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Si è aperto il percorso congressuale della Cgil, che si concluderà con l'assise nazionale del 6-8 maggio 2014. Oltre al documento di maggioranza, promosso tra gli altri da Susanna Camusso, sarà presente un documento alternativo, dal titolo "Il sindacato è un'altra cosa" che sosteniamo e invitiamo a sostenere. Nelle prossime settimane produrremo diverso materiale a riguardo, intanto ecco un primo articolo che spiega le ragioni della nostra scelta.

 

 

Con il direttivo nazionale del 19 novembre è ufficialmente partito il diciasettesimo congresso della Cgil. Sono stati presentati due documenti contrapposti. I documenti diventeranno definitivi con il direttivo del 2 dicembre, data entro la quale dovranno essere presentati eventuali emendamenti, poi da inizio gennaio partiranno i congressi aziendali, fino al 21 febbraio. L’assise nazionale si terrà dal 6 all’8 maggio.

 

Non si contano le dichiarazioni dei dirigenti nazionali che enfatizzano l’importante novità di questo congresso. Un congresso che, a differenza del precedente, sarà all’insegna dell’unità. Infatti i segretari di tutte le categorie, al contrario del congresso del 2010 hanno già annunciato la propria entusiasta adesione al documento presentato dalla Camusso.

Se è vero che nessun segretario delle varie categorie ha intenzione a questo giro di opporre un documento alternativo alla maggioranza, un documento alternativo, dal nome provvisorio Il sindacato è un’altra cosa, c’è. È il documento che vede come primo firmatario Giorgio Cremaschi e che può contare nel direttivo del sostegno del 3% dei componenti.

Si apre quindi un confronto con forze contrapposte nei congressi di base estremamente sproporzionato. Da un lato il mastodontico apparato della Cgil che godrà di tutti i vantaggi che questo comporta, in termini di agibilità e risorse, dall’altra un documento che dovrà basarsi principalmente sui delegati.

Ma se la sproporzione dell’appoggio ai due documenti è evidente negli organismi dirigenti, non per forza dovrà essere così nei congressi di base.

La delusione tra i lavoratori per quel che la Cgil ha fatto, e soprattutto non ha fatto, in questi anni di crisi è tanta. Troppo spesso si sono limitati a guardare lo scempio che governi e padroni hanno fatto in questi anni. Non una proposta adeguata alla crisi economica, la più profonda dal dopoguerra ad oggi, mai una vera politica di opposizione al massacro sociale.

Un congresso dovrebbe essere in primo luogo l’occasione per fare un bilancio di quanto fatto dal gruppo dirigente, e questo bilancio è fallimentare. Non uno dei problemi che la crisi ha colpito i lavoratori è stato affrontato in modo adeguato. Il contratto del pubblico impiego era e resta tutt’ora bloccato. La disoccupazione è vertiginosamente salita, in particolare quella femminile e giovanile. La cassa integrazione continua a condannare
centinaia di migliaia di lavoratori all’indigenza, le aziende continuano a chiudere.

L’anno scorso il governo Monti ha portato a casa la peggiore riforma pensionistica della storia del paese, ha abolito l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ha drammaticamente peggiorato il sistema degli ammortizzatori sociali, praticamente senza colpo ferire. L’unica cosa che la Cgil fece contro le pensioni fu un inutile sciopero di tre ore.

 

Il fallimento della linea Camusso

Una delle argomentazioni che molti dirigenti hanno sostenuto per giustificare l’impasse sindacale è che a causa della profonda crisi, la più grave dal dopoguerra, i lavoratori sono più ricattabili e spaventati. Per questo motivo la strategia sindacale non può che essere quella di resistere aspettando tempi migliori, ovvero la tanto sospirata ripresa, attesa ormai come un messia.

Le cose non stanno così. Se è vero infatti che i lavoratori oggi sono più ricattabili per la crisi, ma anche per le tante leggi e accordi firmati anche ben prima che arrivasse la crisi, e quindi più restii a mobilitarsi, questo non lo si deve alla paura, ma al fatto che non è mai stata messa in campo una reale strategia offensiva. Anzi la Cgil in primis ha lavorato in questi anni per riprodurre in versione sindacale quell’unità nazionale che con la nascita del governo Monti prima e con il governo Letta-Alfano ora fa da vera e propria cappa soffocante alla mobilitazione dei lavoratori.

Non è la passività dei lavoratori che obbliga i dirigenti sindacali ad assumere posizioni più prudenti, è la mancanza di iniziativa, la disponibilità ai compromessi sempre al ribasso dei dirigenti che demoralizza i lavoratori. Lo sciopero contro la riforma delle pensioni di Monti ne è un esempio lampante. Ma senza andare troppo in dietro nel tempo basta guardare come è stato organizzato lo sciopero di metà novembre di Cgil, Cisl e Uil sulla legge di stabilità. Uno sciopero di quattro ore fatto tanto per poter dire che era stato fatto con una piattaforma estremamente moderata. Non per nulla lo sciopero è stato un buco nell’acqua.

Quando la Cgil si è opposta ad accordi capestro, non firmandoli, poi non ha fatto nulla per mettere in piedi vertenze alternative. Per poi giustificare con la necessità di far uscire la Cgil dall’isolamento ha ripreso a santificare accordi e buoni propositi con Confindustria, Cisl e Uil, promuovendo generiche richieste di equità nel ridistribuire la ricchezza prodotta dai lavoratori il cui risultato è stato solo di caricare i lavoratori di altri sacrifici.

Abbiamo bisogno di un programma da discutere e da portare avanti. La disoccupazione, l’indigenza, il peggioramento costante delle condizioni di vita e di lavoro non permettono di attendere la ripresa che verrà. Con buona pace del Presidente del consiglio o il Presidente della Repubblica, non c’è nessuna ripresa alle porte e ogni giorno i padroni affondano il colpo in modo sempre più arrogante, vedi l’interminabile sequenza di disdette di contratti in modo unilaterale in tutti i settori.

Serve quindi una piattaforma per cui lottare adeguata alle necessità, cosa che il documento della Camusso evita accuratamente di fare. La logica della concertazione è finita e per questo il vertice della Cgil è entato in crisi. Oggi abbiamo bisogno di un programma che per difendere i diritti dei lavoratori metta in discussione le compatibilità di questo sistema, attraverso una mobilitazione radicale.

 

Il ruolo della Fiom

Molti avevano riposto grandi speranze nella Fiom di Landini. In particolare dal giugno del 2010 con lo scontro nella Fiat di Pomigliano e che poi dette vita alla più grande manifestazione operaia degli ultimi trent’anni il 16 ottobre del 2010. La crisi economica, i tanti, tantissimi militanti sindacali esclusi dalle fabbriche attraverso la cassa integrazione e la mobilità, sono sicuramente fattori oggettivi che hanno complicato le cose. Ma va anche detto che a partire proprio dalla Fiat, dopo pochi mesi dall’espulsione dei delegati Fiom dalle fabbriche Fiat, qui come in tante altre vertenze, la Fiom oltre a ripiegare sulle cause in tribunale ha fatto ben poco, frustrando quell’aspettativa che aveva generato. La volontà di Landini di riavvicinarsi alla Camusso e quindi sospendere la critica al gruppo dirigente della Cgil, sommato alla rinuncia della sinistra sindacale in Cgil di fare una vera battaglia d’opposizione è risultato e risulta ancora a tanti militanti incomprensibile e sbagliata. Probabilmente Landini presenterà degli emendamenti al documento della Camusso, ma sarà sempre poca cosa rispetto alla battaglia che è necessario fare per riprendersi il sindacato.

Su queste basi il documento alternativo si propone di lavorare per poter discutere nei congressi di base, con i lavoratori della necessità di una Cgil che faccia sul serio, che sappia realmente contrastare la crisi e difendere gli interessi della classe lavoratrice a spese dei padroni.

Questo è quello che non c’è nel documento della Camusso. Questo è ciò che il documento alternativo vuole mettere al centro della discussione. Vogliamo parlare di riduzione d’orario a parità di salario, di ridistribuzione del lavoro che c’è, di lotta per salari dignitosi, di ammortizzatori sociali e reddito adeguato e per tutti, di una battaglia senza sconti alla precarizzazione, di esproprio delle aziende che chiudono per difendere ogni posto di lavoro, di opposizione alle privatizzazioni, di rimettere in discussione le peggiori controriforme come quella sulle pensioni o quelle sul precariato. Queste rivendicazioni rappresentano il punto di partenza per riprenderci tutto ciò che abbiamo perso.

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