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Sul numero chiuso alle superiori

Tutto ciò che i governi degli ultimi anni non sono riusciti a fare per distruggere la scuola pubblica attraverso la porta d’ingresso principale delle controriforme, è avvenuto attraverso l’uscita di servizio, ovvero l’autonomia scolastica. Attraverso questa, ogni dirigente scolastico può fare nel suo istituto i suoi attacchi al diritto allo studio.


Dopo gli scandali sui contributi scolastici volontari, spacciati come obbligatori in numerose scuole del paese, si arriva alle superiori a numero chiuso, sul modello di numerose facoltà universitarie che negano ogni anno l’accesso agli studi a migliaia di giovani attraverso i test d’ingresso. Quando ci sono pochi fondi, pochi insegnanti, poco materiale didattico e le aule rischiano di crollarti in testa, un preside “responsabile” non può lasciare che si iscrivano tutti. Per legge, se le domande sono superiori ai posti disponibili, vi sono dei criteri a cui le scuole si devono attenere: “Pur nel rispetto dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, i criteri di precedenza deliberati dai singoli Consigli di istituto debbono rispondere a principi di ragionevolezza quali quello della vicinanza della residenza dell’alunno alla scuola o quello costituito da particolari impegni lavorativi dei genitori. In quest’ottica, l’eventuale adozione del criterio dell’estrazione a sorte rappresenta, ovviamente, l’estrema “ratio”, a parità di ogni altro criterio”.
Nonostante ciò Cristina Bonaglia, preside dell’Istituto tecnico e del Liceo delle scienze applicate E. Fermi di Mantova, visto il forte numero di iscritti al primo anno (per l’anno scolastico 2013-2014 oltre trenta alunni per classe), ha annunciato l’introduzione del numero chiuso e dei test d’ingresso. Quello mantovano non è certo il primo caso. Già nel 2007 il Liceo Europeo A. Spinelli di Torino, aveva introdotto i test per accedere al primo anno a causa della mancanza di spazio, addirittura anche le medie sono diventate a numero chiuso per la stessa ragione, costringendo i bambini delle quinte elementari a sostenere una prova d’ingresso. Resta difficile comprendere la logica “meritocratica” in un sistema formativo che non ha le risorse pubbliche sufficienti per garantire a tutti il diritto allo studio.
La verità è che siamo arrivati ad un’esasperazione senza precedenti della selezione di classe, dove chi ha i soldi può permettersi un’istruzione degna di questo nome e chi non ce li ha dovrà contare solo sulle proprie forze e al minimo errore verrà severamente punito. Dopo quasi quindici anni possiamo dire che l’autonomia scolastica è riuscita nel suo intento. Ogni scuola è diventata un’azienda, ogni preside un manager, ogni lavoratore un ingranaggio della catena di produzione e ogni studente, insieme ovviamente alle famiglie, un cliente o meglio l’utilizzatore finale della “merce” istruzione.
Nel 1990 lo Stato spendeva per la scuola il 10,3 per cento della spesa pubblica, nel 2008 un punto in meno, tagliando circa 80 miliardi di euro; sempre nel 2008 venivano tagliato altri 8 miliardi per il triennio successivo. Gli effetti di tutto ciò li conosciamo bene, li viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle studiando in aule sovraffollate dove la qualità della didattica peggiora, vivendo in strutture fatiscenti e inagibili, senza contare l’aumento del precariato per i lavoratori della conoscenza. Restano solo le briciole e hanno innescato una lotta all’ultimo sangue, mascherata dietro la parola d’ordine della meritocrazia, per chi deve accaparrarsele.
Rivendichiamo la totale gratuità e l’accessibilità a ogni grado d’istruzione, a chi dice che non ci sono abbastanza posti o abbastanza fondi rispondiamo che i soldi si possono e si devono trovare, tagliandoli dai finanziamenti alle scuole private e cattoliche, alle opere inutili come la Tav, rifiutando il pagamento del debito pubblico e abrogando il fiscal compact. Ancora una volta la difesa del diritto allo studio è indissolubilmente connessa a una battaglia più complessiva che miri alla trasformazione di questa società.

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