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cgilIl 7 gennaio è iniziato ufficialmente il congresso della Cgil nei luoghi di lavoro. Il principale sindacato si confronterà con le lavoratrici e i lavoratori sulla crisi economica, le condizioni di lavoro, e il rilancio dell’organizzazione.


Al congresso ci saranno due documenti contrapposti. Il documento che ha come prima firmataria la segretaria della Cgil Susanna Camusso, dal titolo Il lavoro decide il futuro, e quello che ha come primo firmatario Giorgio Cremaschi, dal titolo Il sindacato è un’altra cosa.
Il congresso è il momento in cui la base prende la parola e si esprime su quale debba essere la linea da assumere da qui ai prossimi quattro anni.
Un congresso che i due documenti non giocheranno ad armi pari, visto che la quasi totalità dei funzionari di tutte le categorie abbracciano entusiasticamente la posizione difesa dalla Camusso.
Nonostante ciò l’apparato si è premurato di rendere ancora più difficile il compito dei sostenitori del secondo documento: nessuna agibilità per poter andare a a presentare il documento e urne di voto aperte anche fino a 48 ore dopo le assemblee.
Questo XVII congresso riveste una certa importanza perché cade nel bel mezzo della peggior crisi economica che questo paese attraversa da decenni e coincide con un contesto sociale e politico in cui si vedono i primi segnali di una polarizzazione di classe.

 

Quali risposte alla crisi?

Una polarizzazione che ha visto alcune settimane fa gli autoferrotranvieri genovesi portare avanti una lotta meravigliosa. Cinque giorni di sciopero a oltranza, in barba alle leggi antisciopero, in difesa del trasporto pubblico. Una lotta – è sempre importante ricordare – che ha avuto il pieno sostegno della cittadinanza nonostante i disagi che il blocco dei mezzi comportava.
In questa polarizzazione di classe in cui sarebbe necessario il protagonismo della classe lavoratrice, perché non si può e non si deve lasciare che sia la destra o movimenti come i forconi a strumentalizzare la disperazione creata dai padroni, la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso non è riuscita a far di meglio che uscire sui giornali per dire che lo sciopero è ormai uno strumento in gran parte superato (Il Sole 24 Ore, 10 dicembre 2013).
Sicuramente lo sciopero di questo autunno per modificare la legge di stabilità, come quello di tre ore del dicembre 2012 contro la riforma Fornero sulle pensioni, sono stati inutili, ma non perché è sbagliato lo strumento, ma perché chi li ha convocati si è guardato bene dal farli riuscire. Tanto è vero che i lavoratori in gran parte non vi hanno partecipato perché era evidente che fatti così non servivano a nulla se non a perdere mezza giornata di stipendio.
Il nodo del congresso è sostanzialmente questo. Ci sono due documenti, uno inesorabilmente alternativo all’altro. Il primo è in perfetta continuità con quanto si è fatto in questi anni e in poche parole dice che il sindacato quello che poteva fare l’ha fatto, che di più non si poteva fare e che la crisi si risolve sedendosi a un tavolo con le controparti e trovando responsabilmente una soluzione.
Non una parola di autocritica, non una parola di spiegazione su come e perché governo e padroni ci dovrebbero venire incontro visto che i nostri e i loro interessi sono inconciliabili e, soprattutto, visto che nulla si dice sul perché la controparte dovrebbe concederci qualche cosa quando l’unico strumento a nostra disposizione, lo sciopero, sarebbe superato.
Eppure in questi ultimi anni sono state abolite le pensioni di anzianità, è stato cancellato l’articolo 18, si sono persi centinaia di migliaia di posti di lavoro, la cassa integrazione e la disoccupazione hanno raggiunto livelli record (quella giovanile ha superato il 41%, il dato più alto dal 1977). I vari governi di unità nazionale che si sono succeduti hanno portato avanti le peggiori politiche lacrime e sangue.
Il vertice è succube della logica dell’unità nazionale (che, dopo l’appoggio incondizionato a Monti, ora vede il Partito democratico governare direttamente con il Pdl) ed è sottomesso anche alle logiche di scontro interne al Partito democratico (fino a poche settimane fa diretto dall’ex segretario Cgil Epifani). Ultimo esempio in ordine cronologico la campagna elettorale che diversi dirigenti della Cgil, tra cui la segretaria della categoria dei pensionati (la categoria che conta metà degli iscritti della Cgil), hanno fatto per Cuperlo alle primarie lo scorso dicembre. Con risultati tra l’altro molto magri visto che Renzi ha portato a casa un vero e proprio plebiscito.
In questa direzione vanno purtroppo anche le aperture di credito che pure il segretario della Fiom sta facendo al neo segretario del Partito democratico Renzi, che tra le sue prime dichiarazioni non ha trovato nulla di meglio da dire che vuole abolire definitivamente quel poco che è rimasto dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

 

Gli emendamenti

Le cose sono due: o si condivide e difende questa linea oppure dobbiamo lottare perché il sindacato operi una svolta di 180 gradi, e questo lo si può fare solo con un documento alternativo.
Gli emendamenti che il segretario della Fiom e Lavoro società stanno promuovendo nel documento di maggioranza sono inutili. Anche quelli condivisibili, come quello sulle pensioni che chiede di riportare le pensioni a 40 anni di lavoro e 60 di età, di fatto senza rivendicare il ritorno al sistema retributivo, vanificando anche le migliori intenzioni ememdative. La realtà è che emendare qui e là un documento che nel complesso rivendica i passi indietro che la classe ha subito in questi anni è estremamente inefficace. Storicamente gli emendamenti non hanno mai cambiato nulla nella strategia del sindacato, vedi quelli di Lavoro società o di Rinaldini nel congresso del 2005 che allora furono definiti un argine alla deriva a destra del sindacato, ma che poi hanno fallito questo scopo.
Quello che c’è in discussione oggi non è se il sindacato va bene così e basta semplicemente avere una posizione un po’ più radicale sulle pensioni, sulla contrattazione o richiedere un reddito garantito a tutti, nel contesto di una crisi senza precedenti con un padronato determinato a non concedere nulla.
Dobbiamo avere il coraggio di rivendicare un sindacato di classe, cioè un sindacato che difenda gli interessi dei lavoratori. Nessun posto di lavoro deve essere messo in discussione. Se il padrone annuncia crisi ed esuberi, l’unica strategia non può essere quella di trattare sul numero dei licenziament e ammortizzatori o la ricerca di un nuovo padrone. La riduzione d’orario di lavoro a parità di salario, la redistribuzione del lavoro tra tutti i lavoratori, l’esproprio delle aziende laddove quelle misure non sono sufficienti, sono rivendicazioni indispensabili che, nel congresso della Cgil, devono essere quanto meno discusse.
Come decisiva deve essere la discussione sulla democrazia sindacale nei luoghi di lavoro. Il concetto di democrazia è ben altra cosa rispetto a quanto definito nell’accordo sulla rappresentanza del 1993 e nelle vergognose modifiche con l’accordo del 31 maggio 2013. La democrazia nei luoghi di lavoro non può essere ridotta a semplice consultazione. I lavoratori devono poter partecipare alla stesura delle piattaforme ed esercitare un reale controllo sulle strutture sindacali, eleggendo i propri delegati e anche i funzionari col principio “una testa un voto” e potendoli revocare in qualsiasi momento.
Su queste basi la lotta e la mobilitazione riacquisteranno quel ruolo che troppo spesso i dirigenti hanno svuotato di efficacia in questi anni. Solo così lo sciopero può riconquistare il suo pieno significato. Solo così si può tornare a parlare di riconquistare il diritto a pensioni, contratti e diritti che restituiscano dignità. La nostra battaglia congressuale è per un sindacato democratico, combattivo e con una politica di classe. Così potremo preparare una vera alternativa alla politica concertativa che persegue l’attuale direzione della Cgil.

 

10 gennaio 2013

 

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