presidente nel 2000, Putin si è appoggiato sul partito comunista per ridurre il peso delle formazioni liberali, attirando al suo seguito un numero crescente di dirigenti del Pcfr, che come risultato di queste “attenzioni” è dilaniato dagli scontri interni ed è stato reso inerme, per ora, come potenziale avversario. Ha eliminato gli elementi che per risorse economiche e relativo peso politico potessero mettere in discussione il suo primato: si pensi al recente arresto “per frode fiscale” di Khodorkovskij magnate del petrolio o al mandato di cattura che costringe all’esilio Berezhovskj e Gusinski (settore mass-media) che pure erano suoi sostenitori in precedenza. Contemporaneamente però Putin promuove accordi con l’Occidente, continua il processo di privatizzazioni e si rende portavoce della stessa politica economica dei suoi predecessori, appoggiandosi ora su altri oligarchi. Si pensi allo stesso Chubajs (dirigente dell’Unione delle forze di destra e magnate del settore dell’energia elettrica) che dopo essere stato sonoramente battuto alle elezioni viene chiamato a collaborare ancora con il governo. Quello che sta avvenendo è una lotta fra diversi settori di borghesia e di apparato statale per l’accaparramento e la redistribuzioni della ricchezza e delle risorse del paese. In questa lotta Putin rappresenta l’abile arbitro che abbracciando la tesi della costruzione del capitalismo nazionale costruisce il suo ruolo appoggiandosi su questi diversi settori e facendo leva sul nazionalismo per sedare lo scontento delle masse.

 

Il ruolo del Partito comunista in tutto questo è fortemente minato dalla sua incapacità politica. Di fronte ad un così generalizzato rifiuto delle politiche liberiste, le possibilità di crescita per un partito comunista sono enormi, ciononostante il Pcfr di Zyuganov è riuscito a passare dal 24% nel 1999 all’attuale 12,7%. Le ragioni di questa sconfitta vanno ricercate nell’incapacita del Pcfr di elaborare una reale alternativa a Putin. Zyuganov ha dichiarato in più occasioni di essere contrario alla politica interna, ma di sostenere la politica estera del Presidente (in particolare la guerra in Cecenia). Il partito ha ricalcato le parole d’ordine di Putin sulla difesa degli interessi nazionali della Russia, dimenticando la necessità di smontare il mito della nazione per chiarire che non esistono interessi nazionali, ma interessi di classe e che risiede esclusivamente nella forza e nella capacità della classe operaia la possibilità di porre fine alla barbarie del capitalismo. Poi si sono fatti paladini della lotta contro l’autoritarismo e a ottobre scorso in nome della democrazia, Zyuganov ha addirittura criticato Putin per aver arrestato Khodorkovsky, arresto certamente strumentale, ma assolutamente condivisibile considerando la natura del personaggio!

Esiste una contraddizione di fondo nel Pcfr. Il suo gruppo dirigente o buona parte di esso vede in parte della politica di Putin – dare più poteri agli uomini interni all’apparato statale, ai siloviki (i membri dei servizi di sicurezza) a scapito degli oligarchi che si sono arricchiti nella prima fase delle privatizzazioni – il proprio programma politico. Ma la gran parte dei militanti, della base elettorale sostiene e vota il Pcfr come mezzo per porre fine all’incubo del capitalismo e tornare ai tempi dell’economia nazionalizzata e pianificata. Il gruppo dirigente del Pcfr è spiazzato da Putin e lo rincorre sul suo terreno, aprendo ulteriori contraddizioni al suo interno. Alla fine del 2002 una parte importante dei dirigenti del Pcfr, fra cui lo speaker alla Duma Ghennady Selezniov e vari governatori di regioni importanti, dopo un aspro dibattito interno e il tentativo del partito di costringerli a una disciplina nelle istituzioni in cui erano eletti, hanno promosso una scissione di destra che è poi entrata nella rosa dei sostenitori del Presidente. Per cercare di limitare i danni di questa scissione e recuperare consensi fra i settori moderati e non comunisti, il Pcfr decide di inserire nella lista elettorale esponenti significativi non di partito. Il personaggio di punta era Seghej Glaziov, ex ministro del primo governo post-sovietico dimessosi per il cannoneggiamento del Parlamento nel 1993 da parte di Eltsin e animatore del “Congresso delle comunità russe”, formazione politica del defunto Lebed. Glaziov doveva essere nella testa di lista del Pcfr alle scorse elezioni, senonché a settembre lancia un suo partito “Rodina” (Patria) e l’azione di disturbo verso il Pcfr è notevole perché raccoglie poco più del 9%. Subito dopo le elezioni Glaziov pur criticando il governo garantisce il suo sostegno al presidente Putin, e in una mirabolante capriola dichiara addirittura di essere disponibile ad accogliere nel suo gruppo parlamentare i quattro eletti di Yabloko, il partito delle privatizzazioni.

Il Pcfr ora sarà impegnato in un serrato dibattito sulle ragioni di questa sconfitta. È evidente la necessità di recuperare un’autentico programma rivoluzionario. La rincorsa al nazionalismo borghese, la ricerca del sostegno dei settori moderati, ovvero di borghesi più o meno illuminati non può portare il partito che in un vicolo cieco. L’ampia coalizione che oggi sostiene Putin molto difficilmente resisterà alla prova dei fatti e l’equilibrio su cui si è mantenuto il presidente finora è in realtà molto precario, così come precarie sono le condizioni di milioni di persone in Russia. Da qui la classe operaia russa ripartirà per riprendersi ciò che gli spetta e solo se il Pcfr saprà interpretare le sue autentiche aspirazioni mettendosi a sua disposizione per la presa del potere, potrà uscire dalla sua crisi.

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