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Il Consiglio dei ministri lo scorso primo febbraio ha esaminato in via preliminare il testo della nuova riforma degli ordinamenti scolastici.

In esso sono ben individuabili i "principi" che ispirano la riforma e nei quali questo governo ben si riconosce: privatizzazione della scuola pubblica, mano d’opera gratuita per le aziende, doppio binario, per citarne alcuni. Per Berlusconi questa "è una riforma storica, organica, mai fatta da 60 anni a questa parte. Elaborata con il coinvolgimento di tutto il mondo della scuola. Dopo quella Gentile ecco la riforma Moratti".

Le novità principali sono tre: l’introduzione di un doppio sistema formativo: quello dei licei e quello delle scuole professionali, che alla fine danno diritto a qualifiche diverse (una sorta di doppio binario camuffato); la possibilità dopo i 15 anni di età di conseguire i diplomi e le qualifiche professionali attraverso l’alternanza scuola-lavoro e l’apprendistato; l’inserimento all’interno dei singoli piani di studio di una quota riservata alle regioni, che da ora in avanti potranno intervenire nei programmi a loro piacimento e senza nessun tipo di controllo.

Doppio binario stile anni '50

Il secondo ciclo di studi (dopo il primo composto dalle elementari e dalle medie) è costituito da un sistema di otto licei che durano 5 anni e dalla formazione professionale di almeno 4 anni. Sono possibili i passaggi interni e quelli da un sistema all’altro ma alla fine con i licei si consegue un diploma di maturità che permette l’accesso diretto all’università, con la formazione professionale una semplice qualifica.

In questo ultimo caso se lo studente vuole accedere all’università deve frequentare un ulteriore corso di un anno, realizzato d’intesa con le università, alla fine del quale potrà sostenere un esame di maturità e finalmente accedere a una facoltà. Se no, può sempre optare per una formazione tecnica superiore (che ovviamente non fornisce una laurea). Si riproduce così una situazione molto simile agli anni ’50 per cui chi sceglieva gli istituti tecnici non poteva andare all’università (doppio binario).

Si ripristinano in pratica due scuole: una per chi può continuare a studiare, l’altra per l’addestramento al lavoro. Secondo la Moratti invece questo permette un’istruzione "più libera e flessibile, più seria e rigorosa.(…). Darà l’opportunità a tutti i ragazzi di avere percorsi più inerenti alle loro vocazioni" (Corriere della sera, 2 Febbraio 2002). E’ evidente che la scelta non viene fatta in base alle vocazioni astratte e ai gusti dello studente, ma in base alle condizioni economiche della famiglia. Chi ha minore disponibilità economica e non ha la garanzia di poter mantenere agli studi i propri figli per almeno 12 anni (questo il nuovo obbligo previsto dalla riforma), tenderà a scegliere gli indirizzi che li portino il prima possibile a lavorare. La riforma si presenta quindi come un incentivo per le famiglie operaie a mandare il proprio figlio a lavorare il prima possibile.

Tutto questo poi considerando che questa rigida divisione dello studio in "campo tecnico" e "campo umanistico" non tiene affatto conto delle connessioni tra scienza, tecnica, arte e letteratura. Si pretende così che a 14 anni una persona debba decidere di rinunciare per esempio alla filosofia senza averla neanche mai studiata. E peggio ancora si pretende di giustificare questa scelta con le astratte vocazioni o qualità del singolo studente.

Scuola-azienda

Altra cattiva novità della nuova riforma è l’introduzione dal quindicesimo anno di età dello studente, della possibilità di conseguire diplomi e qualifiche alternando scuola e lavoro (non retribuito) o attraverso l’apprendistato. Tutto questo sotto la sola "responsabilità delle istituzioni scolastiche" che si devono anche preoccupare di trovare i fondi necessari "per realizzare i percorsi di alternanza, ivi compresi gli incentivi per le imprese e l’assistenza tutorale"(testo della riforma).

Così non solo le aziende avranno a disposizione manodopera gratuita da sostituire ai dipendenti (che potranno essere licenziati), non solo risparmieranno sul costo della formazione dei propri lavoratori, ma ci guadagneranno anche dei soldi. In più qualunque cosa succeda allo studente, la responsabilità non potrà ricadere mai sull’azienda stessa ma sulla scuola. Non è un caso che Confindustria (l’associazione dei padroni italiani) abbia accolto la riforma con entusiasmo: "gli stage consentono a tutti coloro che sono portati più all’azione che alla riflessione di cimentarsi subito nelle attività produttive". Secondo questi signori andare a lavorare è un piacere per noi studenti. Insomma, prima buona parte degli studenti italiani andavano a lavorare in nero, a quattordici anni finite le medie o a diciotto finite la superiori. Adesso continueranno a lavorare ma gratuitamente, con la scusa degli stage e dell’apprendistato.

Non ci sembra una grande conquista per gli studenti italiani. Ai fini statistici questi giovani saranno considerati ancora studenti, ma di fatto sono già lavoratori molto sfruttati.

Al via i programmi regionali

La riforma sancisce anche che "la formazione professionale e i piani di studio prevedano una quota riservata alle regioni, relativa agli aspetti di interesse specifico delle stesse, anche collegata con le realtà locali" (testo della riforma). Questo vuol dire che le regioni potranno inserire nel programma curricolare qualunque argomento. Per esempio Storace, presidente del Lazio, "sta meditando su come contrastare il movimento anti globalizzazione già dai banchi di scuola"(Corriere della Sera 2 Febbraio 2002). In più sta progettando di scrivere un testo che insegni ai ragazzi "la responsabilità di metter su famiglia e di procreare, e contrario all’aborto".

Il presidente del Veneto, Galan invece, promette che nelle scuole si studierà "la storia della repubblica marinara veneta e il recente assalto dei Serenissimi, il dialetto, l’economia turistica e la tragedia delle foibe". Non ci potrà più essere nessun controllo sui piani di studio. In questo modo si va verso la totale abolizione di un sistema scolastico che garantisca a tutti gli studenti d’Italia un’uguale qualità di studi. Ognuno finirà gli studi con una formazione diversa a seconda delle regioni di appartenenza e soprattutto a seconda che le regioni e le scuole stesse abbiano più o meno risorse da spendere. Si verranno a formare scuole più o meno qualificate e sempre più costose. Continuando su questa strada si arriverà all’abolizione del valore legale del titolo di studio: ogni scuola varrà per se, indipendentemente dalle altre che hanno formalmente la stessa qualifica ma programmi e finanziamenti diversi. Già adesso grazie all’Autonomia Scolastica il preside del liceo scientifico Vittorini di Milano è riuscito a introdurre nel programma curricolare l’insegnamento dell’inno di Mameli da cantare tutti insieme (studenti e docenti) nelle feste di fine anno.

Per una scuola pubblica di qualità e per tutti

E’ tragico che di fronte a tutto questo Cgil-Cisl-Uil abbiano revocato lo sciopero del 15 febbraio: non bastano 100 euro di aumento per comprare il silenzio di insegnanti e studenti mentre il governo distrugge la scuola pubblica. Come studenti dobbiamo continuare la mobilitazione chiedendo il ritiro della riforma Moratti e facendo nostre le parole d’ordine difese dalle realtà sindacali di base:

- Contro i tagli dei posti di lavoro per docenti e personale ATA.

- Contro i finanziamenti alle scuole private.

- Cinquecento mila lire nette uguali per tutti in busta paga base.

- Abolizione dell’Autonomia Scolastica.

- Raddoppio della percentuale del Pil (ricchezza prodotta ogni anno in Italia) destinata all’istruzione.

Solo con un programma preciso e uniti ai docenti la nostra lotta per una scuola pubblica di massa e di qualità per tutti può arrivare a una vittoria.

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