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Lo scorso 22 maggio la Presidenza del Consiglio ha reso noto lo sblocco di 36 milioni di euro destinati all’edilizia scolastica per la ristrutturazione di “strutture obsolete” e l’edificazione di “nuovi edifici dotati degli standard di sicurezza più recenti”. Sembrerebbe un passo in avanti dopo il silenzio degli ultimi mesi e l’inadempimento delle misure definite l’anno scorso.

“Ora la vostra e nostra priorità è l'edilizia scolastica. Nessun ragionamento sarà credibile finché la stabilità delle aule in cui i nostri figli passano tante ore della loro giornata non sarà considerata il cuore dell'azione amministrativa e di governo”.

Il processo di privatizzazione della scuola pubblica ha radici lontane. Già nei primi anni ’90 il governo, con la legge sull’Autonomia scolastica, compiva il primo passo verso lo smantellamento dell’istruzione pubblica italiana, permettendo alle scuole di reperire finanziamenti tra i privati (famiglie, banche, aziende).

Quante volte ci siamo sentiti dire che “siamo messi male ma la gente non fa niente”, o che “sono tutti ipnotizzati e non si accorgono di quel che succede”? Spesso sono proprio gli attivisti, o ex-attivisti di sinistra a dipingere questo quadro, come per dire “non è colpa nostra se non si muove niente”. L’inizio dell’autunno ci ha mostrato quanto sia falsa questa idea, soprattutto fra i giovani.

Sul numero chiuso alle superiori

Tutto ciò che i governi degli ultimi anni non sono riusciti a fare per distruggere la scuola pubblica attraverso la porta d’ingresso principale delle controriforme, è avvenuto attraverso l’uscita di servizio, ovvero l’autonomia scolastica. Attraverso questa, ogni dirigente scolastico può fare nel suo istituto i suoi attacchi al diritto allo studio.

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