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In tempi di Fiscal compact e di rispetto del Pareggio di bilancio, i Servizi sanitari e assistenziali risentono fortemente delle politiche di austerità, attraverso un peggioramento e una riduzione dei servizi e della loro qualità.

La messa in discussione del diritto alla salute

I governi nazionali degli ultimi anni hanno assicurato la copertura del fabbisogno finanziario attraverso un sempre maggiore ricorso a misure di contenimento della spesa sanitaria. Nel 2012 prima del provvedimento sulla “Spending Review”, a fronte di un incremento del fabbisogno del 2,8%, l’incremento del finanziamento previsto era solo del’1,75%. L’impatto economico delle manovre per il quadriennio 2012-15 sul Servizio Sanitario Nazionale (Ssn), considerando tutte le manovre Berlusconi e Monti, compresa la legge 135, più nota come “spending review” è di circa 24 miliardi di euro. Un vero e proprio tsunami che si sta abbattendo sul Ssn e spazzerà via il diritto alla salute di milioni di cittadini.

18-20mila posti letto (pl) in meno per i ricoveri ordinari e 7.400 pl per gli acuti, almeno un migliaia di reparti e centinaia di piccoli ospedali di periferia saranno chiusi: ecco il risultato di quanto deciso dal Governo con il provvedimento che fissa nel rapporto di 3,7 pl ogni mille abitanti il vincolo per le Regioni.

In sostanza, nel prossimo triennio 2013-2015 si dovrà passare a questo rapporto partendo dalla media nazionale attuale, che prevede 4,2 letti ogni mille abitanti. Non bisogna dimenticare, inoltre, che i recenti tagli si sommano a quelli già inflitti alla Sanità dell’ultimo decennio: in tutto quasi 45 mila pl tagliati dal 2000 al 2009, considerando che il rapporto pl/abitanti era di 5,1 ogni mille abitanti 12 anni fa.

Saranno le Regioni che già lamentano alti deficit di bilancio a dover fare i conti con gli interventi più drastici come il Lazio (-19,9%), il Trentino (-20,9%) e il Molise (-33,2%). Alcune Regioni come Emilia Romagna, Veneto, Toscana e Lombardia, in questi anni hanno già riorganizzato e tagliato in maniera drastica la Sanità locale e dovranno continuare a farlo nella prossima fase. Nel territorio di Bologna il rapporto tra pl e abitanti è di 5,6 comprensivi dei pl per pazienti extraregionali che, pare, saranno salvaguardati (forse a discapito di altre regioni?). Il rischio è che non si potranno comunque evitare il taglio di circa il 30% dei pl presenti nella provincia bolognese.

Per anni lo Stato si è deresponsabilizzato dalla gestione della Sanità, demandandola alle Regioni con una gestione federale della stessa, a partire dai provvedimenti Bassanini del governo Prodi che hanno, di fatto, costituito 20 sistemi regionali diversi. Oggi lo Stato decide di tagliare centralmente e livellare al ribasso sul piano qualitativo i diversi sistemi dando luogo ad una competizione tra Regioni e territori.

A scanso di valutazioni strumentali è bene chiarire che la spesa sociale e la spesa sanitaria in Italia (circa 9% rispetto al Pil) sono al di sotto della media europea (Francia 11,1%, Germania 10,7%), mentre nella sanità gli Usa investono in spesa sanitaria pro-capite cifre pari al triplo della nostra (Italia 2.532 dollari, Usa 6.401 dollari  - Fonte Ocse 2007). Eppure il belpaese veniva considerato secondo al mondo in quanto a capacità e qualità di assistenza dall’Oms, un dato comprovato da diversi fattori, tra i quali l’aspettativa di vita, un lusso per la classe dominante più interessata a salvare le banche e le proprie ricchezze.

La sanità, un sistema fonte di profitti

L’incidenza del privato nel Sistema Sanitario è in crescita costante attraverso il sistema degli accreditamenti (soldi pubblici) e il meccanismo dei tagli nel pubblico, sovente con risultati di scarsa qualità. Attualmente vi è un’incidenza di pl accreditati per Regione di circa il 30% su base nazionale con punte superiori al 50% nel Lazio e di quasi il 40% in Calabria, Campania e Lombardia. Questo senza contare il mercato privato tout court, che in molti casi è presente in strutture pubbliche con strumentazioni, macchinari, competenze di personale medico pubblico e con l’ausilio di assicurazioni private, che negli ultimi anni si stanno sviluppando in maniera significativa anche grazie alla sottoscrizione di Contratti nazionali di categoria che ne prevedono l’adesione da parte di tanti lavoratori.

La Spending review, da questo punto di vista, aggiunge un ulteriore tassello alle speranze di tanti gruppi finanziari di fare profitti alle spese del sistema pubblico e alle spalle della salute della gente. Da sottolineare che il provvedimento prevede che la riduzione dello standard dei pl dovrà ricadere in un rapporto non inferiore al 50% nel pubblico. Nella legge si dichiara, inoltre, apertamente, che “è favorita la sperimentazione di nuovi modelli di assistenza per contenere la spesa sanitaria, attraverso sinergie tra strutture pubbliche e private, sia ospedaliere che extraospedaliere”. Un modo di esplicitare il vero obiettivo: lo smantellamento del servizio pubblico e la completa messa in discussione di un sistema che, con tanti difetti e sprechi, garantisce (seppure non più completamente) un’assistenza universale e di qualità.

Orgazziamoci per lottare

La prospettiva è di quelle che colpisce frontalmente il diritto alla salute. Come detto, verranno chiusi piccoli ospedali e saranno accorpati o cancellati interi reparti e diverse sale operatorie. Questo non sarà fatto attraverso una valutazione dei bisogni reali dei cittadini; se così fosse, si darebbe luogo ad investimenti piuttosto che a tagli.

Sarà più semplice tagliare laddove è in gioco la salute di anziani e soggetti deboli che non portano trasferimenti nelle casse delle singole aziende da parte delle Regioni (geriatrie, medicine ecc...). Nello stesso territorio, quindi, vedremo la presenza di presidi chirurgici ad altissima specializzazione, mentre pezzi interi di sanità pubblica verranno persi. Sarà questa la traduzione immediata di ciò che deciderà a breve il Governo quando rivedrà i Lea (livelli essenziali di assistenza). È la logica del mercato applicata alla sanità con una valutazione meramente economica sulle prestazioni sanitarie. Nel migliore dei casi si allungheranno i tempi, già ovunque lunghissimi, o peggio si perderà del tutto la possibilità di curarsi gratuitamente, intervenire su un’ernia o una prostata e curare patologie meno gravi. I reparti si pronto soccorso, che già oggi vivono forti sofferenze con tempi di attesa di ore da parte dei pazienti, saranno ulteriormente appesantiti.

Negli ultimi anni si sono accorciati di molto i tempi di ricovero post-intervento e i percorsi riabilitativi, ricorrendo sempre più spesso al Day hospital. Non tutto è il risultato degli avanzamenti della ricerca scientifica, che pure ci sono stati, ma è anche l’effetto di un’assistenza sanitaria condizionata dalla logica dei tagli. Letti nei corridoi delle corsie di ospedali per far fronte alle emergenze, dimissioni affrettate, magazzini con scarsi beni sanitari, già oggi in molti contesti è questo lo scenario, che andrà sempre più ad aggravarsi.

A questo si aggiungeranno i tagli agli organici che già da anni si sono abbattuti sul comparto. In nessuna azienda sanitaria e ospedaliera è stato garantito il turn over al 100%, e nelle Regioni che non rispettavano i parametri economico-finanziari le assunzioni sono state bloccate.

Bisogna opporsi con tutte le forze e le energie a tutto ciò. Gli appelli alla condivisione e alla concertazione da parte dei dirigenti sindacali sono assolutamente negativi e, peraltro, inutili.

Vanno sviluppate iniziative di coinvolgimento e di partecipazione della cittadinanza nei percorsi di mobilitazione. Mai come in questa fase gli interessi della popolazione sono comuni agli interessi dei lavoratori della Sanità. è necessaria l’unità di tutta la classe in difesa del diritto alla salute. Servono assemblee, iniziative anche con nuove modalità e tentativi di alzare il livello di partecipazione perché la posta in gioco è altissima e lo scontro in atto va affrontato con ogni strumento. Ai lavoratori bisogna trasmettere il senso della necessità di organizzarsi e lottare. Sarebbe questo il ruolo di una direzione sindacale che, invece, sta dimostrando di non essere all’altezza. Siamo certi che i lavoratori questa necessità la capiranno da soli e noi lavoreremo per organizzare questa disponibilità alla lotta.

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