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Sono passati tre mesi da quando il direttivo nazionale della Cgil ha votato un documento in cui si proclamava  lo sciopero generale contro la riforma del mercato del lavoro.
La proposta veniva rilanciata nel direttivo di aprile pur con un distinguo di non poco conto. Mentre a marzo lo sciopero veniva proposto contro l’abolizione dell’articolo 18, ad aprile ci si limitava ad un generico appello contro le politiche inique del governo.
Non a caso la sinistra interna La Cgil che vogliamo, e la componente Lavoro Società hanno presentato un documento alternativo ribadendo la proposta di uno sciopero contro l’abolizione dell’articolo 18.
Nonostante la retorica della Camusso: “Monti pensa più alle banche che ai lavoratori” il mese di maggio è passato, lo sciopero non è stato convocato,
il disegno di legge è arrivato alle camere e il ministro Fornero con l’arroganza che la contraddistingue ha deciso di accelerare l’iter parlamentare imponendo il voto di fiducia.
Il testo di legge nel frattempo ha visto nella commissione del senato l’approvazione di emendamenti sostenuti dal Pd e dal Pdl che lo peggiorano ulteriormente.

Sacrificato l’art. 18 in nome dell’unità di vertice

Davanti al quarto anno consecutivo da record per la cassa integrazione (anche quest’anno si supererà il miliardo di ore), la disoccupazione ormai prossima al 11%, l’impennata dei prezzi al consumo, il crollo della produzione, la risposta della Cgil si è ridotta ad una manifestazione inutile, a Roma che doveva essere il 2 giugno con Cisl e Uil.
La manifestazione del 2 giugno alla fine verrà rinviata per l’emergenza terremoto in Emilia Romagna, ma mentre scriviamo rimane l’unica iniziativa messa in campo dalla Camusso.
Di fronte alla frenata della Cgil, molti hanno guardato con speranza alla Fiom, che allo sciopero generale del 9 marzo a Roma e negli scioperi territoriali delle scorse settimane, aveva mostrato una certa determinazione nel contrastare i piani del governo.
Landini nel comizio del 9 marzo aveva nei fatti promesso la convocazione dello sciopero, se la Cgil avesse continuato ad esitare. Ma si è rimangiato
il tutto a Montesilvano all’assemblea nazionale del 9-10 maggio. Su quanto è avvenuto in quell’assemblea rimandiamo al resoconto di Paolo Brini pubblicato sul nostro sito (Bilancio assemblea nazionale Fiom: rompere gli indugi).
La Cgil che vogliamo da parte sua si è limitata a presentare un documento nel direttivo nazionale ed a promuovere senza grande slancio e preparazione un’assemblea nazionale il 19 maggio, che alla fine si è trasformata in una parata di dirigenti, a cui si sono uniti quelli di Lavoro Società.
All’assise della Fiom dei 500 delegati è emersa con chiarezza l’ostilità della Camusso verso i metalmeccanici di Landini (nessun dirigente confederale ha partecipato ai lavori) e di fronte alla pressione dei camussiani in Fiom non è emersa alcuna proposta di mobilitazione per la difesa dell’articolo 18 e la riconquista del contratto nazionale. Neanche Bellavita e Cremaschi saranno in grado alla fine di mettere ai voti un documento (concordato nella riunione della Rete 28 aprile) in cui avanzare la proposta dello sciopero generale.
Se da una parte la Camusso capitola alle pressioni del Pd, non si può dire che nell’ordine Nicolosi, Rinaldini, Landini abbiano resistito alle pressioni della Camusso.
E per quanto riguarda la Fiom ed altri settori della sinistra Cgil, non si tratta fondamentalmente di una questione di mancanza di volontà. Non possiamo essere superficiali su questo. Persino le burocrazie confederali in alcuni momenti hanno interesse a mobilitare i lavoratori per consolidare la propria posizione nella società e mai come oggi la direzione Fiom (che viene cacciata dalle fabbriche) è interessata a riaffermare il proprio ruolo sociale.
Ciò che manca è una strategia di lotta ma anche una disponibilità diffusa tra i lavoratori a mobilitarsi. Tale disponibilità oggi esiste solo tra un settore d’avanguardia, come si è visto il 9 marzo. Prevale ancora uno spirito di delega.
L’attacco è troppo imponente per essere respinto senza mettere in campo tutta la forza organizzata  del movimento operaio ed è per questo che le azioni di “minoranze combattive” non suscitano entusiasmo. I lavoratori sono infuriati come belve ma non sono disposti ad andare al suicidio con azioni minoritarie.
Se la Fiom è sotto duro attacco, il più duro del dopoguerra, le altre categorie non se la passano meglio. La liberalizzazione degli orari dei negozi nel commercio, piuttosto che i piani di tagli nell’impiego pubblico e nella scuola, non sono assolutamente da meno. La direzione Cgil capitola anche lì, nell’impiego pubblico e scuola assistiamo alla firma di un’intesa che di fatto impegna la Cgil a gestire le future esternalizzazioni e le centinaia di migliaia di esuberi che verranno dichiarati.

Per una vera direzione operaia

Le contraddizioni si accumulano sotto la superficie, e presto si mostrerà come la disponibilità alla mobilitazione non è stata piegata ma solo contenuta da un vertice sindacale supino al Pd e all’unità nazionale.
La questione centrale oggi è non cadere nell’impazienza e nella frustrazione ma prepararsi per quando le condizioni saranno propizie tra la massa dei lavoratori.
Mai come in questo periodo si sprecano gli appelli all’autorganizzazione, all’autoconvocazione, alla necessità di “indurire” le lotte. Si inneggia allo spontaneismo delle masse, in risposta alla soffocante cappa delle burocrazie sindacali.
Si infittiscono i proclami (anche da dentro la Cgil) che annunciano la morte della Cgil e il suo superamento.
Ogni volta che certi diritti vengono svenduti dalle burocrazie sindacali sentiamo spesso gridare “all’ultimo tradimento che segna la mutazione genetica del sindacalismo confederale”.
Queste posizioni non riescono tuttavia a spiegare una questione molto semplice: perché anche le forze del sindacalismo di base non sono riuscite in tre mesi a organizzare uno straccio di sciopero sulla vicenda dell’articolo 18 e sono oggi più divise e in crisi che mai?
Lo abbiamo visto ancora il 26 maggio all’assemblea del teatro Ambra Jovinelli di Roma presentata come un importante incontro di lavoratori autoconvocati (di tutte le sigle sindacali), ma che alla fine ha visto la presenza fondamentalmente di delegati e dirigenti dell’Unione sindacale di base (Usb).
Non bastano gli slogan, per quanto accattivanti possano essere, per dare vita a una nuova direzione nel movimento operaio. Servono in primo luogo le esplosioni sociali che sono ancora in via di maturazione.
Servono anche dirigenti che sappiano legarsi all’umore delle masse e che non strumentalizzino l’impazienza di alcuni settori operai, ma piuttosto sviluppino un lavoro di spiegazione paziente che provi a saldare le iniziative negli organismi sindacali con le mobilitazioni reali nei luoghi di lavoro.
I colpi di testa servono a poco in generale, ancor più in un momento come questo dove è facile perdere il proprio posto di lavoro, e sono ben stupidi quei generali che lanciano l’offensiva anche quando i propri eserciti non sono pronti alla battaglia.
Dobbiamo evitare che alcuni settori di avanguardia si lascino provocare e isolare dal resto della classe, che l’azione meschina delle burocrazie sindacali li separi dagli altri lavoratori, con scissioni minoritarie e ininfluenti che non avrebbero alcuna possibilità di incidere sulla realtà.
Una direzione alternativa composta da delegati e attivisti combattivi non si improvvisa. Si costruisce con pazienza, coerenza, organizzando il conflitto nelle aziende, diventando riferimento con un’azione coordinata dal basso, in cui ogni aspetto del conflitto viene discusso democraticamente.
Il fatto che oggi l’Italia sia fanalino di coda in Europa nel conflitto sociale a causa del ruolo nefasto dei vertici sindacali è solo un passaggio temporaneo.
Queste contraddizioni non tarderanno ad esplodere, dobbiamo prepararci per quel momento costruendo fin da oggi la nostra credibilità.
Le cose cambieranno come sono cambiate in Spagna ed in Grecia negli ultimi due o tre anni. Attraversiamo un’epoca tempestosa e ciò che oggi appare impermeabile alle istanze operaie, domani tornerà ad essere uno strumento dei lavoratori e della trasformazione.

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