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Il 19 aprile si è svolto il direttivo nazionale della Cgil. Direttivo contrastato che ha sancito la condivisione, da parte della maggioranza del sindacato guidato da Susanna Camusso, delle modifiche apportate da Monti al disegno di legge sulla controriforma del mercato del lavoro sull'articolo 18.

Dopo la rottura che si era consumata al tavolo tra governo e parti sociali il 20 marzo, quando la Cgil aveva espresso parere contrario alla bozza di disegno di legge, per alcuni giorni avevamo assistito al teatrino tra il segretario del Partito democratico, Bersani, la ministra Fornero e Monti, su eventuali possibili riformulazioni sul licenziamento senza giusta causa. Il teatrino portò il governo a riformulare il passaggio sull'articolo 18 inserendo una modifica sostenuta anche dal Partito democratico, il quale pretese che il diritto al  reintegro del lavoratore ingiustamente licenziato per motivi economici era stato riconquistato.

Falso! Tanto è vero che lo stesso Monti incalzato dai padroni ammetteva che le modifiche erano così vaghe da rendere il reintegro estremamente improbabile, per non dire impossibile.

Nel frattempo, sull'onda della rottura tra Cgil e governo, il precedente direttivo nazionale, aveva convocato un pacchetto di scioperi che a dire della segretaria generale avrebbero dovuto culminare con lo sciopero generale entro fine maggio.

Apriti cielo! Le mobilitazioni locali della Fiom e dalla stessa Cgil in aprile vedono una partecipazione dei lavoratori che va ben al di là delle stesse aspettative del sindacato. Manifestazioni di massa, presidi che si trasformano in cortei spontanei, operai che, scavalcando gli stessi apparati sindacali, occupano strade e autostrade.

In questo clima si arriva al direttivo del 19 aprile, dove Camusso fa approvare un documento in cui si sostiene che grazie alle mobilitazioni dei lavoratori il governo avrebbe cambiato posizione sul reintegro. Affermazione insostenibile al punto che il segretario della Camera del lavoro di Milano, non certo etichettabile come estremista, dichiarava nel suo intervento che non poteva tornare a Milano dicendo che sull'articolo 18 poteva andar bene così.

Per la prima volta da molto tempo, almeno dal famoso luglio del 2007 in cui la Cgil si divise sull'accordo sul Welfare, la maggioranza congressuale si è divisa. Nicolosi, membro della segreteria nazionale e coordinatore dell'area Lavoro società ha prima presentato un emendamento per modificare il giudizio sull'articolo 18, poi ha dovuto votare insieme alla Fiom e all'area La Cgil che vogliamo contro il dispositivo finale. L’emendamento era presentato insieme al segretario generale della scuola, Pantaleo, che si asteneva sul documento finale insieme alla segretaria della Funzione pubblica.

Quelle che sono in primo luogo manovre di posizionamento tattico di settori d'apparato non devono comunque farci mettere in secondo piano il fatto che i vertici della principale organizzazione sindacale sono, a causa della disponibilità alla lotta dei lavoratori e dell’intransigenza padronale, in forte difficoltà.

La difficoltà consiste nel dover coniugare la necessità di far rientrare la mobilitazione con l'esigenza di non presentarla come una ritirata avendo ormai i lavoratori espresso una concreta e chiara ostilità verso questo governo.

Ecco che allora, per tentare di giustificare la necessità di proseguire la mobilitazione, ma nello stesso tempo annacquarla, che il documento finale del direttivo propone di promuovere nuove mobilitazioni con Cisl e Uil sulla questione degli esodati, sulla lotta all'evasione fiscale, contro il precariato, e chi più ne ha ne metta. Fino, si legge nel documento, ad arrivare alla convocazione dello sciopero generale.

Alla richiesta di sciopero Cisl e Uil non hanno tardato a rispondere con un no secco. Insomma non c’è pace per questi dirigenti. La controriforma continua a rimanere inaccettabile, l’unità con Cisl e Uil tanto desiderata continua a rimanere un pio desiderio, i lavoratori sono sempre più arrabbiati.

Che fare allora? Il segretario della Fiom il 14 aprile, all'assemblea nazionale organizzata a Bologna davanti a un migliaio di lavoratori e studenti si è impegnato a proseguire e intensificare la mobilitazione contro l'attacco all'articolo 18. La Cgil che vogliamo di Rinaldini, insieme a Lavoro società ha convocato per il 19 maggio un'assemblea nazionale dei delegati e dei militanti della Cgil che non condividono il giudizio espresso dalla maggioranza dal direttivo nazionale.

Impegni e appuntamenti importanti ma non certo sufficienti. Non ha alcun interesse, per le sorti di questa battaglia, che qualche dirigente abbia la necessità di riposizionarsi con spostamenti più o meno millimetrici per salvare la faccia; serve una rottura netta che dia il segnale ai lavoratori e ai delegati che la lotta non è chiusa e che può essere condotta con metodi, tempi e forme di mobilitazione adeguati all’intransigenza del governo e alla importanza della posta in atto.

Questi appuntamenti possono avere un senso se saranno l’occasione per i delegati e i lavoratori per far sentire la propria voce, per costringere i dirigenti a fare sul serio la battaglia.

Sei settimane fa era stato promesso lo sciopero generale, Landini alla manifestazione dei metalmeccanici il 9 marzo disse giustamente che se la Cgil non convocava lo sciopero lo avrebbero fatto i metalmeccanici.

Siamo al dunque, tempo se ne è perso molto e ora non ce ne è più. All’assemblea del 19, ma soprattutto nelle fabbriche, i lavoratori devono far sentire la propria voce. Basta parlare, fatti concreti, sciopero generale subito, quale strumento per aprire una vera mobilitazione contro questa ennesima controriforma e contro il governo .

 

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