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Contro il bipolarismo delle servitù, rispediamo al mittente la proposta Scanu (Pd)



Dopo gli scoop giornalistici (come il servizio delle Iene sulla “Sindrome di Quirra”) e le inchieste giudiziarie (condotte dal Procuratore della Repubblica di Lanusei, Domenico Fiordalisi) si torna a parlare di servitù militari in Sardegna.

Il senatore Pd Gian Piero Scanu, esponente di spicco di quella che fu la Democrazia cristiana gallurese (sindaco di Olbia dal 1985 al 1994), ha infatti proposto, tramite mozione parlamentare, la chiusura immediata dei poligoni di Capo Frasca (nell’oristanese) e Capo Teulada (nel profondo sud della provincia di Cagliari). Tale mozione è stata subito sottoscritta da 117 senatori espressione di tutte le forze politiche presenti a Palazzo Madama. Ora il governo ha tre mesi per pronunciarsi. Nel frattempo è opportuno che lo faccia il più largo fronte possibile rispedendo al mittente forma e sostanza di questo inganno.

Da una parte la scoperta (ripetuta ogni volta come nuova) dei danni all’ambiente circostante e del fatto che «la guerra fredda non esiste più» si somma al più becero autonomismo e ai falsi appelli al popolo sardo. Passa quindi l’idea di uno Scanu convinto condottiero quando attraverso i media locali sostiene che «questo non deve essere un affare romano. Se chiudessimo la mozione dentro le mura del Palazzo non servirebbe a nulla. Deve diventare un appello di popolo. Una battaglia della Sardegna. Per questo chiedo che la Regione, i Comuni, le associazioni, si mobilitino. Facciano sentire la loro voce». La storia dell’autonomia sarda è piena di esclamazioni simili.

Dall’altra notiamo che il bipolarismo di guerra è del tutto interessato alla permanenza delle servitù in Sardegna, mantenendo perciò in vita un baratto che trova le sue origini nella scorsa legislatura. Il primo atto è infatti da ricercare all’epoca del secondo governo Prodi, quando il ministro della difesa Arturo Parisi (anche lui sardo) voleva fare della base del salto di Quirra (nei pressi di Perdasdefogu) un grande poligono aerospaziale da rendere disponibile alle industrie delle armi di tutto il mondo. A questa proposta l’allora governatore sardo Renato Soru diede l’assenso pur cogliendo al volo l’occasione di chiedere qualcosa in cambio: «Siamo disponibili a offrire tutta la nostra collaborazione per quel sito. Abbiamo bisogno però che sia fissata una data precisa entro la quale saranno abbandonati i poligoni di Capo Teulada e di Capo Frasca».

Per i movimenti e i comitati contro le basi (un pò meno per la sinistra istituzionale allora al governo sia a Roma che a Cagliari) fu un baratto inaccettabile, e tale è il giudizio anche oggi.

Nelle dichiarazioni del senatore Scanu, infatti, non vediamo nulla di nuovo: «Chiediamo di lasciare aperto Quirra perché noi non ci vogliamo collocare in un filone antagonista e ribellista. Siamo per il dialogo. Vogliamo aprire una mediazione e siamo sicuri che il territorio del Salto di Quirra possa essere riconvertito. Una parte va bonificato con un lavoro accurato. Ma siamo convinti che la base possa essere riconvertita. Per l'addestramento degli uomini della Protezione civile, per attività di ricerca aerospaziale, robotica, microelettronica».

Queste posizioni vanno rispedite al mittente da tutta la sinistra sarda. Sappiamo benissimo che una riconversione del genere, proprio perché scientifica e di ricerca, non astrae dalla sperimentazione sul campo. Avremo quindi ancora a che fare con lo stupro del territorio per finalità belliche, e in quest’ottica è veramente ridicola la questione bonifiche posta dal senatore Scanu (è opportuno ricordare che negli anni sono stati violati gli stessi regolamenti Nato che le imporrebbero dopo ogni esercitazione).

Ma questo baratto, in fondo, ha una prospettiva di realizzazione? Secondo il “Comitato sardo Gettiamo le Basi”, da sempre attivo su questo fronte, esso «consiste nella valutazione, meramente soggettiva, di Capo Teulada e Capo Frasca come inutili residuati della guerra fredda. La controparte, invece (Stati Maggiori, ministri) considera Capo Teulada “uno dei due gioielli della Corona” (l’altro è il Salto di Quirra) in linea con la stima dei centri studi delle forze armate Usa che lo annoverano tra i tre poligoni di eccellenza a livello planetario. Impostare la contrattazione su un diamante sostenendo che è un fondo di bottiglia è mera perdita di tempo o fumo negli occhi per elettori sprovveduti».

Ci pare doveroso supportare questi dubbi, che devono essere propedeutici ai nostri obiettivi. La sinistra sarda deve porre la questione della fuoriuscita dell’Italia dalla Nato e della chiusura di tutte le basi e poligoni  militari come punto imprescindibile per la costruzione del programma di trasformazione radicale della società e delle alleanze politiche e sociali necessarie a tale obiettivo. Ripetiamo, tutta la sinistra sarda, compresa Rifondazione con il suo imminente congresso regionale. Se non ora quando?

 

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