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Un nuovo anno scolastico sta per cominciare. Forse. Già, perché gli effetti dei pesantissimi tagli attuati l’anno scorso dal governo (quasi 8 miliardi di euro per la scuola e circa 1 miliardo e mezzo per l’università) cominciano a farsi vedere e appare chiaro davanti agli occhi di qualsiasi studente, professore, lavoratore o genitore che la sopravvivenza di una scuola pubblica degna di questo nome non è cosa da darsi per scontata.

Lo sanno particolarmente i precari che nelle scuole lavorano: in 18 mila fra quelli che avevano lavorato l’anno scorso con un contratto annuale non hanno avuto il rinnovo e sono rimasti senza lavoro. Niente di strano, d’altronde: i piani di applicazione della legge 133/08 prevedono solo per quest’anno il taglio di più di 42 mila posti di lavoro fra i docenti e più di 15 mila fra il personale tecnico amministrativo, per arrivare a 87 mila docenti e 44.500 Ata in meno fra due anni.

Se non cambiano le cose, per tanti lavoratori l’anno scolastico non comincerà mai, ma anche per gli studenti nulla è da dare per scontato. Con scuole sotto organico, con programmi drammaticamente tagliati, senza le risorse per laboratori e strumentazione tecnica, con addirittura gli edifici stessi che mettono a repentaglio l’incolumità fisica di chi ci sta dentro (un dato su tutti: il 42% degli istituti non ha il certificato di agibilità statica), arrivare alla fine dell’anno è sempre più un percorso ad ostacoli. Chi ha ancor più difficoltà a superare gli ostacoli viene lasciato solo: ne è esempio tanto duro quanto chiaro il taglio agli insegnanti di sostegno. Ma anche arrivati alla fine, dopo l’estate si può essere sempre rimandati al “via” se non si superano gli esami di recupero. Fra l’altro, l’allora ministro Fioroni aveva promesso che per dare a tutti gli studenti la possibilità di prepararsi per gli esami ci sarebbero stati corsi estivi gratuiti pagati dallo Stato: qualcuno li ha visti?

A volte il percorso a ostacoli non si può nemmeno iniziare: è il caso delle civiche serali di Milano, dove durante l’estate il comune ha comunicato come se nulla fosse che non sarebbe stato aperto il liceo classico, o delle tante scuole che sono e saranno chiuse perché non raggiungono il numero minimo di studenti come previsto dalla Gelmini. In compenso, nelle scuole aperte le classi sono sempre più sovraffollate...

Non si creda che il governo sia insensibile ai problemi della scuola! Dopo aver quasi raso al suolo l’istruzione pubblica e averne regalato i bocconi più ghiotti alle aziende private, ha già in serbo la riforma che potrà portare l’opera distruttiva a compimento: il progetto di legge Aprea, attualmente in discussione alla VII commissione del Parlamento. Se passerà vedremo scuole-azienda autonome governate da un vero Consiglio d’amministrazione, con un dirigente scolastico plenipotenziario, l’esclusione del personale Ata da qualsiasi organismo decisionale, l’ingresso incontrollato dei privati e la possibilità di trasformarsi in fondazioni con partner pubblici o privati che potranno decidere liberamente su ogni argomento, dalle assunzioni ai programmi scolastici. In nome della “libertà di scelta delle famiglie”, poi, lo Stato, mentre riduce alla fame le scuole pubbliche, regalerà ancor più soldi a quelle private, viste come il vero futuro dell’istruzione. Come sempre, il disegno è togliere a chi ha bisogno per dare a chi ha già.

Poter iniziare l’anno di studi non è cosa scontata neanche per chi va (o vorrebbe andare) in università: tanti studenti si scontreranno contro il numero chiuso, che si basa sulla logica per cui invece che garantire sufficienti risorse (innanzitutto strutture e personale) per dare a tutti la possibilità di intraprendere gli studi scelti, si decide arbitrariamente quanti possono entrare, lasciando agli altri la scelta, spesso obbligata, fra fare un altro corso e andare a lavorare (o meglio, andare a cercare fra mille difficoltà un lavoro). Anche qui, chi riesce a cominciare il percorso ha tutte le occasioni per non riuscire a finirlo: i tagli si fanno sentire, e da quest’anno i bilanci delle università cominciano ad essere davvero critici, e lo si sente già al momento del pagamento della prima retta, indipendente dal reddito, che aumenta in molti casi di decine di euro rispetto all’anno scorso. Senza parlare ovviamente di tutti gli altri costi da sostenere. Il prossimo periodo per le università pubbliche sarà con tutta probabilità uno stillicidio: vedremo un’università dopo l’altra arrendersi al rosso di bilancio e consegnarsi, come previsto dalla riforma dell’anno scorso, ai finanziatori privati che ne prenderanno il controllo e le renderanno ancor più selettive su base economica.

Non si illuda chi riuscirà a tagliare in volata il traguardo della laurea: i soldi non ci sono e i dottorati, come gli assegni di ricerca, sono ormai merce più che rara dove non sono stati semplicemente bloccati. Per carità, si può sempre provare ad andare a insegnare a scuola, e aggiungersi così giusto a quei 18 mila precari che sono da oggi senza lavoro.

Così si chiude il cerchio. Un cerchio che traccia una demarcazione ben netta: possono stare dentro quelli che hanno abbastanza soldi per pagarsi i servizi che vogliono, per comprarsi un’istruzione di prima qualità, per garantirsi un buon posto di lavoro; resta fuori chi può ricorrere solo ai servizi che fornisce lo Stato, e che vede affondare la propria scuola, allontanarsi la prospettiva di un titolo di studio superiore e peggiorare le condizioni del lavoro, futuro e presente, comunque precario.

Davanti a questa situazione lottare si può e si deve. Gli ultimi 20 anni e più ci insegnano che, se non si difende con la lotta, ogni diritto può essere perso. Le mobilitazioni di massa dell’anno scorso ci mostrano come tutte le affermazioni sull’impossibilità di una lotta per cambiare le cose fossero false. Da quelle mobilitazioni è necessario ripartire, riuscendo a far tesoro di tutto ciò che di buono hanno portato ma anche sapendo capire i limiti che ne hanno impedito la vittoria, a partire dalla mancanza di una chiara piattaforma rivendicativa di classe.

Un nuovo anno scolastico sta cominciando e già vediamo le prime mobilitazioni: in tutta Italia i precari della scuola si rifiutano di essere lasciati senza un lavoro e cominciano una lotta che ha nell’idea di resistenza a oltranza il suo punto centrale e di maggior forza. Anche nella scuola la lotta della Innse segna un prima e un dopo. Gli studenti devono unirsi a questa lotta, rivendicando l’assunzione a tempo indeterminato su tutti i posti che servono a garantire una scuola di qualità e un reddito garantito per tutti coloro che dovessero rimanere senza lavoro, oltre al ritiro dei tagli e di tutte le controriforme dell’istruzione, per arrivare a una scuola e un’università pubblica, laica, gratuita, di massa e di qualità.

Un nuovo anno di lotte è cominciato.


* Coordinatore nazionale Csp-Csu

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