Dura repressione contro il movimento studentesco - Falcemartello

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Licata

Quest’anno i problemi sulla sicurezza nelle scuole di Licata (Ag) hanno raggiunto livelli inauditi. Durante le ore di lezione, in un laboratorio di biologia dell’istituto professionale “Fermi” di Licata, gli studenti guardavano increduli le macerie dell’incidente. Un forato che cede e si frantuma per terra in mille pezzi sotto gli occhi dei ragazzi attoniti e storditi per l’accaduto è un esempio degli indefinibili livelli di sicurezza della nostra scuola.

 

A questo si aggiunge la pessima amministrazione provinciale che costringe gli studenti ad aspettare tempi interminabili per la risoluzione della questione.

La scintilla scoppia alla scadenza dei tempi dati dal perito per mandare l’impresa a risistemare il laboratorio, precisamente il 14 ottobre. Da lunedì gli studenti cominciano a disertare le lezioni con presidio permanente davanti all’istituto per chiedere che i lavori vengano effettivamente fatti.

L’incidente non sembra turbare molto la preside dell’istituto e i professori, anzi, la protesta disturba fino al punto che in consiglio di classe unificato viene votata all’unanimità la proposta della dirigente: cinque giorni di sospensione a tutti i ragazzi che non entravano a scuola a fare lezione!

Gli studenti per ribadire l’importanza della sicurezza all’interno dell’istituto e per cercare di accorciare i tempi burocratici dei lavori indicono per sabato 21 ottobre una manifestazione.

Il lunedì, entrando a scuola, ci si trova a dover affrontare la repressione della preside, emblema dell’autoritarismo di questo sistema. Comincia così una forte ondata di repressione in forma di sospensioni ed espulsioni generalizzate (si parla della gran parte degli studenti che hanno partecipato alla lotta, circa centocinquanta) con circolari anticostituzionali dove viene messo frontalmente in discussione il diritto degli studenti a manifestare. Ma il coordinamento studentesco di Licata non è rimasto a guardare: si prova a rilanciare la battaglia chiedendo anche alle forze sindacali una solidarietà attiva.

Eravamo coscienti che l’esito era legato alla forza della reazione che riuscivamo a mettere in campo. In astratto una risposta di massa non era impossibile perchè questo non era un problema isolato. Le scuole medie-superiori licatesi sono tutte nella stessa barca; all’istituto professionale alberghiero mancano le cucine e al liceo mancano aule. A questo si aggiunge la carenza cronica di arredi e strutture. Purtroppo la repressione ha avuto l’effetto di demoralizzare gli studenti delle altre scuole, minando alla base la possibiltà di una generalizzazione della lotta, capace di rovesciare i rapporti di forza. In questo ha inciso negativamente il limitato intervento della Cgil che, dopo grandi proclami di solidarietà e l’impegno per una dura azione legale nei confronti della preside non ha fatto altro che temporeggiare, senza impegnarsi con la necessaria decisione.

Sta di fatto che le sospensioni a circa 150 studenti sono rimaste e ora la preside canta vittoria sfoggiando tutto il suo spirito antidemocratico: le sospensioni non bastavano, bisognava stroncare i contestatori. Si è impedito ai protagonisti della mobilitazione di votare alle liste d’istituto, in quanto sospesi, riuscendo così a eliminare, attraverso una sporca manovra, la nostra presenza combattiva e scomoda dal consiglio d’istituto.

Se in questa battaglia abbiamo subito una battuta d’arresto, l’esito della guerra è tutt’altro che definito.

La preside e i difensori di questo marcio stato di cose non si illudano. Abbiamo lottato semplicemente per ciò che ci spettava di diritto e non basterà certo questo per cancellarci.

Lavoreremo pazientemente per riprendere il filo delle mobilitazioni e, grazie alla preziosa esperienza maturata, nessuno ci impedirà di andare fino in fondo.

 

15/11/2006