Breadcrumbs

Venerdì 2 novembre, con un giorno d'anticipo rispetto a quanto previsto, sono state le spente ultime celle elettrolitiche nello stabilimento di Portovesme. Stando all'accordo raggiunto lo scorso marzo al Ministero dello sviluppo economico, gli operai resteranno al lavoro fino al 31 dicembre per completare la messa in sicurezza dell'impianto e a partire da gennaio, scatterà la cassa integrazione straordinaria per 12 mesi, prorogabile eventualmente per un altro anno.

Come era prevedibile, ciò ha provocato un forte senso di amarezza tra le maestranze, ma questo non significa la fine della vertenza. Sin dall'inizio della vertenza Alcoa i lavoratori si son sempre detti disposti a tutto pur di difendere il posto di lavoro, e nessuno può mettere in dubbio che così sia stato e sarà. La bandiera del movimento No Tav che sventola tutt'ora nei cancelli, assieme a quelle dei sindacati, dimostra quanto sia grande l'affinità nella determinazione delle due lotte, divise dal mare, unite dalla ragione.

 

Un passo avanti operaio, due indietro sindacali

Purtroppo lo stesso non si può dire delle direzioni sindacali che, seminando illusioni su possibili compratori e sull'azione del governo come unica soluzione alla vertenza, hanno fatto si che non si esprimesse tutto il potenziale che tale lotta poteva esprimere (come lamentato spesso dagli stesi operai). Nonostante la prima, parziale quanto si vuole, ma giusta rivendicazione di un interesse statale nei confronti di Portovesme, non è mai stata fatta propria dai dirigenti sindacali, né da alcuna forza politica di sinistra rilevante, la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, cioè l'unica soluzione realistica nel contesto della crisi attuale.

I sindacati si sono fatti addirittura scippare un compito di loro competenza, ovvero l'organizzazione di una cassa di resistenza regionale per sostenere questa lotta che, avendo fornito l'esempio per tante altre, è balzata agli onori della cronaca nazionale. È circolata infatti la notizia di un “fondo lotte operaie”, confermata dalla Presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo, ovvero «parte delle spese di rappresentanza della presidenza per evitare che i lavoratori dovessero autotassarsi». Un fatto che mette assai su basi precarie l’autonomia e l’indipendenza dei lavoratori e dei loro rappresentanti nel gestire la lotta attuale, ulteriore sintomo della deriva concertativa dei sindacati. I massimi dirigenti sindacali regionali (è stata questa la risposta) “non ne sapevano nulla”? Neanche il Pd che vede nel suo capogruppo regionale l'ex segretario regionale della Cgil Giampaolo Diana?

 

Cretinismo parlamentare a sinistra

 

Eppure, continua la pidiellina Lombardo, «non sono comunque mai state decisioni individuali - ha spiegato - ma dell'ufficio di presidenza, in cui sono presenti tutti i gruppi», compreso quello di sinistra (Sel-Pdci-Sardigna Libera), rappresentato dai sellini Carlo Sechi (eletto con Rifondazione) e Daniele Cocco (eletto con l'Idv). Questa sinistra occupata a studiare i passi di danza del prossimo balletto elettorale (cercando di recuperare disperatamente il consenso sottrattogli da Grillo), non può certo essere d'aiuto. È succube di una visione dei lavoratori come semplici elettori, di cecità parlamentaristica, con la sottovalutazione della classe, della forza reale che può sprigionare, mentre è nostra convinzione che solo nella sua forza autonoma si può ritrovare la rifondazione di una sinistra, appunto, di classe. La bancarotta del riformismo e dei cadaveri politici a la Diliberto che cercano l'alleanza col Pd, è dimostrata dal fatto che a differenza del passato non si chiede neanche più che lo stato crei posti di lavoro, ma ci si accontenta di aggiustare o limare gli attacchi più grossi che i partiti padronali (Pd, Pdl, Udc) votano in parlamento: demolizione dell'articolo 18, controriforma delle pensioni, spending review, fiscal compact (solo questo garantisce 20 anni di austerità qualsiasi sia il colore del governo) etc.

 

Basta tavoli concertativi!

 

Per tornare al fronte sindacale, si vuole puntare tutto al prossimo 13 novembre, quando nell'isola verranno i ministri per lo sviluppo economico Passera e per la coesione territoriale Barca. Ma con questo spirito remissivo, accreditando fiducia al governo, (che è la linea perdente di chi chiede col cappello in mano ciò che deve prendersi di diritto), non si riconquisterà la riapertura sul campo. La si conquisterà solo costruendo rapporti di forza, iniziando la discussione sulla proprietà della fabbrica e dei capitali per far ripartire la produzione (da togliere ai privati), su come reperire i materiali di produzione ecc. La determinazione degli operai di Alcoa di proseguire con le azioni di lotta, rendendosi «tutti reperibili per azioni non programmate» come emerso dall'incontro del 5 novembre (in concomitanza con il blitz degli operai dell'indotto della centrale E-On a Fiumesanto in lotta contro i licenziamenti – un centinaio – previsti), è la dimostrazione che quel “non molliamo mai” vale anche oggi seppure in un contesto decisamente più difficile. Se solo le direzioni del movimento avessero un decimo di quel coraggio le cose andrebbero sicuramente per il verso giusto.

Joomla SEF URLs by Artio