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Il risultato della mozione alternativa al congresso Cgil (“Il sindacato è un’altra cosa”, primo firmatario Giorgio Cremaschi) ci fornisce molti spunti utili per discutere la prospettiva di questa battaglia.

Il tentativo di ridicolizzare la mozione attaccandole l’immagine di minoranza ininfluente e marginale non è riuscito. In centinaia e centinaia di congressi i nostri argomenti hanno saputo imporsi al centro del dibattito e dello scontro.

Le cifre sembrerebbero smentire questa opinione, poiché solo il 2,6% dei votanti, secondo dati peraltro non ancora ufficiali, si sarebbe espresso per la minoranza. Ma ad una analisi più attenta le cose appaiono sotto una luce ben diversa.

La sproporzione di forze nell’apparato era enorme, su circa 12mila funzionari solo qualche decina ha sostenuto la mozione 2: neppure un punto percentuale. A questo si è aggiunta la “creatività” di molte commissioni congressuali: calendari improbabili, congressi spostati all’ultimo momento, urne aperte fino a 48 ore dopo il voto, ecc.

A questi ostacoli ha sopperito lo sforzo di centinaia di delegati e semplici iscritti che a suon di permessi, giornate di ferie e sacrifici personali hanno coperto circa il 15% delle assemblee, pari al 22,5% della platea complessiva. In questi congressi sono stati raccolti ben 40mila dei 42mila voti attribuiti alla minoranza.

Le statistiche prodotte dalla mozione 2 e ad oggi non contestate dalla maggioranza mostrano due congressi. Dove la minoranza aveva un relatore presente c’è stato un congresso vero, dove si toccava con mano la reale situazione: la rabbia dei lavoratori e il distacco dal sindacato (affluenza media del 19,3%), la ricerca di una alternativa, la forte critica per la sudditanza della Cgil nei confronti del Pd e dei governi da esso sostenuti negli ultimi anni; in questi congressi la minoranza ha raccolto ben il 19,6%, nonostante pratiche quali le urne aperte per 48 ore che favorivano il voto passivo.

Poi c’è stato un congresso “meno vero” dove, in assenza di qualsiasi controllo, si sono prodotti fenomeni stupefacenti: categorie e territori che da sempre lamentano scarsa partecipazione che improvvisamente vedono affluire migliaia di voti entusiasti per la maggioranza, un livello di partecipazione che raddoppia (oltre il 37%). In questo “secondo congresso” la mozione si vede attribuiti meno di 2mila voti pari allo 0,15%…

Le decine di resoconti e notizie dai congressi di base che ci sono pervenuti hanno alcuni tratti comuni fondamentali.

1) Lo scontro di posizioni è stato sindacale ma anche politico, il legame fra il moderatismo della segreteria Camusso e la subalternità al Pd è fortemente inviso a tantissimi lavoratori.

2) In molte aziende c’è stato un rapporto positivo con iscritti che poi hanno votato la maggioranza, spesso per l’influenza di vertenze aziendali legate a cassa integrazione o esuberi, situazioni nelle quali, a torto o a ragione, molti lavoratori sono riluttanti a esprimere una critica che può significare anche lo scontro frontale con il funzionario che segue direttamente la loro vertenza.

3) Alcuni risultati di aziende e territori importanti, dalla Fiom di Bergamo (36%) a quella di Modena (32%) e di Napoli (23,87%); situazione composita nel gruppo Fiat con ottimi risultati a Mirafiori, prevalenza della mozione 2 alla Sevel e, viceversa, congressi poco partecipati o addirittura non celebrati in altri stabilimenti. Vittorie della 2 a Fincantieri di Castellammare di Stabia e di Venezia, alla Piaggio di Pontedera, al Corriere della sera, nonché nell’azienda del presidente di Confindustria. Altre categorie con risultati significativi in numerosi territori sono state la Flc, la Funzione pubblica (Bologna 13%), i trasporti (Filt Vicenza 88%, trasporto merci Milano 12%). Battaglie “pionieristiche” nel commercio, spesso con reazioni spropositate dell’apparato che considera un sacrilegio la presenza di posizioni critiche in una categoria nella quale si esprimono fortissimi punti di contraddizione data la crescita del settore e il livello di sfruttamento selvaggio che dilaga: domeniche lavorative, flessibilità e precarietà incontrollate, fenomeni che la linea maggioritaria si è dimostrata del tutto impotente a contrastare.

4) Non solo delegati o quadri di esperienza: compagni e compagne giovani si sono buttati nel congresso e hanno conquistato attenzione e spesso anche voti, anche in realtà a loro sconosciute fino al giorno prima. Anche quando si trovavano di fronte a fior di “autorevoli dirigenti” che, in più di un caso, hanno scoperto che la loro credibilità finisce ben distante dai cancelli delle fabbriche.

Si impongono quindi nuovi compiti ai rappresentanti della minoranza e indubbiamente questo creerà un forte dibattito anche al suo interno tra chi ha visto il congresso come l’ennesima “ultima spiaggia” e per la milionesima volta ci spiega che è “questa è la volta buona per andare nei sindacati di base e fare un vero sindacato di classe e di massa”; tra chi vede nella mozione alternativa uno strumento per vivere di luce riflessa delle battaglie burocratiche; e chi come noi intende prendere sul serio le fondamentali lezioni che ci vengono da questo congresso.

L’impegno dei nostri sostenitori è stato generale. Realisticamente possiamo stimare che circa 8mila dei voti raccolti dalla minoranza, ossia un quinto, siano il frutto diretto dell’intervento dei sostenitori della nostra tendenza politica. Compagni della nostra organizzazione vengono eletti delegati ai congressi nazionali di ben otto categorie: Fiom, Funzione pubblica, Filctem, Filcams, Filt, Nidil, Fisac, Flc.

Questo patrimonio di militanza è ancora piccolo nei numeri, ma è in crescita e soprattutto è forte perché può entrare in sintonia col vero stato d’animo della classe operaia di questo paese: uno stato d’animo lontano anni luce dalla palude burocratica in cui vive la gran parte dei gruppi dirigenti della Cgil, così impietosamente messi a nudo nei congressi di base e ora di fronte a un governo che si appresta a rottamarli.

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