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Ossezia del Nord
 

Abbiamo ricevuto questo rapporto da Mosca poco dopo gli avvenimenti nella scuola di Beslan nell’Ossezia del Nord. Contiene diverse informazioni che non sono emerse sui media occidentali. Il rapporto mostra la divisione fra la gente comune di Beslan e le autorità. I genitori e i parenti di coloro che erano rapiti non avevano fiducia nella capacità delle autorità di difendere i loro familiari. Chiedevano anche al governo di cedere alle richieste dei terroristi, ma il governo ha inventato la scusa che le loro rivendicazioni “non erano chiare”. Inizialmente il governo ha anche abbassato il numero degli ostaggi, mentre le famiglie sapevano che erano molti di più. Le autorità cercavano di sminuire il problema. Tutto questo rivela una dose di cinismo molto alto da parte del governo russo e di Putin stesso.

Detto ciò, l’atteggiamento dei rapitori è stato del tutto barbaro. Hanno trattato questa povera gente in modo abominevole durante tutto il periodo della prigionia e sono arrivati a sparare addosso a bambini disperati e in fuga. Tutto ciò ha colpito la sensibilità di milioni di persone in tutto il mondo. Come non ci si potrebbe commuovere alla vista di bambini morti e feriti, di genitori disperati alla ricerca di loro piccoli?

Sfortunatamente tutto questo verrà sfruttato dai Putin del mondo e anche dai vari Berlusconi e Bush. Questo atto barbarico di terrorismo individuale non servirà alla causa del popolo ceceno. Verrà usato per portare avanti misure repressive all’interno della Russia. L’esercito russo in Cecenia sta affrontando molte difficoltà. Non c’è alcun dubbio che Putin userà gli ultimi avvenimenti a Beslan per giustificare la continuazione della guerra. Questo inoltre non renderà in nessun modo il paese più sicuro per la gente comune che vive del proprio lavoro. Le operazioni dell’esercito russo in Cecenia nell’arco di un decennio hanno distrutto il paese: Grozny, la capitale, è l’ombra di quello che era. Decine di migliaia di ceceni sono stati uccisi. Migliaia ne moriranno ancora.

Putin non può ritirare l’esercito russo dalla Cecenia, perché significherebbe la sua fine politica. Anzi, come ha dichiarato il governo di Mosca, “colpiremo i terroristi in ogni angolo del mondo”, associandosi alla dottrina della guerra preventiva di George W. Bush. Questi proclami bellicosi serviranno solo ad aumentare la riserva di odio dalla quale reclutano i terroristi.

La linea della fermezza del Presidente russo sarà anche la causa del suo declino. Non può annientare un popolo intero. Oggi la linea dura è appoggiata massicciamente dalla popolazione russa, ma già critiche crescenti si levano contro la gestione della crisi. Questa è la ragione per cui Putin ha imposto un controllo ancora più rigido sui mass media nel paese.

L’escalation del terrorismo verrà usata anche da Bush nella sua campagna elettorale per giustificare la “guerra al terrore”, che naturalmente non è tale. Come ora ognuno sa, la guerra in Iraq non ha nulla a che vedere con il terrorismo.

Anche noi comunisti siamo stati toccati profondamente dalla strage di Beslan. Ma sarebbe grave se davanti alla commozione rinunciassimo al dovere di ogni rivoluzionario, che è quello di analizzare i processi reali e su questa base avere gli strumenti necessari per reagire e farla finita con questa barbarie. Molti dirigenti dei partiti della sinistra italiana, e non solo, sembrano invece presi alla sprovvista. Per il segretario del Prc Bertinotti la causa di questi avvenimenti è il binomio guerra-terrorismo, che si alimentano a vicenda diventando “avversari distruttivi dell’umanità”. Per Bertinotti “In Ossezia si è varcata la soglia dell’orrore. (…)A Beslan è successo qualcosa di nuovo? Si. E allora bisogna dire parole nuove. (…) Beslan è un baratro sulla nostra umanità.” (La Repubblica, 09/09/2004)

La crudeltà degli avvenimenti di Beslan va denunciata ma non è superiore alla crudeltà dimostrata dai nazifascismi nei confronti della Resistenza. Anche a Marzabotto furono sterminati donne e bambini. E che dire delle decine di migliaia di desaparecidos in America Latina negli anni settanta. E delle stragi fasciste in Italia in quegli stessi anni? E, più vicini a noi in termini di tempo, i genocidi in Ruanda, in Sierra Leone, in Liberia, con milioni di vittime, nel decennio scorso.

O pensiamo che il genere umano tenta a perdere l’uso della ragione in determinati momenti e determinati luoghi, dove guerra e terrorismo non abbiano alcuna causa oggettiva, oppure dobbiamo inserire tutti questi avvenimenti in un quadro ben preciso. Un generale prussiano spiegava due secoli fa che “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. E tutte queste guerre si compiono per perpetrare il dominio delle classi dominanti, per conquistare nuovi mercati e nuove sfere d’influenza, così come i colpi di stato, stragi e repressione è sempre servita per allontanare la possibilità che le classi oppresse potessero rovesciare l’ordine costituito.

Le guerre e il terrorismo nascono dalle contraddizioni di questa società divisa in classi. L’abbattimento del capitalismo è il nodo che dobbiamo sciogliere se vogliamo porre fine agli orrori e alle barbarie sempre più ricorrenti.

In tutto il Caucaso ci sono in gioco importanti interessi politici ed economici. I gruppi terroristici ceceni hanno scatenato una campagna formidabile di attentati negli scorsi trenta giorni: due aerei dirottati, attentati a Mosca e l’assalto alla scuola. C’è bisogno di molto danaro, organizzazione e coperture per fare tutto ciò. La Turchia a lungo ha sostenuto e con tutta probabilità sostiene ancora le milizie cecene, mentre per lunghi anni Londra ha ospitato il governo indipendentista. Indipendenza della Cecenia che è stata sponsorizzata a lungo da molte potenze occidentali, fino a quando Putin non è diventato un fedele alleato nella guerra al terrorismo di Bush e soci. D allora i massacri in Cecenia ad opera dell’esercito russo sono divenuti un affare interno della Russia.

Come non ricordare che il ginepraio caucasico trae le sue origine dall’oppressione dell’impero zarista sulle minoranze etniche prima e da quella della burocrazia stalinista poi? Stalin deportò la quasi totalità della popolazione cecena nell’Asia sovietica nel bel mezzo della seconda guerra mondiale. L’utopia reazionaria della teoria del socialismo in un paese solo portò alla degenerazione nazionalista di ciascuna burocrazia nazionale dell’Urss e, in seguito al crollo dello stalinismo, alla frammentazione dell’Unione Sovietica in sedici repubbliche diverse, con problemi ancora aperti, come vediamo, in ognuna di esse.

Come dimostra questo articolo, il popolo del Caucaso vuole la pace, non la guerra. Se il potere rimarrà nelle mani dell’oligarchia russa, la guerra continuerà. E le manovre dell’imperialismo nella regione non aiuteranno, soprattutto in Georgia. Alle grandi potenze non interessano veramente le vite della gente comune che lavora. Quello a cui sono interessati sono il potere, i privilegi, il controllo delle risorse e i profitti. La classe lavoratrice è schiacciata in questo conflitto. La barbarie di questi ultimi giorni, sfortunatamente si ripeterà. Può essere eliminata una volta per tutte quando il sistema che la genera sarà rovesciato. Solo quando i lavoratori avranno pieno controllo dei loro destini, allora le persone potranno vivere in pace.

La redazione

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Un’esplosione fortissima e uno scambio di spari ha reso nota l’intenzione delle forze di sicurezza di prendere con la forza la scuola alle 12,00 circa, ora locale, ponendo fine alla crisi durata tre giorni. Un gruppo di circa venti ostaggi, compresi bambini, ha cercato di scappare e sono stati colpiti dai rapitori. I primi soccorritori che cercavano di salvare i feriti sono pure stati colpiti. Carri armati e ambulanze affollavano le strade, mentre in alto gli elicotteri circondavano la scuola.

Il panico si impadroniva dei familiari degli ostaggi che aspettavano fuori nelle ore successive piene di caos. Quello che c’era in gioco non era la cifra ufficiale dei circa 300 fra bambini e adulti, ma la cifra reale fra i 1000 e i 1500 ostaggi, secondo le madri con bambini piccoli che erano stati rilasciati il giorno prima.

La tensione è montata quando altre esplosioni hanno squarciato la scuola, causate apparentemente delle Forze Speciali per permettere agli ostaggi di scappare, nudi perché costretti a vivere in pochissimo spazio a 40 gradi centigradi. Circa duecento di essi hanno corso per mettersi al riparo, rischiando di esporsi al fuoco dei cecchini. In quel momento giungeva la notizia che il soffitto della palestra, dove erano tenuti gli ostaggi, era crollato.

L’ansia cresceva per gli ostaggi ancora dentro. I capi della sicurezza hanno dichiarato che la situazione era sotto controllo, ma i genitori disperati hanno ignorato queste rassicurazioni e si sono precipitati verso la scuola alla ricerca dei bambini catturati.

Sono giunte voci che insieme agli ostaggi erano scappati anche 13 o forse più terroristi. Due attentatrici suicida erano fuggite vestite da infermiere. Sono stati riportati anche spari nel sud della città e nelle vicinanze della torre dove si presumeva fossero i terroristi. Tutti gli ufficiali di polizia nell’Ossezia del Nord sono stati avvertiti di bloccare tutte le strade e le linee ferroviarie che portano fuori dalla regione.

Centinaia di appartenenti alle milizie locali si sono lanciati alla caccia dei terroristi. La radio pubblica russa ha riportato notizie non confermate di un linciaggio ad opera di locali di un terrorista catturato mentre scappava dalla scuola.

Alle 15,00 notizie di un’agenzia su internet ha riportato che la crisi si era conclusa. Ma spari sporadici sono stati sentiti per alcune ore perché i soldati stavano scovando sospetti terroristi che ancora si nascondevano nell’edificio.

Il sito gazeta.ru inizialmente ha citato una fonte delle forze di sicurezza che ha fornito un numero delle perdite di “minimo 150”, ma la cifra reale successivamente è diventata molto più alta. Almeno 330 sono stati uccisi, circa la metà di essi bambini.

Il ruolo delle autorità

Si ripete la risposta delle famiglie della crisi di due anni fa a Mosca con gli ostaggi nel teatro Dubrovka, anche oggi le immagini sui giornali mostrano le famiglie di Beslan che manifestano con cartelli che chiedono alle autorità di cedere alle rivendicazioni dei terroristi.

Le autorità sostengono che non potevano fare nulla pochè le richieste non erano chiare. Invece lo erano. I terroristi volevano il rilascio dei combattenti che avevano compiuto un attentato in Inguscezia lo scorso giugno, portando alla morte di 100 persone.

Né lo scambio di trenta Ceceni e Ingusceti per centinaia di loro familiari e amici, né la fine della guerra in Cecenia, che giustamente incolpano di aver originato l’attacco nella loro città, erano richieste impossibili da accettare agli occhi della popolazione locale. Ma per il Presidente Putin simili concessioni non erano in discussione.

La situazione è diversa dalla prima guerra in Cecenia nel 1994-6, che si concluse dopo vari tentativi raffazzonati di salvare gli ostaggi in diverse occasioni. Il 14 giugno 1995 duemila persone furono tenute in ostaggio nell’ospedale di Budyonnovsk vicino alla Cecenia, 100 persone sono morte. Il 9 gennaio 1996 tremila persone furono sequestrate a Kizlyar, un altro ospedale nel sud della Russia, 78 morti nell’azione dei terroristi di fuga verso la Cecenia con alcuni ostaggi trattenuti come scudi.

A differenza del presidente Eltsin, che aveva un problema di bassa popolarità e di scarsa presa sull’Esercito, Putin non ha nessuna intenzione di ritirarsi, soprattutto da quando è arrivato al potere con lo slogan di riprendere il controllo russo sulla Cecenia.

Vista lo stallo delle trattative, la popolazione che si era raccolta attorno alla scuola e in tutta Beslan era scettica rispetto alle promesse di Putin di non usare la forza e di salvare le vite a tutti i costi. Senza dubbio le autorità non hanno fatto molto per inspirare fiducia alla gente. Hanno dato poche informazioni e hanno mentito sul numero degli ostaggi.

Dopo questi tragici avvenimenti, Putin ha visitato Beslan e i cittadini hanno approfittato dell’occasione per dare sfogo alla loro rabbia contro di lui che era arrivato a Beslan per una visita mordi e fuggi, e lo hanno accusato di essersi messo in posa per le tv invece di incontrare la gente che era stata duramente colpita da questa tragedia. “Non ha visto nessuno e non ha parlato con nessuno,” ha detto un residente di nome Boris i cui familiari e vicini di casa sono spariti. “voleva solo far vedere al mondo quanto è giovane e bello, ma non ha fatto nulla e non potrà fare nulla perché fatti del genere non accadano ancora.”

Le ripercussioni della crisi degli ostaggi

Il motivo per cui i terroristi hanno scelto una scuola nell’Ossezia del Nord non è difficile da capire. Nel 1992 scoppiò un conflitto tra quest’ultima e l’Inguscezia con migliaia di vittime. Dopo il blitz in Inguscezia dalla Cecenia lo scorso giugno, quest’ultimo attacco è chiaramente un tentativo di allargare l’instabilità cosicché la guerra non sia confinata all’interno della Cecenia ma si allarghi a tutte le nazionalità che compongono il Caucaso.

La composizione etnica dell’Ossezia del Nord illustra il disastro che si potrebbe scatenare da un conflitto che superi i confini della Cecenia, dove la popolazione è composta in gran parte da due nazionalità, ceceni e russi. Secondo il sito del governo dell’Ossezia del Nord ben 95 nazionalità vivono in Ossezia “I gruppi nazionali più rappresentati sono gli osseti, 334mila (il 53% della popolazione), i russi, 189mila (29,9%), gli ingusci (5,2%),gli armeni (2,2%), i georgiani (1,9%), gli ucraini (1,6%), i kumik (1,5%). Gli altri gruppi nazionali (tedeschi, greci, ebrei, coreani, Ceceni, Azeri, Azeri, Tartati e altri) sono pari allo 0,6% della popolazione.

Le altre regioni del Caucaso hanno un miscuglio simile di etnie, evidenziando il fatto che la gente non sceglie il posto per vivere secondo i confini tracciati dalla diplomazia del diciannovesimo e del ventesimo secolo. Così un conflitto che si apra su linee nazionali in una qualsiasi zona del Caucaaso, come l’Ossezia del Nord o l’Inguscezia inevitabilmente avrà un effetto su tutte le nazionalità che vivono nella zona del conflitto e causerà ad atti di ritorsione in tutto il territorio russo.

In particolare, oltre al conflitto ancora irrisolto in Nagorno-Karabach fra l’Armenia e l’Azerbaigian, la destabilizzazione dell’Ossezia del Nord potrebbe esacerbare ancor di più le tensioni che stanno crescendo in Ossezia del Sud e in Abkhazia tra la Georgia e la Russia, scatenando un conflitto più ampio che andrebbe così al di là dei confini russi.

Un sito web ceceno (Chechenpress) ha pubblicato un articolo che forniva una chiara idea della logica dei terroristi che vedrebbero con piacere l’eventualità di una guerra tra Georgia e Russia. In un’ostentazione di disprezzo per la sofferenza umana e le terribili conseguenze insite in un simile sviluppo, l’articolo spiegava che una guerra di questo tipo fornirebbe le basi per l’unità di tutte le nazioni caucasiche contro la Russia.

Nell’eventualità che scoppi una guerra del genere la Russia utilizzerebbe l’Ossezia del Nord come una base da cui difendere l’Ossezia del Sud, che è al momento una regione autonoma della Georgia e dove russi, georgiani ed osseti potrebbero continuare a vivere in maniera pacifica a meno che una guerra non sia imposta su di essi dall’esterno. Il pericolo di guerra sta aumentando con le crescenti perdite da parte dell’esercito russo nelle scaramucce continue al confine con la Georgia. Gli ultimi segnali di tensione si notano nel fatto che Mikhail Saakashvili, il Presidente della Georgia, ha di recente condotto una purga degli alti comandi dell’Esercito, che oggi è sotto controllo esclusivo di ufficiali addestrati negli Usa, mentre la Russia si è rifiutata di restituire le installazioni militari di cui ancora dispone in Georgia, come concordato in precedenza, adducendo problemi tecnici.

L’eventualità di nuovi conflitti, nonostante accordi diplomatici temporanei sempre possibili, non significa che le genti del Caucaso vogliano la guerra. Fra tutti i resoconti pubblicati sui quotidiani durante la crisi degli ostaggi spiccava un riferimento a manifestazioni di protesta in tutto il Caucaso contro l’attacco alla scuola, compresa la Cecenia, dimostrando che quello che la popolazione desidera realmente è la pace e un futuro migliore per i propri figli.

Tuttavia le cricche reazionarie al potere nella regione non potranno mai garantire la pace. Perciò la lotta per un futuro migliore è compito di tutti i lavoratori e le lavoratrici, che potrà essere assicurato solo unendosi alla lotta dei lavoratori russi contro i nostri governanti. Putin e soci non solo mettono in pericolo le vite delle popolazioni del Caucaso, ma anche dei giovani russi che mandano a combattere una guerra in cui non credono e che creerà le condizioni per ulteriori carneficine nel prossimo futuro.

3 settembre 2004

 

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