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La sconfitta dei lavoratori, senza lottare, rispetto alla controriforma del mercato del lavoro, che segue di pochi mesi quella sulle pensioni, ha mostrato, ancora una volta, l’inadeguatezza del gruppo dirigente della Cgil.

Anche chi doveva giocare un ruolo alternativo ai vertici, in Cgil e fuori, ha fatto emergere tutta la propria incapacità a offrire una reale alternativa.

Vale per la sinistra sindacale in Cgil, La Cgil che vogliamo, incapace di andare al di là degli scontri tutti interni agli organismi dirigenti, ma vale anche per i sindacati di base, che confermano di essere in profonda crisi.

Questa sconfitta ha aperto un dibattito tra gli attivisti sindacali. In particolare tra i compagni della ex Rete 28 aprile che il 30 giugno si sono riuniti a Firenze decidendo di costituire un’area di opposizione in Cgil.

Abbiamo voluto portare a questa riunione il nostro contributo scritto consapevoli che una vera sinistra sindacale in Cgil non potrà che nascere e rafforzarsi in primo luogo attraverso un processo di radicalizzazione di massa nel conflitto sociale. Una battaglia che deve in primo luogo passare dalla formazione di nuove leve di militanti e attivisti sindacali attraverso il radicamento nelle fabbriche. Cosa che neanche la Rete 28 aprile ha fatto in questi anni (dove ciò è accaduto per lo più è stato grazie all’iniziativa di singoli compagni).

L’autunno che si prepara vede già da ora l’accumularsi di nuove contraddizioni e feroci attacchi del padronato, in particolare nel pubblico impiego. Attacchi che preparano quelle esplosioni sociali che in queste settimane sono mancate non per indisponibilità alla lotta dei lavoratori ma per la loro sfiducia verso quei dirigenti che quelle lotte dovrebbero organizzarle.

 

 

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Con l'approvazione alla Camera del disegno di legge Fornero si è sancita l'abolizione dell'articolo 18 e dello Statuto dei lavoratori, una ulteriore precarizzazione delle condizioni lavorative, la distruzione degli ammortizzatori sociali.

Il vertice della Cgil è riuscito a fare peggio che sulle pensioni. Siamo passati dalle tre ore di sciopero unitario a dicembre con Cisl e Uil all’indizione di uno sciopero generale che non c'è mai stato. I motivi sono evidenti, sudditanza verso il Partito democratico, completo appoggio all’unità nazionale che è stata utilizzata, e non da oggi, per portare avanti le peggiori politiche di austerity.

Cosi dopo aver illuso i lavoratori che sull'articolo 18 ci sarebbe stata quella mobilitazione che non c'è stata sulla controriforma delle pensioni, oggi i lavoratori subiscono un nuovo gravissimo colpo che fa arretrare ulteriormente diritti e condizioni di lavoro.

L'abolizione dell'articolo 18 rappresenta per i padroni un'importante vittoria che li incoraggia a proseguire verso ulteriori e pesanti attacchi. Forti del ricatto della crisi economica e dei diktat della troika si preparano a dichiarare 250mila esuberi nel pubblico impiego, a un rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici alle condizioni di Federmeccanica, all'estensione del modello Marchionne a macchia d’olio, a nuovi e pesanti attacchi alle condizioni di vita e salariali in nome del fiscal compact.

Siamo quindi davanti all'annoso dilemma del che fare. Non solo perché la rinuncia della Cgil, sostenuta tra l'altro con la falsa tesi che il principio del reintegro era stato preservato, contribuisce a creare un clima di frustrazione e di sfiducia, ma soprattutto perché i padroni, forti di questa vittoria sono ancora più determinati a proseguire nei loro attacchi.


È decisivo capire in quale contesto ci troviamo nel proseguire la nostra battaglia. Il fatto che né la Fiom, né la sinistra sindacale siano riusciti a mettere in campo un dignitoso tentativo di opposizione al Governo e al vertice della Cgil non si può ridurre solo a una mera mancanza di volontà.

È in primo luogo la mancanza di fiducia verso le organizzazioni sindacali che porta la classe a non premere per la mobilitazione.

La crisi economica profondissima che attraversiamo ha creato un terreno favorevole per l’offensiva padronale; questo non significa che in assoluto sia impossibile mobilitarsi, ma è necessaria una strategia al tempo stesso accorta e audace, che faccia  percepire ai lavoratori, che vengono chiamati a rischiare molto a lottare in un momento come questo, che possono contare su una direzione determinata ad andare fino in fondo e a usare nel modo più efficace le forze disponibili, con percorsi di mobilitazione che massimizzino l’efficacia del conflitto e che contribuiscano a rinsaldare le fila del movimento.

È ancora diffuso il ricordo del 2002, quando ci volle una mobilitazione senza precedenti per respingere l’attacco allo Statuto dei lavoratori. Nella classe c’è quindi consapevolezza della portata dello scontro, ma in assenza di un chiaro schieramento dell’insieme della Cgil (a differenza di 10 anni fa), certo nessuno può illudersi che basti uno sciopero, anche di 8 ore, per piegare il governo.

È per questo che i tentativi di minoranze combattive, di settori di avanguardia, che generosamente si sono spesi in queste settimane per tentare di lanciare la mobilitazione, nel silenzio e nel boicottaggio del vertice della Cgil, non suscitano entusiasmo e non trovano disponibilità alla mobilitazione tra larghi settori del movimento. I lavoratori non sono disposti, nonostante la rabbia, ad andare al macello sulla base di azioni minoritarie.

Lo abbiamo visto molto chiaramente con la convocazione dello sciopero dei sindacati di base del 22 giugno, nonostante fosse l'unico sciopero generale nazionale convocato la risposta è stata decisamente sotto le aspettative.

Di fronte alla frenata della Cgil, molti hanno guardato con speranza alla Fiom, che con lo sciopero generale del 9 marzo e nei tanti scioperi locali aveva mostrato una certa disponibilità e determinazione a contrastare i programmi del governo.

Per il suo radicamento e per la sua storica centralità nel movimento operaio italiano, accresciuta dalla vicenda Fiat a partire da Pomigliano, la Fiom avrebbe potuto porsi come riferimento credibile per questa battaglia e puntare a rovesciare l’orientamento della segreteria confederale, unendo un percorso di mobilitazione alla battaglia all’interno della Confederazione. Questa possibilità è stata definitivamente sepolta nell’assemblea di Montesilvano, con il rifiuto di convocare lo sciopero generale.

In assenza di una mobilitazione dei metalmeccanici, La Cgil che vogliamo ha dimostrato tutta la propria incapacità ad andare oltre la presentazione di documenti negli organismi dirigenti, limitandosi a livello nazionale a organizzare senza molto impegno un'assemblea il 19 maggio in difesa dell'articolo 18 che in sostanza non ha prodotto nulla.

Ma il fatto che oggi i lavoratori non siano disposti a mobilitarsi non significa che questo, sotto i colpi della crisi non possa cambiare molto presto, anzi le contraddizioni che si accumulano sotto la superficie, presto provocheranno nuove esplosioni sociali.

Come sinistra sindacale abbiamo quindi in primo luogo il compito di prepararci per quel momento, non cedere all'impazienza, alle provocazioni di un apparato che ci vorrebbe slegati dalla massa dei lavoratori, non cedere alla frustrazione, ma saper sfruttare le condizioni propizie quando si presenteranno.

Respingiamo l’ultimatismo che da troppo tempo contraddistingue le prese di posizione di compagni dirigenti sempre pronti a proclamare che siamo all’ultima spiaggia e alla mutazione definitiva della Cgil. Questi proclami possono suonare bene nel chiuso di assemblee nelle quali non si deve decidere nulla, ma dicono poco ai lavoratori che misurano l’arretramento ogni giorno nei luoghi di lavoro, e dicono ancora meno a quegli attivisti che vogliamo raggiungere e organizzare, i quali non hanno bisogno di sentirsi dire che la situazione è pessima, ma chiedono indicazioni e riferimenti per organizzare la loro battaglia quotidiana.

Non abbiamo mai temuto di organizzare conflitti anche al di fuori dei limiti tracciati dalle burocrazie, ma non ci interessa una “disobbedienza” ai limiti del gesto individuale che salva la faccia a questo o quel dirigente.

Non è con appelli generici all'autorganizzazione, allo spontaneismo della classe, che ci libereremo della soffocante cappa burocratica che circonda la nostra organizzazione. Se così fosse i sindacati di base avrebbero in questi vent’anni conquistato l’egemonia nel movimento, cosa che non è. Anzi li vediamo oggi attraversare una profonda crisi, come ha dimostrato l'assemblea al teatro Ambra Jovinelli il 26 maggio, o il fatto che abbiano dovuto impiegare oltre tre mesi per fare lo sciopero generale dopo aver contestato tempi e ritmi di quello dichiarato e mai fatto dal vertice della Cgil.


Pur in presenza di questi nodi irrisolti non ci opporremo alla ricostituzione dell'area nel direttivo nazionale. Tuttavia, prima bisognerebbe domandarsi perché si giunge a questo appuntamento con un radicamento reale assai minore di quello che in passato era pure stato costruito, e con un dibattito interno assai più lacerato.

La sconfitta che registriamo oggi di fronte all’attacco del governo comporta il rischio che la sacrosanta rabbia e la frustrazione di un settore di avanguardia possa spingere ad azioni isolate e a derive settarie.

Il nostro compito in quanto gruppo dirigente è quello di proporre un indirizzo coerente particolarmente in quelle fabbriche e aziende dove come sinistra esercitiamo una forte influenza. È giusto fare leva sui punti più avanzati di conflitto per cercare di estendere il fronte, di raggiungere altri settori, di rompere la cappa burocratica che tenta di silenziare ogni opposizione. Ma dobbiamo dire chiaramente che l’ipotesi della “scintilla che incendia la prateria” è pericolosa; un movimento di massa non si innesca perché noi lo vogliamo o perché un’avanguardia generosa getta il cuore oltre l’ostacolo tentando di supplire con la determinazione di un settore combattivo ma ristretto alla diserzione dei gruppi dirigenti.

Ciò che serve è un movimento almeno di portata “greca” che, non ne dubitiamo, è in gestazione anche in Italia, ma i cui tempi e percorsi non sono in mano nostra. Dobbiamo favorirlo, tessere i legami fra i settori più avanzati, prepararne le condizioni, senza permettere che le reazioni di apparato isolino i compagni migliori dall’insieme dei lavoratori.

Iniziative come la contestazione a Landini a Bergamo favoriscono obiettivamente una caccia alle streghe in Cgil e in Fiom senza spostare di un millimetro in avanti la nostra battaglia. Non siamo alle piazze del 1992 o del 1984.

La mancanza di una strategia non può venire mascherata dietro un generico appello all’unità del sindacalismo di classe, che si è concretizzata nell’appello ripetuto in favore dello sciopero dei sindacati di base del 22 giugno e in prospettiva rischia di aprire la strada a una campagna di rappresaglie nella Cgil il cui unico sbocco possono essere scissioni iperminoritarie verso l’Usb.

Peraltro l’esito del 22 giugno conferma tutto quanto abbiamo affermato in premessa sullo stato reale del movimento.

L’unità di classe, quando è reale, vede al centro il protagonismo dei lavoratori nelle scelte di lotta, di piattaforma, di costruzione del conflitto, nelle forme di democrazia operaia. A questa unità abbiamo sempre detto di sì, non solo a parole ma innanzitutto nei fatti, quando se ne creavano le condizioni nel conflitto reale, a prescindere dalle sigle presenti.

Ma non c’è qui nessuna unità del sindacalismo di classe. Pare più il tentativo di fare leva sulla frustrazione e il disorientamento per aggregare alcuni settori di sinistra della Cgil a questo o quel sindacato di base.

Non si puo' andare avanti a colpi di gesti eclatanti con l'illusione che questi esempi inneschino un movimento di massa.

Se la Rete 28 aprile percorresse questa strada, si renderebbe responsabile esclusivamente di aver emarginato i lavoratori migliori dal resto della classe, lasciando quindi in mano agli apparati burocratici quei settori di lavoratori che avrebbero potuto cercare nella sinistra sindacale una futura direzione alternativa.

La ricostruzione di una sinistra sindacale passa in primo luogo dalla capacità di dare una prospettiva chiara anzi tutto ai delegati e ai lavoratori in prima fila nel conflitto capace di offrire un'alternativa che non separi ma colleghi i settori più avanzati e consapevoli dalla massa dei lavoratori. In questo lavoro saremo come sempre in prima linea.

 

Paolo Brini
Paolo Grassi
Mario Iavazzi
Antonio Santorelli
Diana Terzi
Roland Caramelle

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