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Il 5 agosto dello scorso anno la Banca centrale europea aveva sollecitato il governo italiano a prendere rapidi e importanti provvedimenti relativi al mercato del lavoro e in particolare alle regole sul licenziamento.

Il governo Berlusconi non fece attendere la risposta e mise immediatamente mano al mercato del lavoro partendo dalla contrattazione collettiva con il famigerato articolo 8 inserito nella manovra finanziaria della scorsa estate: era in questo modo consentito agli accordi aziendali o territoriali di derogare in peggio non soltanto rispetto ai contratti collettivi nazionali, ma addirittura alle leggi esistenti, praticamente in ogni ambito dei rapporti di lavoro. La norma consente infatti alle aziende, d’accordo con sindacati compiacenti, di modificare a piacimento le mansioni dei lavoratori, in spregio al loro inquadramento e alle loro professionalità (e alle stesse esigenze di sicurezza): ad esempio, ai dipendenti sgraditi potranno essere assegnate mansioni peggiori, magari per spingerli a dimettersi; ancora, gli accordi aziendali e territoriali possono prevedere la più ampia flessibilità degli orari, anche oltre i limiti di legge, e perfino la rinunzia preventiva a rivalersi nei confronti del committente nel caso (frequente) di lavoro in appalto.

Del resto il governo non aveva fatto altro che prendere al balzo la palla lanciata dalla Cgil, che dopo aver subito per un lungo periodo accordi separati, sia nelle categorie (metalmeccanici, commercio, impiego pubblico solo per citare i casi più eclatanti) che a livello nazionale (l’accordo sulla controriforma della contrattazione nazionale del gennaio 2009) aveva firmato con Cisl, Uil e Confindustria, il fatidico accordo del 28 giugno 2011.

Una volta approvata la finanziaria contenente l’articolo 8, la Cgil non trovò di meglio, per contrastarla, che ratificare il 21 settembre il pessimo accordo di giugno. L’argomento utilizzato allora dai vertici fu che per limitare il danno della controriforma di Berlusconi era necessario trovare nuove intese e regole con gli altri sindacati confederali e con i padroni. Risultato: i padroni accolsero a braccia aperte l’accordo interconfederale come complemento alle lacune dell’articolo 8: la Cgil accettava così, tra le altre cose, di ridurre ulteriormente la democrazia nei luoghi di lavoro mettendo sullo stesso piano le rappresentanze sindacali unitarie (Rsu) che, pur con notevoli limiti comunque prevedono l’elezione dei delegati con il voto dei lavoratori, con le Rappresentanze aziendali (Rsa), dove i delegati vengono decisi dall’alto dalle organizzazioni sindacali.

Ma siccome ai padroni l’appetito vien mangiando, ecco allora che puntuale arriva un nuovo pesante affondo. Sull’articolo 18, come sul precariato e gli ammortizzatori sociali.

Una grande maggioranza a favore in parlamento, sulla stampa o alla televisione ma non certo tra la gente, tra i lavoratori. Nel paese reale, quello fatto di operai e lavoratori che ogni giorno che passa fanno sempre più fatica a tirare avanti, c’è una crescente opposizione a questo governo e alle sue leggi.

Opposizione che deve proseguire perché la partita non è assolutamente chiusa, opposizione nelle piazze, nelle fabbriche, ovunque possibile perché, come con la controriforma delle pensioni dello scorso dicembre, siamo di fronte a un attacco senza precedenti.

Opposizione non certo isolata in Europa: dalla Grecia al Portogallo e alla Spagna, vediamo come i lavoratori sempre più convintamente si stanno opponendo alle imposizioni dei banchieri e dei padroni europei.

L’abolizione dell’art. 18 è nei fatti

Finora la regola era che il lavoratore licenziato ingiustamente, per qualsiasi motivo, aveva diritto a essere reintegrato, senza se e senza ma. Era soltanto sua la scelta eventuale di rinunziare a quel posto di lavoro in cambio di un indennizzo economico: scelta del tutto comprensibile, specialmente in realtà relativamente piccole in cui sarebbe stato più facile per il datore di lavoro “vendicarsi”; ma pur sempre scelta libera, resa possibile e valorizzata soltanto dalla regola fondamentale del diritto alla reintegrazione.

Tutt’altro il quadro delineato dal disegno di legge del governo. Lasciando da parte il fantomatico licenziamento discriminatorio (ma anche qui il governo interviene in peggio, limitando a un tetto di soli 12 mesi di stipendio il risarcimento del danno!) in tutti i casi reali di licenziamento abusivo la tutela normale sarà quella risarcitoria e soltanto “in casi estremi e improbabili” avverrà il reintegro. Come interpretare diversamente la lunga sequela di casi, sottocasi e deroghe del nuovo art. 18?

Prendiamo i licenziamenti disciplinari, per giusta causa o giustificato motivo soggettivo: dal punto di vista giuridico la distinzione tra i casi in cui il licenziamento è ingiustificato “per insussistenza dei fatti contestati ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con una sanzione conservativa” (in cui è prevista la reintegrazione) e le “altre ipotesi” (in cui è previsto il solo indennizzo) non ha alcun senso. L’unico significato possibile è che, a voler essere ottimisti (ma non c’è alcun motivo per esserlo), ci saranno comunque dei casi in cui in precedenza il lavoratore avrebbe ottenuto il reintegro, che invece saranno sanzionati soltanto con un risarcimento economico.

Del tutto assurdamente, ai licenziamenti disciplinari sono assimilati i licenziamenti di lavoratori divenuti inabili al lavoro, o quelli dovuti al superamento del periodo di comporto. Anche qui, dunque, benché sia accertata l’inesistenza dei motivi dichiarati dal datore di lavoro al momento del licenziamento, il giudice potrà – non è chiaro in quali casi – ordinare soltanto un risarcimento e non la reintegrazione.

Peggio ancora per i licenziamenti economici, per giustificato motivo oggettivo: qui non si vede proprio che cosa abbia da esultare la Cgil, che rivendica di aver “salvato l’articolo 18”. La conseguenza nel caso in cui sia accertato che il licenziamento non era giustificato sarà infatti di regola il risarcimento; soltanto se sia accertata la “manifesta insussistenza” dei motivi economici scatterà la reintegrazione: si tratta, ancora una volta, di “casi estremi e improbabili”. Basterà infatti, presumibilimente, che il bilancio aziendale indichi una leggera difficoltà per evitare il reintegro, anche se il licenziamento non sia in alcun modo connesso a tale difficoltà.

Dunque mentre fino a oggi, in casi del genere, il datore di lavoro doveva dimostrare rigorosamente non soltanto che le difficoltà economiche ci fossero (fatto), ma anche e soprattutto che il licenziamento fosse davvero legato a quelle difficoltà (rapporto di causa-effetto) e che non fosse in alcun modo evitabile, adesso sarà sufficiente qualche vaga documentazione – e volete che durante una crisi sia poi difficile trovare dati di bilancio negativi? – per cavarsela con un risarcimento relativamente modesto. Per intenderci, Fiat potrebbe essere autorizzata (dietro un più o meno magro indennizzo) a licenziare ingiustamente singoli lavoratori adducendo diverse false motivazioni di tipo economico, semplicemente mostrando al giudice i dati di vendita in calo.

Ma c’è dell’altro: la riforma prevede infatti che in caso di “vizi formali”, ad esempio quando il licenziamento è privo di qualsiasi motivazione scritta, sia applicabile di regola soltanto l’indennizzo economico, salvo che il lavoratore riesca a dimostrare che il licenziamento non fosse giustificato, nel qual caso il giudice può (non deve!) disporre il reintegro. Ma una simile dimostrazione è pressoché impossibile se il lavoratore non conosce preventivamente il motivo per cui è stato licenziato!

Tragicamente, il governo vuole mettere mano anche ai licenziamenti collettivi. Come noto, i padroni hanno sempre la possibilità di licenziare un gran numero di lavoratori, ma la legge attuale prevede che debbano essere seguite precise procedure di consultazione sindacale per garantire almeno che i lavoratori da licenziare siano scelti in modo il meno iniquo possibile e in ogni caso non discriminatorio, e che i motivi del licenziamento siano il più possibile trasparenti. Quando queste procedure non vengono rispettate, i lavoratori licenziati hanno sempre diritto al reintegro.

La riforma vuole introdurre la possibilità di una sanatoria al mancato rispetto delle procedure – che sono poste a tutela dei singoli! – mediante accordi sindacali successivi. Con l’aiuto di sindacati più o meno gialli, dunque, le imprese potranno sbarazzarsi più facilmente di lavoratori sgraditi, in cambio di poco più che un buffetto.

Precari sempre sotto attacco

Qui l’ipocrisia del governo è davvero disgustosa, tanto più che la liberalizzazione dei licenziamenti illegittimi, non potendo essere negata, viene giustificata proprio con le tanto propagandate quanto inesistenti misure contro la precarietà. Ma, contrariamente a quel che vogliono far credere, la riforma colpisce duramente anche ai precari, peggiorandone ulteriormente le condizioni di lavoro.

Non è un caso che venga cancellato il preambolo della disciplina dei contratti a termine, che oggi stabilisce che “Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato.” Questo perché, con la riforma, non sarà più così.

Sono principalmente due gli interventi che favoriscono mostruosamente i rapporti precari – altro che sforzi per superare il “doppio binario”! – Da una parte l’enorme rafforzamento dei contratti di apprendistato, dall’altra la liberalizzazione dei contratti a tempo determinato, a cui si aggiungono ora anche quelli in somministrazione (interinali).

Per quanto riguarda l’apprendistato (veri e propri contratti a termine fino a quattro anni di durata, ma a costo dimezzato per il datore di lavoro), viene aumentato il rapporto apprendisti/stabili da 1/1 a 3/2, vengono azzerati i controlli sull’effettività della formazione, affidata a un’autocertificazione del datore, e viene diminuita la percentuale di stabilizzazioni indispensabili per poter assumere nuovi apprendisti, dal 50% al 30%. In pratica, un’azienda con venti dipendenti potrà assumere fino a trenta apprendisti, tenerli per qualche anno a prezzo di saldo senza svolgere una vera formazione (tanto nessuno controlla) e alla fine assumerne stabilmente soltanto dieci per poterne riprendere altri venti a costo dimezzato.

La vera rivoluzione riguarda però i contratti a termine e quelli in somministrazione (gli ex interinali). Se prima era sempre obbligatorio specificare per iscritto nel contratto i motivi del ricorso al tempo determinato (ecco perché la stipula era considerata di regola a tempo indeterminato), adesso quest’obbligo viene abolito per il primo contratto, qualora sia di durata non superiore a sei mesi.

In altre parole, il contratto di lavoro subordinato sarà stipulato adesso di regola a tempo determinato, e soltanto in via eccezionale subito a tempo indeterminato. Un incoraggiamento, se mai ce ne fosse stato bisogno, a ingaggiare precari e farli girare nel posto di lavoro come criceti nella ruota.

Per il resto, tutte e 46 le tipologie di contratto precario restano in campo, cosa non di poco conto quando si parla di contratto prevalente, prevalente nei fatti sarà cosa conviene di più al padrone e basta.

Ma non finisce qui, il governo e i mass media hanno dato parecchia enfasi all’idea che si vuole contrastare il finto lavoro autonomo dietro cui si maschera il lavoro subordinato. L’enfasi su tale mistificante campagna è caduto in particolare sulle due tipologie più utilizzate, le partite Iva e i lavoratori a progetto.

Per quanto riguarda le finte partite Iva, sono stati irrigiditi, invece di semplificarli, i casi in cui il lavoratore può ottenere il riconoscimento di un rapporto quantomeno di collaborazione (non subordinato!), essendo necessario dimostrare che ricorrono almeno due dei seguenti tre criteri: aver lavorato più di sei mesi per lo stesso committente, aver utilizzato una postazione di lavoro del committente, o poter ricondurre almeno il 75% dei propri redditi lavorativi allo stesso committente.

È falsa pure la propaganda sui lavoratori a progetto, laddove si spacciano per nuovi e più rigidi i requisiti richiesti per l’utilizzo di questi contratti. Non solo i finti contratti a progetto erano ovviamente già illegali, ma tutte le circolari del Ministero del Lavoro e le pile di sentenze dei Tribunali di tutta Italia non hanno certamente arginato la diffusione del fenomeno: per scoraggiarlo ci vuole ben altro, e il governo è stato ben attento a non intervenire ad esempio aumentando poteri e risorse degli Ispettorati del Lavoro.

In compenso da qui al 2018 ci sarà un progressivo significativo aumento della tassazione che, dicono Monti e Fornero, servirà a scoraggiare l’utilizzo di questi contratti perché più onerosi. Ma nella misura in cui non esiste un salario minimo per legge, come già avvenuto negli anni passati, l’aumento del costo sarà scaricato dai padroni sui salari dei lavoratori.

A completare il quadro, va sottolineato come le misure previste per contrastare la vergognosa pratica padronale delle dimissioni in bianco, utilizzate in particolare contro le donne, specie se pretendono di andare in maternità, sembrano pensate apposta per non avere alcuna efficacia pratica, necessitando comunque di un’impugnazione immediata che il lavoratore, al momento dell’assunzione, non sarà mai in grado di fare per timore di non essere assunto.

Ammortizzatori sociali  demoliti

Viene abrogata la Cassa integrazione straordinaria per cessazione di attività, la mobilità e la cassa in deroga. Se prima tra Cassa integrazione e mobilità un lavoratore riusciva a mantenere un minimo di copertura economica che variava dai tre ai cinque anni, oggi la copertura sarà di dodici mesi fino a un massimo di diciotto per chi ha più di 55 anni.

L’Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego) che sostituisce la cassa integrazione e il sussidio di disoccupazione darà anche un contributo più basso. Infatti dopo solo 6 mesi l’indennità viene ridotta del 15%. Non è vero che si estende la platea dei beneficiari perchè è più o meno la stessa, visto che rispetto al passato le nuove categorie a cui si applicherà saranno i lavoratori con contratto di apprendistato e gli artisti. Restano fuori, come prima i lavoratori a progetto, il finto lavoro autonomo (partite Iva), e tutti gli altri. Anche i lavoratori a tempo determinato ne sono in gran parte esclusi, considerando che bisogna aver lavorato 52 settimane in due anni. Secondo uno studio della Cgil circa la metà di questi lavoratori viene ogni anno esclusa dall’indennità di disoccupazione.

Rispetto invece all’abolizione della cassa in deroga, che veniva prevista per quei settori che non erano coperti dalla cassa integrazione regolare, finanziata dai fondi europei e dalle regioni, verrà sostituita con fondi di solidarietà bilaterali. Fondi che verranno costituiti presso l’Inps che rappresentano uno strumento per traghettare in prospettiva parte considerevole degli ammortizzatori sociali dalla gestione pubblica a quella privata. Infatti l’abolizione della cassa in deroga è accompagnata dall’istituzione di enti bilaterali in cui aziende e lavoratori verseranno mensilmente una quota prestabilita che verrà utilizzata per i nuovi ammortizzatori.

Lottare fino alla caduta del governo!

In questo scontro non c’è più in gioco solo la negazione dei diritti o le condizioni in cui si lavora, è la stessa esistenza del sindacato che viene messa in discussione.

Il governo non risparmia ovviamente i lavoratori del pubblico impiego, per i quali l’abrogazione dell’art. 18 è soltanto rimandata, mentre viene inserita per legge la mobilità obbligatoria per due anni in caso di esuberi, per poi essere licenziati. Perfettamente nella scia del ministro Brunetta possiamo affermare.

Non esiste un solo valido motivo per giustificare una politica emendativa, come ha fatto la Cgil nell’ultimo direttivo nazionale, politica in ultima istanza rinunciataria.

L’unica strada è quella dell’opposizione alla controriforma con il conflitto sociale. Rilanciare la mobilitazione contro l’attacco dei padroni oggi è una necessità. Gli operai di Pomigliano nel giugno del 2010 contro tutto e tutti non solo non abbassarono la testa, ma riuscirono a dare un messaggio a tutti i lavoratori del paese, lottare contro gli attacchi padronali è possibile. Lo fecero contro il principale padrone di questo paese, la Fiat. Il messaggio di allora è oggi più valido che mai “chi lotta può perdere , ma chi non lotta ha già perso!”.

Oggi tocca a tutti i lavoratori raccogliere quella sfida e lottare per gli interessi di tutti, in gioco c’è la nostra sopravvivenza, da perdere nulla se non le nostre catene.

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