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Pubblichiamo la prefazione dell'opuscolo.
Per richiederne delle copie (al costo di 2,00euro a copia): Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Negli ultimi tre anni abbiamo visto diverse mobilitazioni operaie che hanno mostrato un livello di coscienza elevato: la lotta alla Innse, a Pomigliano, a Melfi contro il licenziamento dei tre operai, la manifestazione del 16 ottobre 2010 e poi ancora Mirafiori, Fincantieri, Irisbus.

Quella classe operaia che tanti, troppi, davano per scomparsa, priva di una carica antagonista e conflittuale, ha dimostrato non solo di esistere, ma anche di essere in grado di esprimere la propria forza quando decide di lottare.

Con la mobilitazione torna all’ordine del giorno la discussione sulla necessità di rivendicazioni coerenti, di forme di lotta adeguate, di una vera democrazia nei luoghi di lavoro.

Queste questioni sono ancora più impellenti dopo che Cgil, Cisl e Uil hanno firmato con Confindustria l’accordo del 28 giugno che limita ulteriormente la democrazia in fabbrica, cancella la contrattazione nazionale aprendo a numerose deroghe su qualsiasi questione riguardante i diritti nei luoghi di lavoro.

Accordo che è poi servito come leva per varare il famigerato articolo 8 del decreto Sacconi, ovvero le deroghe non solo al contratto ma anche allo Statuto dei lavoratori.

Di lotte in questo paese ne abbiamo viste tante, spesso sono state sconfitte, soprattutto negli ultimi trent’anni. In primo luogo per responsabilità di direzioni sindacali inadeguate, che nei passaggi di crisi del sistema puntualmente sacrificano gli interessi dei lavoratori a favore “dell’interesse generale del paese”, cioè l’interesse di banchieri e padroni.

Ma se l’esplosione della crisi rimette al centro il ruolo della classe lavoratrice, l’unica in grado di difendere il tessuto industriale con la messa in discussione della proprietà dei mezzi di produzione, dall’altro diventa sempre più necessario per il movimento dotarsi degli strumenti necessari perché questo conflitto sia realmente efficace.

Lo scopo di questo opuscolo è offrire ai lettori, ai militanti impegnati nei luoghi di lavoro, una rilettura dell’esperienza dei movimenti autoconvocati degli ultimi 25 anni, in particolare le esperienze del movimento dei consigli dell’84 e contro gli accordi di luglio del ’92-’93. A questo segue un contributo degli operai della Terim dello stabilimento di Baggiovara (Modena), dove con un faticoso lavoro di anni è stata costruita una cellula di attivisti politici e sindacali che in primavera hanno condotto e vinto una lotta contro 45 licenziamenti. I lavoratori hanno avuto la meglio dopo mesi di lotta culminati con il blocco ad oltranza dei cancelli durato tredici giorni. I licenziamenti erano mirati ed odiosi, riguardavano infatti i lavoratori con malattie professionali, i disabili e i militanti della Fiom (di cui molti iscritti a Rifondazione comunista) che in questi anni sono stati i principali protagonisti e organizzatori delle lotte in fabbrica.

Settori combattivi, nella Cgil come nei sindacati di base, esistono e si mobilitano tutti i giorni nei luoghi di lavoro. Ma quello che è mancato in questi anni, e che manca tutt’ora, è una direzione adeguata e riconosciuta a sostegno di questi militanti. Una nuova generazione di attivisti si presenta sulla scena del conflitto di classe, spesso senza esperienza e senza il sostegno adeguato. Spesso le sedicenti direzioni alternative latitano o promuovono soluzioni inadeguate al contesto di crisi.

Mai come in questo periodo si sprecano gli appelli all’autorganizzazione, all’autoconvocazione, alla necessità di indurire le lotte, o si inneggia allo spontaneismo delle masse in risposta alla soffocante cappa delle burocrazie sindacali.

Purtroppo non bastano gli slogan, per quanto accattivanti. Slogan dietro i quali spesso si nascondono le difficoltà di questi militanti a interloquire con il resto dei lavoratori, una sorta di impazienza da
parte di chi ha tratto le giuste conclusioni ma non riesce a renderle patrimonio di settori più ampi di lavoratori.

La storia ci dice che per quanto gli apparati burocratici possano provare a soffocare la carica conflittuale, alla fine i lavoratori trovano i canali per esprimere la propria rabbia. Ciò che è importante tuttavia è che nei movimenti presi in esame, e vale anche per l’autunno caldo del 1969, emerge chiaramente come ad ogni mobilitazione corrispondesse l’attività di centinaia di delegati e attivisti politici che offrivano una prospettiva e una strategia.

La Terim rappresenta, anche in questo, un’esperienza diretta. Il culmine raggiunto da questa lotta, con il blocco dei cancelli durato tredici giorni, è solo l’ultimo atto di un lavoro di anni, sviluppato dai compagni del Prc di Modena.

È importante che questa esperienza sia conosciuta il più possibile. Da parte dei compagni della Terim non c’è alcuna presunzione di voler dare lezioni ma la speranza che la loro esperienza possa essere d’aiuto alla discussione tra gli operai, i militanti, che prendono consapevolezza della necessità di esprimere un conflitto dirompente, incisivo e organizzato. Anche per difendere il diritto più elementare ad avere un lavoro e una vita dignitosa.

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