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Russia: Putin nuovo uomo forte?

Sullo scorso numero della nostra rivista abbiamo sottolineato come con la guerra in Cecenia si stessero creando le condizioni per l’ascesa di un nuovo "uomo forte" in Russia, che cavalcasse il nazionalismo e la spinta a contrapporsi all’occidente, spinta che a partire dalla guerra in Kosovo si esprime con forza sempre maggiore ai vertici della società russa.

Gli avvenimenti delle ultime settimane confermano quanto avevamo scritto. Le elezioni tenute alla Duma in dicembre hanno visto la vittoria del nuovo primo ministro Putin, che oggi sembra aver sostituito Eltsin come nuovo punto d’equilibro della politica russa. Putin oggi ha stabilito una stretta alleanza con i generali che conducono la guerra in Cecenia, e ha offerto a Eltsin e al giro più stretto della "famiglia" la soluzione di un allontanamento dal potere in cambio di una sostanziale impunità riguardo ai numerosissimi scandali che hanno coinvolto la cricca dominante negli scorsi anni.

Lo sfondo dell’intera vicenda, tuttavia, non è da ricercarsi tanto nelle disavventure giudiziarie che rischiavano di colpire Eltsin e la sua clientela, quanto nei grandi cambiamenti che a partire dalla crisi del rublo del 1998 hanno cominciato a prodursi nella società russa.

Oggi è ormai definitivamente tramontato il tempo dell’amicizia "fraterna" fra l’élite russa e l’occidente. Progressivamente tutti gli strati decisivi della classe dominante (militari, grandi gruppi economici, servizi segreti) si sono orientati all’idea che dagli Usa più che aiuti ricevono minacce e calci in faccia, come dimostrano l’allargamento della Nato ad Est e soprattutto la guerra contro la Jugoslavia. Anche nella campagna contro la Cecenia gioca un ruolo importante il fatto che la confinante Georgia, guidata dall’ex ministro degli esteri di Gorbaciov, Shevardnadze, sia oggi considerata poco più di un fantoccio degli Usa, al punto che, secondo una notizia apparsa con scarso rilievo sulla stampa nella scorsa estate, qualche centinaio di soldati Usa sarebbe oggi presente nel paese per collaborare alla difesa delle frontiere e degli oleodotti.

Parallelamente a questo progressivo allontanamento dagli Usa vediamo una maggior cooperazione con la Cina, un altro paese che per motivi commerciali e strategici vede i propri rapporti con Washington farsi sempre più tesi.

Nazionalismo, riarmo, riaffermazione del controllo sulle regioni periferiche della Federazione russa e sugli Stati confinanti: queste saranno le linee che il nuovo "uomo forte" della Russia dovrà seguire, si tratti di Putin o di qualcun altro. Ma qui si apre un altro capitolo. Infatti qualsiasi politica che tenti di riaffermare la potenza russa all’estero, dovrà in primo luogo fare i conti con le contraddizioni interne del paese. È ormai chiaro a tutti che nessuna seria politica estera può essere sostenuta senza una profonda ristrutturazione dell’industria militare, delle infrastrutture, della ricerca e in generale dell’apparato produttivo. Trovare le risorse per una simile politica significa quindi da un lato mettere le mani sull’enorme flusso di denaro che attraverso l’economia illegale ha lasciato il paese nell’ultimo decennio (e che, come abbiamo visto, vedeva coinvolti i massimi livelli del potere politico fino a Eltsin stesso), e dall’altro un’offensiva ulteriore contro i lavoratori russi. In altre parole, una politica aggressiva all’esterno non può che andare di pari passo con la reazione interna.

Appare quindi suicida la strada scelta dai vertici del Partito comunista della federazione russa, che in tutti questi mesi si è completamente allineato al risorgente nazionalismo russo, appoggiando la guerra contro la Cecenia e chiedendo anzi che venisse condotta con maggiore efficacia. È chiaro che con queste posizioni non si fa altro che spianare la strada a Putin, il quale avendo in mano per ora tutte le redini (gestione del governo e della presidenza, condotta della guerra, controllo dei servizi segreti e di gran parte dei mezzi di comunicazione) non teme di dare a un comunista la presidenza della Duma.

Su questi temi pubblichiamo un articolo inviatoci dalla redazione della rivista marxista Rabochaya Demokratija (Demo-crazia Operaia).

Russia: l’autunno fangoso del 1999

Tra guerra ed elezioni

La disintegrazione dell’Urss e la sua sconfitta nella guerra fredda ha portato negli scorsi anni a una ripresa dei sentimenti nazionalistici. È difficile separare quanto vi è di nostalgia per il paese "che aveva realizzato il socialismo" e quanto dell’idea di "grande potenza". La macchina propagandistica del partito comunista ha lavorato per 60 degli ultimi 80 anni per identificare questi due concetti. Questi sentimenti non hanno una chiara matrice di classe e sono presenti in tutti gli strati della società.

La crisi di agosto, la guerra in Jugoslavia, l’espansione della Nato ad est, la discriminazione dei russi nei paesi baltici e in Kazakhstan, le difficoltà economiche quotidiane, tutto questo si salda nell’idea di rivedere i confini del paese. In questa situazione, chiunque mostrasse di essere capace di prendere misure "energiche" godeva di un appoggio entusiasta nella società.

Storicamente a capitalizzare queste simpatie erano o i comunisti, o ex generali (come Lebed), ma recentemente praticamente tutte le forze (Elstin, Primakov, Luzhkov, ecc.) hanno attivamente lavorato su questo terreno.

Le tendenze centrifughe di molte autonomie locali, con i loro costanti ricatti e tentativi di liberarsi dalle leggi federali hanno creato una tendenza contrapposta, che spinge per l’unificazione della struttura della Russia.

Nelle grandi città russe nell’ultimo decennio è fiorito il razzismo. L’immigrazione di massa proveniente da regioni investite da guerre, carestie e disoccupazione come il Tagikistan, l’Azerbaigian, la Georgia, la repubblica cecena, l’Ossezia e l’Abkhazia hanno portato masse di persone disposte a tutto per ottenere un tetto e un pezzo di pane.

A causa dei prezzi elevati delle abitazioni difficilmente trovano un lavoro adeguato e diventano preda delle bande criminali.

Da qui lo stereotipo generato e sostenuto dalla stampa di "selvaggi, banditi, tossicodipendenti e sadici".

L’indipendenza di fatto della Cecenia dopo il 1996 ha portato a una distruzione totale delle forze produttive, e la fonte di reddito principale degli abitanti che hanno perso il lavoro sono diventate le attività illegali, il commercio di schiavi, la raffinazione illegale di prodotti petroliferi, gli assalti ai treni, il narcotraffico.

Per gli emissari delle organizzazioni estremiste islamiche e per avventurieri come Berezovskij (il miliardario "anima nera" del clan Eltsin - NdT) questo significava che era giunta l’età dell’oro. Così Berezovskij trasferì un milione di dollari al leader islamico Basaev col pretesto della "computerizzazione della Repubblica cecena", e più volte, in veste di rappresentante del presidente, ha contribuito a riscattare degli ostaggi.

Così, attraverso la Tv si è creata l’immagine di un paese culla della criminalità e rifugio di banditi.

Ufficiali e generali, nella gran maggioranza, erano ansiosi di conquistarsi nuovi gradi e nuove gratificazioni di carriera. Tutti erano pronti per una "piccola guerra vittoriosa". Quello che mancava era un casus belli.

Ben presto gli estremisti islamici di Basaev si introdussero nel confinante Daghestan. Si riferiscono a quei giorni le intercettazioni di contatti telefonici fra Basaev e Berezovskij, nelle quali il primo chiedeva con urgenza un appoggio politico. E in effetti l’esercito federale mostrò inizialmente una estrema passività, pretendendo di essere stato colto di sorpresa - una posizione poco credibile per un esercito che dispone di decine di satelliti spia.

Le divisioni degli Omon (i corpi speciali - NdR) si ritirarono velocemente, quando non si diedero semplicemente alla fuga. Tuttavia, la reazione decisa della milizia daghestana, male armata ma fortemente motivata, respinse l’offensiva dei guerriglieri Vahabiti.

Il fatto che i ceceni non volessero la guerra è dimostrato dalle riunioni di migliaia di persone che si tennero in quei giorni, con la richiesta di esiliare i leader dell’estremismo religioso dalla repubblica Cecena; anche il clero sunnita prese una posizione fortemente negativa.

Putin nominato primo ministro

A questo punto si inserisce la brusca svolta, con il primo ministro Stepashin costretto alle dimissioni e l’incarico a Putin, segnato dagli attentati dinamitardi nei palazzi di Mosca e Volgodonsk. Vi sono infinite ragioni che dimostrano che senza la partecipazione o l’appoggio dei servizi segreti russi, queste azioni terroristiche su tale scala sarebbero state impossibili. È noto il precedente in cui agenti dell’Fsb (i servizi segreti - NdR) nella città di Ryazan vennero sorpresi con una carica di esplosivo simile a quelle di Mosca, e dopo essere stati colti sul fatto dichiararono che si trattava di "una esercitazione".

Gli attentati e gli incendi a Mosca e San Pietroburgo hanno creato uno scenario obiettivamente favorevole al nuovo primo ministro, per il quale evidentemente non è poi così necessario scoprire chi siano i veri autori di questi terribili crimini…

In pochi giorni le truppe schierate ai confini della Cecenia sono passate all’offensiva. Usando la tattica della "terra bruciata", inizialmente sono riusciti a evitare perdite sostanziali e a occupare tutta la parte pianeggiante della repubblica cecena, con l’eccezione di Grozny.

Con l’uso di bombardamenti aerei e di artiglieria, i gruppi ceceni vengono sistematicamente spinti verso le montagne.

Putin è ora costretto a condurre la guerra "fino alla vittoria", cioè fino a quando questa si trasformerà in una guerriglia. Certamente, come mostra tutta l’esperienza delle guerre coloniali, questo non risolverà alcun problema, né per i Ceceni, né per gli abitanti delle regioni confinanti. La guerriglia può diventare una tappa lunga e sanguinosa.

Guerra ed elezioni

Il tema nazionalista ha quindi fatto da sfondo alla campagna per le elezioni della Duma. L’alleanza tra i gruppi "Patria" e "Tutta la Russia", guidata dal sindaco di Mosca Luzhkov e dall’ex primo ministro Primakov, era riuscita in autunno ad assicurarsi l’appoggio della maggioranza dei governatori regionali, ponendosi alla testa della gara elettorale. Proponendo un rafforzamento del controllo statale, avevano facilmente conquistato l’appoggio degli ex direttori (ora proprietari) delle imprese militari e delle grandi industrie in generale. Il chiaro profilo nazionalista di Luzhkov, confermato dalla sua lotta in qualità di sindaco contro i "caucasici", unito all’autorità del "moderato" Primakov e all’appoggio delle regioni sembravano garantire la vittoria.

Tuttavia questo poneva una minaccia diretta alla "famiglia" (cioè al clan Eltsin - NdT), che è stata costretta a passare all’azione.

Con lo scatenarsi della guerra, nel giro di un mese e mezzo la popolarità di Putin è cresciuta nei sondaggi dall’1,5% al 45%. Simultaneamente veniva creata una nuova forza politica, "Unità" (definita popolarmente "l’orso"). La stragrande maggioranza delle regioni della Russia ricevono sussidi dallo Stato, ossia sono in larga misura finanziate dal deficit federale; questo vale in particolare per quelle regioni che non dispongono di riserve petrolifere. Il meccanismo di trasferimento dei fondi da sempre dipende dall’arbitrio del governo e del Presidente, facendone una delle leve principali di controllo della federazione. Sotto la rigida pressione di Berezovskij, in veste di emissario personale di Eltsin, quasi tutti i governatori hanno abbandonato "Patria-Tutta la Russia" per passare a "Unità". Le eccezioni hanno riguardato ovviamente Luzkhov, il governatore di San Pietroburgo Jakovlev e i presidenti del Tatarstan e della Baskhiria, regioni industrialmente forti e indipendenti dal Cremlino, e il presidente dell’In-guscezia, che etnicamente è vicina alla Cecenia.

Ai transfughi sono state garantite generose iniezioni di fondi e un aiuto incondizionato per garantirne la rielezione a governatori. Le Tv di Stato hanno organizzato una campagna senza precedenti per screditare Luzhkov e Primakov.

I risultati di questo scontro sono i seguenti. Patria-Tutta la Russia ha preso il 13% dei voti e il 14% dei seggi, vincendo solo nelle regioni rimaste "fedeli". Unità ha segnato un successo in tutte le altre regioni conquistando il 23% dei voti. Inizialmente aveva solo il 17% dei seggi, ma con l’afflusso di deputati formalmente indipendenti ci si può aspettare che arrivi al 27%. La destra "classica", fornita di ab-bondanti fondi, ha visto il "Blocco delle forze di destra" ottenere un successo inaspettato con il 6%. Cinque anni fa i liberali si opponevano alla guerra in Cecenia, oggi la appoggiano attivamente.

Il Partito comunista della federazione russa (Pcfr) ha preso il 24% dei voti e il 26% dei seggi, meno che nella Duma precedente. Nonostante il Pcfr si dichiari apertamente favorevole alla guerra, ha subìto una vera e propria emorragia di voti "patriottici". Oggi chi vuole la "mano dura", all’interno e all’estero, vota per Putin. Se in passato il voto "patriottico" andava o al Pcfr, o ai liberaldemocratici del fascista Zhirinivskij, oggi solo l’1,5% dell’elettorato comunista si dichiara "patriota", contro il 40% dell’elettorato di "Unità". Questo è il risultato dell’aver inseguito il nazionalismo, portando alla fine acqua al mulino dell’avversario.

I vertici politici considerano chiaramente le elezioni alla Duma come l’ultimo test prima della corsa per le presidenziali. La vittoria di Unità ha portato alle dimissioni anticipate di Eltsin, in modo da permettere a Putin, sull’onda del successo odierno, di vincere in una campagna elettorale di tre mesi. Se non vi saranno sviluppi inaspettati, e in particolare se il prezzo del petrolio non vedrà brusche cadute e se i creditori occidentali (club di Londra e di Parigi) non prenderanno una posizione troppo rigida sul rientro dei prestiti, Putin ha ottime possibilità di diventare presidente, contando su una posizione di forza, su diversi miliardi di dollari che il governo può gestire nel periodo preelettorale e su un blocco che si va consolidando fra i principali partiti borghesi.

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