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Con lo scandaloso accordo del 28 giugno la Cgil aveva rinunciato all’inderogabilità in peggio dei contratti nazionali.

La manovra completa l’opera, ampliando la portata della deroga e rendendola legge. L’ultima versione del suo art. 8 prevede infatti esplicitamente che accordi aziendali o territoriali possano derogare non soltanto ai contratti nazionali, ma perfino alla legge, in un ambito vastissimo.

Certamente inquieta che venga consentito di controllare a distanza i dipendenti con impianti audiovisivi, nonostante il divieto dello Statuto. Conseguenze ancora più gravi avrà la possibilità di modificare a piacimento le mansioni dei lavoratori, in spregio al loro inquadramento e alle loro professionalità (e alle stesse esigenze di sicurezza): ad esempio, ai dipendenti sgraditi potranno essere assegnate mansioni peggiori, magari per spingerli a dimettersi. Ancora, gli accordi aziendali e territoriali possono prevedere la più ampia flessibilità degli orari, anche oltre i limiti di legge, e perfino la rinunzia preventiva a rivalersi nei confronti del committente nel caso (frequente) di lavoro in appalto.

Ma i bersagli grossi sono altri. Da un lato, la totale e definitiva liberalizzazione dei contratti precari: possono essere aggirate tutte le norme che impongono limiti e requisiti per la validità dei contratti e, se non bastasse, perfino quelle che prevedono la stabilizzazione dei contratti nulli.

L’altro obiettivo, per l’ennesima volta, è l’Articolo 18. Tra le materie su cui può essere “concordata” una deroga c’è infatti anche il licenziamento. In altre parole, sarà affidato alla contrattazione azienda per azienda il diritto a essere reintegrati in caso di licenziamento illegittimo, con il risultato che, nei posti di lavoro in cui la rappresentanza sindacale è più debole o più ricattabile, i padroni potranno licenziare senza giusta causa in cambio di due noccioline. Ma non è finita. All’indomani del patto del 28 giugno, Marchionne, pur dichiarando di condividerne l’impianto, si era lamentato che, essendo valido soltanto per il futuro, non garantisse la tenuta degli accordi di Pomigliano e Mirafiori. Ecco adesso il rimedio: “le disposizioni contenute in contratti collettivi aziendali vigenti, approvati e sottoscritti prima dell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 tra le parti sociali, sono efficaci nei confronti di tutto il personale delle unità produttive cui il contratto stesso si riferisce a condizione che sia stato approvato con votazione a maggioranza dei lavoratori”.

Proprio Pomigliano e Mirafiori indicano il futuro delle relazioni sindacali nelle intenzioni del padronato e del governo: relegare in perenne minoranza le rappresentanze più combattive per ottenere “accordi” sempre peggiori, con la connivenza di Cisl e Uil, sindacati ormai di fatto “gialli”, e con l’uso sistematico del ricatto come strumento di consenso.

Mente spudoratamente Bonanni, segretario della Cisl, quando dice che non bisogna preoccuparsi perché “Nessun sindacato firmerebbe mai un accordo per licenziare i lavoratori”. E quando arriverà il Marchionne di turno a pretendere una clausola del genere minacciando altrimenti di spostare altrove la produzione? Gli unici argini ai ricatti padronali sono la legge e il contratto nazionale oltre alla  lotta, è ipocrita sostenere il contrario.

Così come totalmente ipocrita è la levata di scudi del Partito democratico, da sempre favorevole con i suoi più illustri esponenti all’abolizione dell’Articolo 18 e alla liberalizzazione della precarietà: nessuna alternativa può venire dai banchi sui quali sono appollaiati Ichino e i suoi compari.

Quanto alla Cgil, sorprende ascoltare, perfino nei comizi conclusivi dello sciopero del 6 settembre, la strenua e francamente poco plausibile difesa dell’accordo del 28 giugno e “dell’autonomia della contrattazione tra le parti” da parte di diversi dirigenti. Con questa classe padronale e tutto il sistema politico che la rappresenta e la protegge non ci sono accordi possibili: si deve soltanto combattere.

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