Cacciamo la Moratti con un nuovo autunno caldo - Falcemartello

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Attraverso l’approvazione dei due decreti attuativi della controriforma Moratti, riguardanti l’alternanza scuola-lavoro e il diritto-dovere all’istruzione, il governo, dopo aver colpito elementari e medie inferiori, porta il suo attacco direttamente alla scuole medie superiori.

Questi decreti introducono definitivamente una netta separazione tra il percorso liceale e quello professionale; il primo sarà ancor più élitario e rimarrà di 5 anni, con avvio all’università (la cosiddetta scuola del sapere), il secondo invece avvierà lo studente al lavoro (la scuola del fare) e sarà composto da 3 anni per la qualifica di primo livello, più un altro anno per la qualifica di secondo livello, più un altro eventuale anno per chi volesse andare poi all’università. Formalmente la scelta tra i due percorsi non si presenta come definitiva: nella pratica, però, lo sarà, e verrà addirittura orientata durante l’ultimo anno della scuola media inferiore, con un chiaro intendimento classista.

L’avviamento professionale

Il periodo di formazione professionale è letteralmente un percorso ad ostacoli; gli attuali istituti professionali vengono rimodellati in base alle esigenze delle aziende. L’alternanza scuola-lavoro, permetterà allo studente di alternare le lezioni in classe al lavoro (gratuito e senza alcun tipo di tutela) per le aziende. È in quest’ottica che va decodificata l’ambigua formulazione del “diritto-dovere” che comprende, oltre all’istruzione, gli stage aziendali e l’apprendistato: la Moratti vuole evidentemente abituare gli studenti a sopportare tutte le forme di precariato introdotte dalla legge Biagi. I decreti quindi non portano di certo l’obbligo scolastico fino a 18 anni, come tenta di spiegare la nostra beneamata ministra, bensì, nei fatti, lo eliminano.

In questo modo, oltre a favorire la dispersione scolastica, vediamo applicato il concetto su cui si fonda la riforma: l’istruzione asservita alle esigenze confindustriali. La scuola progettata dalla Moratti, invece che garantire a tutti un’istruzione di qualità, aumenta così le differenze tra gli studenti e la selezione scolastica. Ovviamente a lei, come del resto alla classe sociale che rappresenta, interessa solamente avere mano d’opera senza pretese, flessibile e con il minor costo possibile.

Lo smantellamento dei tecnici

Se l’applicazione di tutta la riforma Moratti si presenta non chiara, volutamente confusa e ambigua, lo è particolarmente per quanto riguarda la sorte degli istituti tecnici.

Nella scuola a doppio binario non c’è posto per i “tecnici”; due in realtà sono le possibilità: o saranno accorpati ai licei o ai “professionali”. Si realizzi l’una o l’altra opzione, questo tipo di scuola verrà pesantemente snaturato.

Ma andiamo con ordine: un’eventuale liceizzazione comporterebbe l’eliminazione della quasi totalità delle lezioni di laboratorio e un taglio significativo alle materie tecnico-scientifiche, dalla chimica all’informatica, dalla fisica all’elettronica. Dall’altra parte la professionalizzazione sarebbe disastrosa anche perché, rispetto ad ora, il tempo dedicato all’approfondimento delle materie in classe verrebbe ridotto all’osso, limitando fortemente l’impegno per l’apprendimento in favore di quello dedicato al semplice addestramento.

Legittimo chiedersi: che fine faranno gli odierni diplomi dei periti, dei ragionieri, dei geometri? Dopo i tre o i quattro anni passati a farsi sfruttare gratuitamente, si ottiene una qualifica senza alcun valore reale, spostando a 21-22 anni l’età per il conseguimento dei diplomi attraverso corsi attivati dalle università, con tutti i limiti che questo comporta, sia dal punto di vista finanziario che didattico.

Come Comitato in difesa della Scuola Pubblica contrapponiamo alla netta divisione della Moratti tra “arti liberali ed umanistiche” ed “arti meccaniche” un percorso di studi secondari unico, a partire dal biennio, fatto di materie umanistiche, scientifiche e tecniche, in cui si attui il superamento tra fare e pensare, fornendo un’ampia base culturale uguale per tutti.

Rilanciare la lotta, sconfiggere la Moratti!

Nella prospettiva di un nuovo autunno caldo è decisivo sottolineare l’imprescindibile necessità di unire la lotta del movimento studentesco alle lotte dei lavoratori, pesantemente attaccati da tutto il governo, ed in primo luogo dei lavoratori che vivono ogni giorno le nostre stesse condizioni nelle scuole: gli insegnanti e gli ATA. Emblematico è il caso dei docenti precari, in agitazione per la questione delle graduatorie. Dietro al falso efficientismo, la Moratti lascia la scuola nel caos: graduatorie con mancanza di trasparenza, cambiamento dei criteri di calcolo dei punteggi, irregolarità diffuse e gravi ritardi nelle immissioni di ruolo dei precari. In realtà la volontà della ministra è chiara: far passare il concetto dell’assunzione diretta degli insegnanti da parte dei dirigenti scolastici, eliminando così, in ultima analisi, la libertà di insegnamento attraverso il ricatto occupazionale.

Per raggiungere il nostro obbiettivo, però, come ci hanno dimostrato questi ultimi tre anni, non ci basta la disponibilità alla lotta manifestata dall’intero mondo della scuola: ci vuole innanzitutto chiarezza sugli obbiettivi e su come questi possono essere raggiunti.

In questo la volontà concertativa che emerge dalle proposte di alcune delle organizzazioni sindacali impegnate nelle mobilitazioni recenti non ci aiuta di certo. Ci pare estremamente ambiguo e fuorviante sostenere, come fa la Cgil, che “la contrarietà di Confindustria al trasferimento degli istituti tecnici alle regioni, la strategia di sviluppo qualitativo del paese espressa dal mondo del lavoro in coerenza con gli obbiettivi dell’Unione Europea (…) esprimono punti di dissenso da cui partire per sviluppare un ampio movimento della società civile contro il progetto del governo per la scuola secondaria”*. Ma da chi è ispirata questa controriforma? Non possiamo certo partire dalla diffidenza degli imprenditori verso una parte del progetto Moratti: altro è il reale dissenso da cui dobbiamo partire, quello manifestato da migliaia e migliaia di studenti, docenti, lavoratori contro il governo e i suoi attacchi.

Quando poi affronta il nodo, non solo tattico ma anche strategico, di come vincere questa dura battaglia, la Cgil, che ha avuto un ruolo importante nelle lotte contro il governo, non fa altro che creare illusioni sulla possibilità di arginare la riforma attraverso l’utilizzo dell’autonomia scolastica: quando si sostiene che “Gli spazi dell’autonomia scolastica (…) permettono alle scuole per il prossimo anno scolastico di non arretrare nel fare scuola quotidiano, difendendo la qualità dell’offerta formativa contro i modelli scolastici regressivi previsti dalla controriforma”*, ci si dimentica innanzitutto che senza l’autonomia scolastica l’intera riforma Moratti non sarebbe stata possibile. Dietro a questo nome accattivante si nasconde la privatizzazione dell’istruzione pubblica: le scuole sono diventati soggetti autonomi dal punto di vista finanziario, costruiti sul modello aziendale; per avere i fondi necessari a sopravvivere, esse sono costrette a subordinarsi alla volontà delle imprese. Ne è conseguita quindi una forte concorrenza tra i vari istituti; questo, di per se, costituisce la rinuncia dello Stato di garantire a tutti gli studenti un’istruzione uguale e di qualità.

Non c’è nulla di progressista in tutto ciò, tanto meno se si tenta di utilizzare l’autonomia contro l’attuale controriforma: anche se fosse possibile, ciò sarebbe deleterio perché spaccherebbe un fronte potenzialmente unitario di lotta in iniziative frammentate scuola per scuola. Sappiano bene infatti che la nostra forza sta nell’unificare il conflitto e non nel disarticolarlo cercando di salvare il salvabile in alcune scuole senza sconfiggere “in toto” l’attacco portato alla scuola pubblica.

Andando in questa direzione i vertici sindacali esprimono un’arrendevolezza che sta all’esatto opposto rispetto alla combattività e alla determinazione dimostrate da settori importanti del mondo della scuola.

Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a molte manifestazioni partecipatissime, con un grande potenziale: esse però hanno avuto una valenza solamente dimostrativa che non ha portato a nessuna reale vittoria, pur essendocene tutte le condizioni. Questo è quello che vogliono i dirigenti moderati del movimento sindacale che, in attesa della caduta del governo e preoccupati da un movimento che potrebbe in questo autunno generalizzarsi, fanno i pompieri. La loro intenzione è quella di aspettare che il prossimo governo risolva i problemi aperti da quello attuale. Lo scopo del Comitato in difesa della Scuola Pubblica è differente: abbiamo già fatto l’esperienza delle politiche fallimentari di Berlinguer e De Mauro e non siamo disposti a firmare altre cambiali in bianco. Ci impegneremo affinché il movimento studentesco, organizzandosi, sia al fianco del movimento operaio, in prima linea nello scontro sociale: imparando dall’esempio datoci dagli operai di Melfi, lotteremo fino al conseguimento del nostro obiettivo fondamentale, la sconfitta del governo e delle sue politiche. Non vogliamo arrivare fino alle prossime tornate elettorali: Berlusconi va cacciato subito!

* Intervento di Fabrizio Da Crema, coordinatore del dipartimento formazione e ricerca della Cgil al seminario del forum “fermiamo la Moratti”