Gelmini e Tremonti vogliono svendere l’istruzione pubblica - Falcemartello

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Organizziamoci per fermarli!

A centinaia di migliaia studenti, insegnanti e genitori stanno scendendo in piazza in tutta Italia contro gli attacchi scellerati del governo Berlusconi. Pubblichiamo di seguito un breve opuscolo che i Comitati in difesa della Scuola Pubblica (Csp) stanno diffondendo in decine di scuole ed università.


 
La privatizzazione dell’istruzione pubblica

La natura degli attacchi all’istruzione pubblica contenuta nel maxiemendamento Gelmini approvato alla Camera (a cui si aggiunge il disegno di legge Aprea) è senza precedenti: con queste leggi il governo Berlusconi corona il sogno a lungo coltivato dalla borghesia italiana di distruggere l’istruzione pubblica a tutti i livelli, attraverso la privatizzazione in fondazioni, tagli agli insegnanti e al personale non docente e la distruzione delle scuole elementari attraverso l’introduzione del maestro unico e la cancellazione del tempo pieno.

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Il compito che ci poniamo con questo breve testo è quello di dare un contributo per la comprensione della portata di questi progetti di controriforma e nell’elaborazione di una piattaforma rivendicativa d’alternativa.

Questi ci paiono i punti di partenza necessari per poter generalizzare le proteste nelle scuole e nelle università.

 

Tagli, tagli e ancora tagli.


Il primo, fondamentale, elemento che ci permette di comprendere il salto qualitativo dell’attuale Governo nell’attacco all’istruzione pubblica è il devastante ridimensionamento dei finanziamenti elargiti dallo stato.

La scure dei tagli si abbatte senza distinzioni dalle elementari all’università. Stiamo parlando di circa otto miliardi di euro in meno alla scuola pubblica in tre anni, a cui va aggiunto un altro miliardo e mezzo di euro in cinque anni per quanto riguarda le università.

L’effetto di queste misure colpisce direttamente gli organici: verranno tagliati 87mila insegnanti e 43mila  tra collaboratori scolastici, personale di segreteria, amministrazione e tecnici di laboratorio, ai quali vanno sommati 47mila posti di lavoro già cancellati dalla finanziaria del precedente governo Prodi.

La compressione della spesa scolastica da parte dello stato centrale si collega anche al progetto di federalismo fiscale aggiungendo un ulteriore elemento allo smantellamento dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale: quale valore avranno i titoli di studio se l’offerta didattica sarà diversa da regione a regione?

Con i tagli dei finanziamenti per le assunzioni, al posto di molti docenti di ruolo ce ne saranno di precari. Avendo nomine nella maggior parte dei casi annuali, a ogni settembre vedremo molti dei nostri insegnanti cambiare: da un lato viene messo completamente in discussione il giusto principio della continuità didattica e dall’altro saranno sempre più frequenti ritardi nelle nomine con classi che per mesi rischiano di rimanere senza insegnanti.

La volontà del governo di fare cassa sulla scuola e l’università pubblica avrà effetti devastanti: al taglio dei finanziamenti e dell’organico si aggiunge il taglio delle scuole. La ministra, infatti, ha dichiarato che verranno accorpati tutti gli istituti con meno di 600 alunni. Molte scuole di provincia chiuderanno, con conseguenti disagi per tutti quegli studenti che  non vivono in città. Diminuiranno anche le ore di lezione: su questo terreno a pagare il prezzo più altro sarà la scuola primaria dove le ore settimanali di lezione verranno ridotte a 24 con l’introduzione del cosiddetto “maestro unico”. La cancellazione nei fatti del “tempo pieno” non è altro che un attacco indiretto alla classe lavoratrice: a chi affideranno i loro figli i genitori che lavorano? Dovranno pagare di tasca propria doposcuola privati?

Ma c’è un dato che è già aumentato ed aumenterà, ed è il numero degli studenti per classe. Con più di 30 alunni il tempo che il docente potrà dedicare ai singoli studenti sarà sempre più limitato, limitando così l’efficacia della sua azione educativa, dato che  buona parte del tempo dovrà essere impiegato per valutare piuttosto che per insegnare.

Altro che “migliore qualificazione del servizio scolastico”, in una scuola pubblica già devastata dai precedenti tagli, con strutture inadeguate e sovraffollamento; queste misure preparano un nuovo peggioramento verticale della didattica e più in generale delle condizioni di studio nelle nostre scuole: vivremo male in classe, studieremo peggio, verremo bocciati di più, saremo ridotti all’obbedienza dal ricatto del voto in condotta che fa media. Non saremo più persone da preparare per una vita ed un lavoro decenti, ma forza-lavoro dequalificata da ricattare attraverso la precarietà del lavoro.


Le scuole diventano fondazioni


La presente proposta di legge introduce la possibilità per le scuole autonome di trasformarsi in fondazioni nonché di avere partner pubblici e privati, disposti a entrare nell’organismo di governo della scuola”

On. Aprea,

dall’introduzione della proposta di legge da lei sottoscritta

 


Questi ultimi provvedimenti economici non nascono dal nulla: ridimensionando i finanziamenti pubblici all’istruzione a livello strutturale, si apre la porta per l’ingresso prepotente dei capitali privati, che detteranno quindi le loro condizioni alla didattica.

   Lo stato si deresponsabilizza sempre più, fino a subordinare completamente le scuole gli interessi delle imprese e del mercato: si insegnerà quello che serve agli imprenditori sul momento e non quello che serve ad uno studente per costruire il proprio futuro; non saremo più persone ma merce da buttare sul mercato del lavoro

Una realtà a cui la classe dominante sta lavorando da tempo: da un lato la

percentuale del Pil (prodotto interno lordo) investito sulla scuola pubblica a metà degli anni ’90 era intorno al 4% mentre ora è al 2,8%,  dall’altro si sono poste le prime basi della privatizzazione con l’approvazione della legge

sull’autonomia scolastica (1997) attraverso la quale le scuole hanno iniziato ad essere vere e proprie unità giuridiche, con un proprio bilancio da far quadrare, e con un preside-manager a capo di tutto.

 Se l’autonomia iniziava a creare scuole di serie A e di serie B, ora, con la proposta di legge Aprea, siamo di fronte ad un salto qualitativo: si vuole creare un sistema dove ci saranno percorsi d’eccellenza per pochi facoltosi che li potranno pagare, mentre, per tutti gli altri, ci saranno scuole sempre più scadenti e inadeguate.


Una scuola di classe


I cosiddetti “percorsi di eccellenza” saranno proposti da  quelle poche scuole pensate per riprodurre l’élite dominante. Scuole che, grazie all’apporto di risorse private (attraverso l’inevitabile aumento delle tasse d’istituto e il denaro proveniente da  aziende esterne  opportunamente detassato) e a particolari finanziamenti pubblici (si propone di spartirli regionalmente e in base al “merito” delle scuole) avranno maggiore possibilità di dare un servizio di qualità a partire dall’assunzione dei docenti migliori. Non a caso nella medesima proposta di legge si propone la cancellazione delle graduatorie nazionali degli insegnanti: ogni scuola assumerà direttamente i propri docenti, e solo quelli che faranno comodo, cancellando così ogni forma di pluralismo e di libertà dell’insegnamento.

Non è difficile immaginare che queste saranno le scuole più ambite, e se non basteranno gli sbarramenti economici ne vedremo di altro genere, a partire da test d’ingresso e numeri chiusi. Altro che diritto all’istruzione!

Per tutti coloro che non potranno permettersi le poche, costose, scuole d’élite la realtà sarà fatta da scuole con sempre meno fondi, con insegnanti malpagati, con programmi sempre più schiacciati sugli interessi delle singole imprese e del territorio specifico. Tutto questo in piena continuità con i progetti di regionalizzazione, in modo da sfornare giovani senza un’istruzione generale ma al massimo con competenze settoriali, pronti un futuro di precariato e bassi salari. Vedremo anche il dilagare dell’alternanza scuola lavoro con due obbiettivi: da una parte fornire manodopera gratuita alle aziende finanziatrici delle scuole, dall’altra addomesticare gli studenti a un futuro di  sfruttamento.

Per caratterizzare ancor più il carattere di classe della proposta di riordino delle medie superiori in questi giorni, nella discussione relativa all’area tecnica-professionale, tra le proposte in campo si parla di un triennio non uguale per tutti ma con un ultimo anno di orientamento per l’università o per il lavoro. Viene così messa in discussione una delle conquiste storiche del ’68, cioè che anche chi proviene dai tecnici e professionali possa fare l’università.

L’idea che sta alla base di queste proposte è semplice: solo chi ha soldi può permettersi di studiare, mentre per tutti gli altri si prepara un percorso di puro addestramento al lavoro. Insomma la vecchia scuola di classe non così dissimile da quella pre sessantottina.


Dal Consiglio d’istituto al Consiglio di amministrazione


Per completare la trasformazione delle scuole in vere e proprie aziende i “vecchi” organi collegiali vanno cancellati. Nelle scuole-fondazioni i consigli d’istituto si trasformeranno in consigli di amministrazione, che saranno composti da un numero di membri non superiore a undici. E’ prevista la partecipazione di diritto del dirigente scolastico,  di una rappresentanza dei docenti, dei genitori e, negli istituti superiori, degli studenti; ne fanno parte anche “rappresentanti dell’ente tenuto per legge alla fornitura dei locali della scuola ed esperti esterni scelti in ambito educativo, tecnico o gestionale”. Insomma si riducono drasticamente le componenti docenti, genitori e studenti e sparisce del tutto la rappresentanza degli Ata. In compenso l’organo di gestione delle scuole sarà stipato di esperti esterni a rappresentare gli interessi di eventuali finanziatori privati.

Con questi provvedimenti inizia a materializzarsi quello che da molti anni è un sogno della classe dominante: creare un’istruzione sotto tutela del mercato, dove le singole scuole competono tra loro per obiettivi dettati dalla produzione, distruggendo così la natura pubblica e unitaria dell’istruzione del nostro paese.


Disciplina e autoritarismo


L’offensiva portata avanti all’istruzione pubblica non è fatta solo da tagli e controriforme. Il governo e in mezzi di stampa legati al grande capitale hanno da tempo lanciato una vera e propria campagna ideologica contro il mondo della scuola, gli insegnanti fannulloni, il bullismo dei giovani, l’egualitarismo anti meritocratico e, dulcis in fundo,  la rivolta del ’68 come origine di tutti i mali. L’obbiettivo è chiaro: provare a dividere da subito quello che potrebbe essere un pericoloso fronte unico d’opposizione a questi, sciagurati, progetti.

Mentre si provano a comprimere sempre più gli elementi di democrazia all’interno delle scuole, la ministra giustifica la propria politica ponendo una domanda retorica: “La scuola serve a formare buoni cittadini capaci di leggere, scrivere e far di conto (…) oppure è luogo dove apprendere come rivendicare i propri diritti?”  Peccato non ricordi che un’istruzione di massa è stata conquistata proprio grazie alle lotte del movimento studentesco e che chi la sta smantellando non sono di certo gli studenti.

Di fronte a due decenni di tagli e controriforme, la risposta della Gelmini è quella di una vera e propria “restaurazione”. Non a caso ha fatto proprio l’eloquente motto “torniamo all’antico e sarà un grande progresso”.

L’applicazione di questo principio non ha tardato, nell’ormai Decreto legge n.137 il voto in condotta torna ad essere determinante ai fini della promozione. Con un 5 si viene bocciati, a prescindere dalla media delle altre materie. La maschera demagogica calata su questo provvedimento è quella della lotta al bullismo; ha un bel coraggio la ministra ad utilizzare questo spettro quando sono proprio i suoi progetti a rendere inadeguata la scuola pubblica. Con classi sovraffollate, con insegnanti sempre più precari e sottopagati, con una scuola che invece di accogliere, respinge, le problematicità non possono che esprimersi attraverso il canale più violento.

La reltà è che si vuole mandare un messaggio chiaro: chiunque intenda mettere in discussione lo stato di cose presente, a partire dalla battaglia in difesa della scuola pubblica, può essere punito ed espulso dal precorso formativo.

Ma il voto in condotta non sarà solo strumento di repressione contro chi reagisce, ha un significato pedagogico chiaro. La ministra lo ha detto molto chiaramente: “Ritengo indispensabile che nella scuola, ma anche nella società, si affermino alcuni valori: responsabilità, gerarchia, rispetto dell’autorità”. Insomma “restituire alla scuola la sua funzione nella società” significa costruire una scuola che cristallizzi le differenze di classe della società, che invece di insegnare, giudichi, indottrini alla passività e all’accettazione dello stato di cose presenti, addomesticando generazioni di giovani a un futuro precario e una vita di sfruttamento.

Ecco cosa significa per lorsignori tornare a prima del ’68.


La privatizzazione delle università


L’offensiva della ministra non ha lasciato fuori le università. Le modalità di questo attacco sono contenute nel Decreto Legge 112, (ora Legge 133 del Parlamento) celermente approvato e convertito in legge durante l’estate, proprio quando è molto più difficile costruire una mobilitazione.

Anche qui il primo passo è il drastico ridimensionamento dei finanziamenti pubblici: il fondo per il finanziamento ordinario delle università è ridotto di 63,5 milioni di euro già dal 2009 e per gli anni successivi rispettivamente di 190, 316, e 417 milioni, fino ad arrivare ai 455 milioni del 2013, per un taglio complessivo di quasi 1500 milioni di euro in 5 anni (art. 66, comma 13). A questa cifra è da sommare il taglio di 472 milioni alle spese correnti del ministero previsto per il 2010 dalla legge 93/08. Non manca neanche il doveroso limite delle assunzioni, che per gli atenei non possono superare il 20% dei pensionamenti per il triennio 2009-2011, per poi passare al 50% dal 2012 (art. 66, comma 13).

Ma il pezzo forte del governo è un altro: da settembre le università pubbliche, con voto del solo Senato accademico, possono trasformarsi in “fondazioni di diritto privato” (art. 16). La così creata fondazione sostituisce in tutto e per tutto l’università, acquisendone anche il patrimonio e “la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate”. Il tutto senza neanche dover uno straccio di imposta. Quali caratteristiche avranno tali fondazioni? Lo deciderà sempre il Senato accademico che “contestualmente alla delibera di trasformazione” adotta “lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità”.

Ovviamente, “lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati”. Questi soggetti potranno finanziare le fondazioni universitarie, anche qui in modo totalmente esente da tasse e imposte, con la deducibilità dal reddito della somma versata e una riduzione del 90% delle spese notarili per le donazioni. “Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico” afferma il decreto, solo che la sua entità sarà determinata in base all’entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione. Le fondazioni non potranno distribuire gli eventuali utili che dovranno essere reinvestiti all’interno della fondazione stessa dal momento che sono enti non commerciali, ma devono operare “nel rispetto dei principi di economicità della gestione” che “assicura l’equilibrio di bilancio”.

Il passaggio a fondazione, dunque la messa in discussione della propria natura pubblica, sarà per la maggior parte degli atenei una mossa obbligata, vista la mancanza di finanziamenti adeguati dallo Stato, le università dovranno trovarne aziende che hanno interesse a investire nelle fondazioni. Un interesse, quello delle aziende, che come e più delle medie superiori, deriva dalla possibilità di decidere l’organizzazione, le regole e le caratteristiche della didattica all’interno delle fondazioni, così da poter creare dei corsi di laurea mirati esclusivamente al soddisfacimento delle necessità dell’azienda stessa, cancellando qualsiasi formazione culturale. Certo, ci saranno sempre dei corsi di eccellenza che sapranno dare a chi li frequenta una formazione di qualità, solo che li potrà seguire (ancor più di quanto già avvenga oggi) solo chi potrà permettersi di pagare le rette, per le quali è lecito aspettarsi un aumento vertiginoso. Vale la pena ricordare, a proposito di rette, che attualmente le sole tasse versate direttamente dagli studenti coprono in media il 19% del bilancio complessivo delle università italiane, una cifra che ci dà l’idea di quanto poco sia garantita la possibilità per tutti di avere un’istruzione garantita.

Si profila dunque uno scenario di “corsa al finanziatore” che creerà una gerarchia di atenei al cui apice troveremo poche strutture di eccellenza che concentreranno la quasi totalità dei finanziamenti, garantendo la propria sopravvivenza in cambio dell’asservimento ai desideri dei privati e dove per iscriversi bisognerà pagare rette sostenibili solo da una ristretta minoranza di studenti provenienti da famiglia di estrazione sociale agiata, che qui apprenderanno come prendere il posto dei propri genitori alla guida della società. In fondo alla piramide ci sarà invece una moltitudine di università o ex-università che dovranno sopravvivere con i sempre più ridotti finanziamenti statali e che vedranno la propria qualità precipitare fino a che saranno costrette a chiudere.

Non soddisfatti da numeri chiusi, sbarramenti tra triennale e specialistica sempre più significativi, aumenti di tasse progressivi,… i nostri governanti da un lato vogliono impedire strutturalmente la possibilità che un settore di studenti che esce dal canale tecnico-professionale, d’ufficio non possa nemmeno iscriversi all’università, mentre dall’altro lavorano per cancellare definitivamente ogni carattere di massa dell’università.

Per questo il decreto legge 112, pur essendo il coronamento di anni di attacchi all’istruzione pubblica, rappresenta un salto di qualità: esso non si limita più ad aumentare gradualmente il livello di selezione di classe nell’università ma distrugge il principio stesso di diritto allo studio, regalando tutta l’istruzione universitaria ai privati e permettendone l’accesso solo a chi se lo può permettere.


Quale alternativa?

Elementi programmatici per un reale diritto allo studio.

Di fronte a un attacco di tal portata all’istruzione pubblica del nostro paese è necessario elaborare una piattaforma rivendicativa all’altezza dello scontro.  Contrastare i provvedimenti del governo non significa affatto difendere lo status quo, ma piuttosto riaprire una battaglia complessiva per un reale diritto allo studio. Solo con questa prospettiva potremo coinvolgere nelle lotte che si preparano tutto quel settore di studenti e di “popolo della scuola” che, per ora, stanno ai margini delle mobilitazioni. Uno dei limiti che ha condizionato negativamente le possibilità di vittoria delle passate lotte studentesche è stato proprio la mancanza di un programma rivendicativo chiaro e complessivo.

La portata della discussione sulla scuola e l’università per cui lottiamo è, dunque, tutt’altro che accademica. Proponiamo qui una serie di punti rivendicativi su questioni che ci paiono prioritarie per caratterizzare un’alternativa senza la pretesa di essere esaustivi. Forse ad alcuni potranno sembrare pretenziosi, ma la possibilità di trasformare questi punti in conquiste è legata solamente dai rapporti di forza che sapremo mettere in campo.


Contro la privatizzazione dell’istruzione!


• Ritiro e cancellazione di tutti i provvedimenti che prevedono la trasformazione di scuole e università in fondazioni di diritto privato.

• Cancellazione immediata dell’autonomia scolastica e universitaria, passaggio fondamentale per strappare la subordinazione dell’istruzione al mercato.

• Cancellazione di ogni forma di regionalizzazione e di differente elargizione di finanziamenti. Il sistema dell’istruzione dev’essere unitario e pubblico.

• Cancellazione immediata di tutte le controriforme, dalla Moratti alla Zecchino-Berlinguer.

• Raddoppio immediato dei finanziamenti destinati all’istruzione pubblica;

• Neanche un centesimo alle scuole private! Annullamento di qualsiasi stanziamento diretto o indiretto.


Contro la selezione di classe!


• Cancellazione del diritto-dovere all’istruzione. Ripristino dell’obbligo scolastico e sua estensione  fino ai 18 anni. Dalle elementari fino al diploma il percorso scolastico deve essere uguale per tutti con una continuità di programmi. Rifiutiamo qualsiasi divisione tra “scuole d’eccellenza” e “scuole di massa”,  tra “arti umanistiche” riservate ai figli dei ceti benestanti ed “arti meccaniche” per i figli dei lavoratori. Le medie superiori devono essere tutte di 5 anni.

• Abrogazione della legge 40/2007 che istituisce i “poli tecnico-professionali” come canale alternativo ai licei

• Ogni percorso di formazione professionale deve essere successivo al compimento dell’obbligo scolastico e non alternativo al percorso di istruzione.

• No alla riduzione del tempo scuola. No al “maestro unico” e alla distruzione del tempo pieno.

• Gratuità dell’iscrizione a qualsiasi scuola di ogni ordine e grado, dalle materne, passando per le superiori, fino all’università. O l’istruzione è gratuita o non è un diritto. Rimuovere le condizioni materiali che impediscono a migliaia di giovani di avere accesso alla cultura è la condizione necessaria per ogni reale cambiamento nell’istruzione.

• Abolizione di qualsiasi forma di numero chiuso o test d’ingresso, sia alle superiori che in università.

• Libri in usufrutto o comodato d’uso gratuito per tutti, gratuità dei mezzi pubblici, congelamento dei prezzi di libri e materiale scolastico.

• Borse di studio per tutti gli studenti che ne facessero richiesta. Tenere il proprio figlio a scuola fino a 18 anni per una famiglia disagiata non vuol dire soltanto pagare più costi per l’istruzione, ma anche avere un reddito in meno in famiglia; tale reddito deve essere sostituito dallo stanziamento di borse di studio.

•  20 alunni per aula. In classi sovraffollate non è possibile fare lezione! Non deve esistere nessuna aula dove si sfondi il tetto di 20 alunni.

• Piano di edilizia scolastica per la rimessa in sicurezza degli edifici scolastici (più della metà è fuori norma!). Se è necessario che si costruiscano nuove scuole, università e studentati.

 • Apertura serale delle università (comprese le biblioteche e laboratori), con tutti i corsi fondamentali, premettendo così a qualsiasi lavoratore che ne abbia voglia di poter frequentare l’università.


Abbattere i ritmi di studio!


No a una scuola interrogatorio e a un’università esamificio: criteri produttivistici non devono avere niente a che fare con l’istruzione.

• Cancellazione di ogni forma “esame di riparazione” a settembre. Per superare le lacune si istituiscano corsi di recupero pomeridiani gratuiti e facoltativi che si svolgano durante tutto l’anno.

• Abolizione del sistema di valutazione dei crediti e dei debiti formativi, sia a scuola che in università.

• 11 appelli d’esame all’anno perché ogni studente possa scegliere quando sostenere l’esame, liberalizzazione dell’ordine con cui dare gli esami .


Contro l’autoritarismo e la repressione, per una scuola e un’università democratiche!


•  Uguale numero di studenti, docenti e personale non docente (pariteticità) nel Consiglio d’Istituto. Pariteticità delle rappresentanze democratiche degli studenti e dei lavoratori dell’università (con questi intendiamo il corpo non docente)  eletti negli organismi d’Ateneo e nei Consigli di Facoltà. Tutte queste figure devono essere eleggibili ma anche revocabili rispettivamente dall’assemblea che li ha eletti.

• Abolizione della figura del dirigente scolastico. Gli studenti ed i lavoratori della scuola non hanno bisogno di un capo indiscutibile ed indiscusso che occupi la funzione del gerarca. Il preside deve essere sostituito da un coordinatore didattico-amministrativo scelto tra i lavoratori della scuola ed eletto da studenti, personale docente e non docente. Il docente che viene scelto come coordinatore didattico-amministrativo viene sollevato dall’insegnamento.

• Abolizione in toto del voto di

condotta, misura non a caso introdotta dal fascismo.

• Istituzione del diritto di assemblea d’ateneo e di facoltà, almeno una volta al mese, con conseguente sospensione della didattica. Elezioni universitarie su base annua.

• Per un posto di lavoro degno per gli insegnanti; per un insegnamento di qualità! 300 euro di aumento salariale, uguali per tutti i lavoratori della scuola! Gli insegnanti e i lavoratori della scuola sono i più sottopagati d’Europa. Ci opponiamo all’introduzione di criteri meritocratici nella retribuzione dei docenti. Si tratta di criteri che servono solo a gerarchizzare il rapporto tra i vari docenti, rompendo la collegialità dell’insegnamento.

• Nessun taglio di cattedre o di posti di lavoro nella scuola! Assunzione immediata, a tempo indeterminato, di tutti i lavoratori precari nella scuola.

• Corsi di aggiornamento gratuiti e garantiti dallo Stato. Possibilità per ogni docente di usufruire ogni dieci anni di un anno di distacco dall’insegnamento per svolgere attività di aggiornamento.

• Rifiuto dell’introduzione di qualsiasi forma di chiamata nominativa, secondo cui il preside-manager sceglie direttamente i docenti, generando ad ogni forma di clientelarismo e favoritismo. Il principio della chiamata nominativa rende in maniera evidente l’idea della scuola azienda dove, come in un’impresa privata, il padrone sceglie chi assumere, calpestando ogni idea di pluralismo. Difenderemo ad oltranza la nomina dei docenti attraverso regolari concorsi e graduatorie.


Per una scuola e un’università laiche!


• Abolizione dell’ora di religione. Potenziamento delle ore di Storia e Filosofia, difesa del rigore scientifico in tutte le materie. Fuori i pregiudizi religiosi dai programmi scolastici nazionali! Istituzione dalla scuola media fino ai 18 anni dell’ora di educazione sessuale, gestita da consultori pubblici.

• Per un’istruzione laica e scientifica. L’insegnamento non deve essere influenzato dai diktat, diretti o indiretti del Vaticano. Nella scuola e nelle università non ci deve essere spazio per teorie a-scientifiche come quelle creazioniste.

• Il diritto per qualsiasi gruppo politico, culturale o religioso di tenere le proprie attività a scuola nel pomeriggio. Basta con i due pesi e le due misure che vengono oggi applicati a favore dei ciellini e di gruppi simili.


Contro la subordinazione dell’istruzione alle imprese, per un posto di lavoro alla fine degli studi!


• Piano nazionale per dotare tutta le scuole che ne hanno bisogno, dei laboratori necessari, con assunzioni specifiche di personale tecnico.

• No agli stage ed al tirocinio gratuiti: gli stage si devono svolgere solo se regolarmente retribuiti e sotto il controllo delle rappresentanze sindacali. I corsi di formazione professionale devono avere luogo dopo il diploma e devono essere completamente gratuiti e gestiti dallo Stato.

• Abolizione del precariato e della flessibilità. Non vogliamo un futuro lavorativo precario.

• Riduzione d’orario a parità di salario per creare nuovi posti di lavoro. Non vogliamo studiare per essere futuri disoccupati. Il lavoro deve essere redistribuito, attraverso la riduzione d’orario, tra tutta la popolazione in età lavorativa. Lavorare meno, lavorare tutti.

• Applicazione del turn-over: per ogni lavoratore che va in pensione deve essere assunto un giovane.


Da dove prendere i soldi?


Tutta la ricchezza prodotta nel capitalismo viene generata dai lavoratori. Eppure questo sistema non concede loro nemmeno la garanzia di poter dare un pieno sviluppo culturale ai propri figli. Le risorse che vengono prodotte dal lavoro dei nostri genitori e dal nostro futuro lavoro ci appartengono e devono essere utilizzate per garantire il diritto allo studio, alla sanità, alla pensione ecc. ecc.

Che i soldi per l’istruzione si prendano da: tagli alle spese militari, fondi destinati alla Curia, come ad esempio l’8 per mille, tutti i fondi concessi alle scuole private e dalle migliaia di milioni di euro concessi a fondo perduto alle aziende.


Generalizzare le lotte per fermare la Gelmini


Dopo anni e anni di progressivo smantellamento, il nuovo governo Berlusconi ha sferrato un attacco definitivo al sistema di istruzione pubblico. La posta in gioco è altissima: quest’autunno sarà decisivo! In queste settimane vediamo i primi segnali di reazione da parte del mondo della scuola e del movimento studentesco. Per poter sconfiggere il progetto della Gelmini dovremo aprire uno scontro sociale a tutto campo, lavorando per allargare la portata delle mobilitazioni fino a una loro generalizzazione. 

Per fermare un’offensiva di tal portata, infatti, non basteranno alcune, singole, prove di forza. Tra una data e l’altra cosa rimane di organizzato in ogni luogo di studio per provare ad allargare il fronte della lotta e coinvolgere tutti coloro che per adesso stanno ai margini? Organizzarsi in ogni scuola e ogni università, con un programma complessivo e metodi democratici, dev’essere la priorità per tutti coloro che hanno a cuore la battaglia per il diritto allo studio.

Questo è l’obbiettivo del Comitato in difesa della Scuola Pubblica e del Coordinamento Studentesco Universitario.


Costruisci comitati in difesa della scuola pubblica in ogni luogo di studio

Discuti, organizzati e lotta!