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e le sue conseguenze

Pubblichiamo alcuni estratti di un articolo di Alan Woods, direttore della rivista marxista britannica "Socialist Appeal". Il testo completo dell’articolo è consultabile in inglese alla pagina web www.marxist.com

La guerra in Cecenia va compresa come parte di un quadro più ampio, poiché la Russia comincia a invertire la propria ritirata dal Caucaso. La Russia non può imporre la propria volontà sul Caucaso settentrionale senza assicurarsi anche il controllo del Caucaso meridionale, dove è in conflitto con la Georgia e l’Azerbaigian. Anche nell’Asia centrale c’è una lotta feroce per il controllo delle immense risorse petrolifere, di gas naturale e materie prime. Gli Usa hanno tentato di costituire un blocco chiamato GUUAM (Georgia, Azerbaihgian, Uzbekistan e Moldavia, nel quale vorrebbero attrarre anche l’Ucraina) e di orientarlo contro la Russia, cominciando con un’alleanza economica ma che ora si allarga alla cooperazione militare. Hanno persino formato una forza militare congiunta per difendere il nuovo oleodotto dall’Azerbai-gian alla costa georgiana del Mar Nero. Lo scopo dichiarato è di creare una rotta petrolifera che escluda la Russia.

Questo pone una minaccia economica e strategica agli interessi della Russia, ed è la causa di fondo dell’attuale caos sanguinoso nel Caucaso. Mosca ha risposto riaffermando la propria influenza sulla regione. La nuova offensiva contro la Cecenia, con il suo brutale dispiegamento di forze, è parte di questa strategia. Altre guerre sono in preparazione.

C’è un conflitto fra Armenia e Azerbaigian, nel quale l’Armenia è appoggiata dalla Russia, dall’Iran e dalla Grecia, mentre la Turchia, incoraggiata dagli Usa, appoggia l’Azerbaigian. Anche qui al centro della lotta vi sono gli oleodotti, e gli Usa incoraggiano le ambizioni turche verso l’Asia centrale.

Un punto cruciale nella lotta per il Caucaso è la Georgia. Il presidente georgiano Shevardnadze è un ammiratore entusiasta dell’occidente, e ha dichiarato la sua intenzione di "bussare con forza alle porte della Nato" entro cinque anni, una posizione che rende inevitabile la reazione della Russia.

Mosca ha accusato la Georgia e l’Azerbaigian di aiutare i ribelli ceceni e appoggia l’opposizione interna. La Russia sta usando tutti i mezzi per rafforzare la propria presa sul Caucaso. Il suo principale alleato nella regione è l’Armenia. Il 27 ottobre un gruppo di sicari è entrato nel parlamento della capitale armena Erevan, uccidendo il primo ministro. L’Armenia ha immediatamente fatto appello alla Russia, che ha inviato un’unità di commandos nella città. Come risposta la Georgia ha mobilitato le truppe sui confini, ma questo non fermerà la pressione russa.

In breve, la Russia ha lanciato una campagna in grande stile per riaffermare il proprio controllo sul Caucaso meridionale.

Durante la scorsa guerra contro la Cecenia, l’occidente fece pressioni sulla Russia affinché desistesse dall’invasione. Ma ora i tempi sono cambiati. La cricca del Cremlino, con un occhio rivolto ai crediti del Fondo monetario internazionale, è aperta a queste pressioni, ma i generali sono determinati a non permettere che si ripeta una sconfitta umiliante. Il comando russo ha concentrato enormi forze nella regione, e ha imitato la tattica della Nato in Kosovo, usando massicci bombardamenti aerei e di artiglierie evitando combattimenti di terra. Hanno mostrato di essere disposti a impiegare i metodi più brutali con i bombardamenti a tappeto su villaggi e città.

Da un punto di vista puramente militare, l’esito della guerra non può essere messo in dubbio. La schiacciasassi russa spianerà qualsiasi opposizione e poco importa ai generali se per farlo dovranno radere al suolo l’intero paese. Come ha dichiarato un ufficiale russo, "assedieremo Grozny, Gudermes e altre città e costringeremo i banditi a rifugiarsi sulle montagne. Lì possono morire di fame e di freddo durante l’inverno".

Tuttavia, si aprirebbe la prospettiva di una lunga guerriglia. I combattenti ceceni tenteranno di usare la Georgia come base per le loro operazioni, e questo potrebbe facilmente portare i Russi a sconfinare con incursioni in quel paese. La guerra tenderà ad allargarsi, con conseguenze di lunga portata per l’intera regione.

I militari e il Cremlino

La posizione dei generali sta entrando in conflitto con quella del governo, che per bocca del ministro degli esteri Ivanov aveva dichiarato il 10 novembre di essere pronto ad "avviare il processo per una soluzione politica".

Il comandante russo in Cecenia, generale Vladimir Shmnaov, ha dichiarato pubblicamente che lui e i suoi colleghi si dimetterebbero piuttosto che obbedire a un cessate il fuoco. "C’è chi ritiene che in caso di cessate il fuoco il paese si troverebbe sull’orlo di una guerra civile", ha avvertito minacciosamente. (Questo spiega perché Eltsin abbia dovuto abbandonare per protesta il vertice dell’Osce a Istanbul il 19 novembre - Ndt).

Questa guerra rappresenta un punto di svolta per i militari russi. Hanno deciso di andare per la loro strada, senza curarsi di quello che dicano Eltsin o la sua cricca. Ma avendo provato il gusto del potere, la casta degli ufficiali vi si abituerà ben presto, e non tarderà a domandarsi se non si possa fare a meno dei politici civili. La prospettiva di un colpo di stato diventa più probabile con l’approfondirsi della crisi, considerato che nessun partito indica una via d’uscita dal caos. Qui vediamo il ruolo fatale giocato dai dirigenti del partito comunista, che hanno capitolato di fronte al capitalismo e si sono limitati a giocare con la tattica parlamentare e a fare l’occhiolino ai militari e al nazionalismo in generale.

La tendenza verso il bonapartismo è chiara. La stampa moscovita è piena di commenti tesi a giustificare una possibile dittattura. "La società è pronta ad accettare il pugno di ferro", scrive Nikolai Petrov, analista dell’Istituto Carnegie di Mosca.

Il conflitto in Kosovo ha avuto un grosso effetto sui militari russi, che hanno visto con orrore le difese jugoslave venire distrutte da armi tecnologicamente più avanzate. Lo stato maggiore di Mosca ha tratto la seguente conclusione: "Ieri la Jugoslavia, domani toccherà a noi. Quindi, dobbiamo riarmare". Questo ha serie implicazioni sul futuro della Russia. Dieci anni di privatizzazioni e di "economia di mercato" non solo hanno rovinato la Russia, ma hanno anche deteriorato seriamente la capacità militare. Sulle basi attuali un serio programma di riarmo e di rilancio nazionale è impossibile. In realtà, l’unica strada per cominciare a risolvere la crisi sarebbe la restaurazione di un’economia nazionalizzata e pianificata. Questa prospettiva non è certa, ma una recessione mondiale darebbe una forte spinta alla tendenza a rinazionalizzare l’economia, non solo in Russia, ma anche in Cina e in parti dell’Europa orientale. In tali condizioni, la spinta a ricostituire l’Unione sovietica sarebbe probabilmente irresistibile, a causa della perdita di mercati nell’occidente.

Il crollo dell’Urss si è dimostrato un disastro per tutti i popoli. Vi erano, e vi sono tutt’ora, validi motivi economici per mantenere l’Unione. Ma sulla base di un regime totalitario burocratico, questo era diventato sinonimo di oppressione da parte di Mosca. Oggi qualsiasi tentativo i riunificare con la forza le ex repubbliche sovietiche sulla base del capitalismo mafioso che governa in Russia sarebbe un disastro ancora peggiore. È un crimine sostenere le azioni della cricca governante di Mosca sulla base di pretesi interessi nazionali Russi. Ma per la Cecenia, come per le altre repubbliche, la soluzione non può essere nella separazione su basi capitaliste. Il Caucaso non può vivere nel vuoto. Se la Russia si ritirasse, l’intera regione cadrebbe immediatamente sotto il controllo dell’imperialismo Usa e dei suoi alleati turco e britannico. Il saccheggio e lo sfruttamento continuerebbero, e nessun problema si risolverebbe.

La prima condizione per l’emancipazione dei popoli dell’ex Urss è il rovesciamento del capitalismo, in Russia, ma anche in Ucraina, in Georgia e in tutte le altre ex repubbliche sovietiche. Quello che è necessario è una unione volontaria su basi socialiste, nella quale tutti i popoli dell’ex Urss potrebbero entrare sulla base di una completa eguaglianza. Come nel 1917-20, un simile esempio avrebbe un enorme impatto su tutti i popoli oppressi dell’Asia, a cominciare dall’Iran e dalla Turchia, e accenderebbe una fiaccola di speranza per tutto il mondo.

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