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E così, dopo il Senato, anche alla Camera il Pd, il Pdl e gli altri partiti che sostengono il governo Monti hanno votato la fiducia sulla controriforma del lavoro, senza nessun altro emendamento e praticamente senza neppure discuterla.

Si conferma quindi quel che tutti già sapevamo, ossia che la linea del Pd e della Cgil, di non contrastare il disegno di legge ma intervenire a smussarne gli aspetti meno equi, fosse totalmente perdente: quei pochi emendamenti approvati dal Senato sono tutti peggiorativi rispetto al testo originario.

L’atteggiamento cauto e attendista della Cgil è tanto più incredibile, oltre che censurabile, in quanto il governo non ha neppure provato a indorare la pillola: prima, quando in tema di licenziamenti economici il Presidente del Consiglio in persona ha pubblicamente dichiarato che la reintegrazione sarebbe stata un’ipotesi praticamente impossibile; adesso con le dichiarazioni del ministro del Lavoro Elsa Fornero, che in un’intervista al prestigioso Wall Street Journal ha serenamente affermato che “Il lavoro non è un diritto; deve essere guadagnato anche a prezzo di sacrifici”.

La dichiarazione ha scandalizzato uno stuolo di farisei, evidentemente preoccupati più di un formale ossequio alla Costituzione che della sostanza delle parole del Ministro, che invece al di là di qualsiasi smentita descrivono con esattezza il senso della riforma.

Perché la controriforma del lavoro che entrerà in vigore nei prossimi giorni cancella per davvero quel poco di diritto al lavoro che ancora era sopravvissuto a tre decenni di attacchi del padronato e di governi di ogni colore, per instaurare nelle fabbriche e negli uffici un vero e proprio potere assoluto e arbitrario a tutto vantaggio dei datori di lavoro, e a danno sia dei lavoratori stabili che dei precari.

Come abbiamo già scritto nei mesi scorsi, sono due i principali strumenti con cui viene attribuito ai padroni questo potere: la cancellazione del diritto alla reintegrazione nel caso di licenziamenti illegittimi e la liberalizzazione dei contratti precari, a termine e in somministrazione (ex interinali).

Sui precari, se possibile, i tanto invocati emendamenti che avrebbero dovuto secondo il Pd rendere accettabile la riforma, sono riusciti nell’impresa di peggiorarla ulteriormente: con la sua entrata in vigore, infatti, sarà possibile assumere a tempo determinato con contratti, anche in somministrazione, della durata non superiore a un anno (prima degli emendamenti erano sei mesi) senza fornire alcuna giustificazione. È così abolita la norma – del resto già sistematicamente violata – che imponeva sempre di specificare i motivi per cui l’assunzione avviene a termine e non a tempo indeterminato: l’assunzione precaria diventa così la regola, mentre quella stabile è considerata l’eccezione.

Se a questo aggiungiamo l’ampliamento smisurato e sostanzialmente privo di vincoli del contratto di apprendistato – che altro non è se non una forma di contratto a termine a prezzo di saldo per il datore – si può ben dire che la riforma raggiungerà l’obiettivo di precarizzare una fascia sempre maggiore di lavoratori, escludendoli da qualsiasi circuito di stabilizzazione e incentivando anzi i padroni, specialmente nei settori a bassa specializzazione, a effettuare un ricambio costante della forza lavoro.

Per quanto riguarda l’articolo 18, vale la pena ribadire ancora una volta che le modifiche non riguardano i casi in cui un licenziamento è legittimo o meno (che non sono affatto disciplinati dall’art. 18, del resto), ma le sanzioni in cui incorre il datore di lavoro che licenzi illegittimamente. Con il decisivo appoggio del Pd e la non belligeranza della Cgil, il Governo ha quindi ridotto fortemente il valore deterrente della tutela contro l’arbitrio del padrone: oltretutto, articolando il regime delle sanzioni in base al tipo di motivazione del licenziamento (economico o disciplinare), è sostanzialmente lasciata al datore di lavoro la possibilità di “scegliersi” la sanzione.

Il nuovo articolo 18 prevede la reintegrazione di fatto soltanto per i licenziamenti illegittimi di tipo disciplinare, e nemmeno per tutti, essendo limitata la possibilità di essere riammessi nel posto di lavoro solamente ai casi in cui il comportamento denunciato dal datore di lavoro non sussista o sia punito meno severamente dai codici disciplinari o dal contratto collettivo. Per i licenziamenti economici, invece, la regola diventa un mero risarcimento economico fra le 12 e le 24 mensilità, dunque, oltretutto, mediamente inferiore a quello previsto prima; come fin da subito ha chiarito Monti senza lasciare spazio a dubbi, per questo tipo di licenziamenti la reintegrazione (teoricamente prevista per i casi in cui il motivo economico sia “manifestamente insussistente”) è un’ipotesi praticamente irrealizzabile. È addirittura previsto uno sconto per i padroni più furbi, che omettano del tutto la motivazione del licenziamento: in questo caso, a meno che il lavoratore riesca a dimostrare che il licenziamento aveva in realtà un ben preciso motivo illegittimo (dimostrazione pressoché impossibile), la reintegrazione sarà comunque esclusa e il risarcimento sarà dimezzato.

Quali saranno le conseguenze pratiche? Possiamo vederle anticipate alla Fiat di Melfi e di Pomigliano, dove Marchionne, tra un elogio e l’altro a Mario Monti, si rifiuta ostinatamente di rispettare le ripetute sentenze e ordinanze che condannano l’azienda a reintegrare lavoratori licenziati ingiustamente,

o ingiustamente esclusi dalle assunzioni, e ribadisce il suo principio guida che, con la riforma, diventa anche principio generale: chi lavora e chi no lo decide il padrone.

Dopo che neppure un’ora di sciopero generale è stata spesa per contrastare la riforma mentre era in discussione, è surreale pensare che un referendum possa cancellarla dopo che è stata definitivamente approvata. Non ci sono scorciatoie, bisogna ricominciare a costruire una mobilitazione di massa per cacciare il governo e spazzare via le forze che lo sostengono.

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