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Il 4 giugno con un decreto ad hoc il governo ha commissariato l’Ilva. Il commissariamento avviene dopo che la magistratura ha ordinato il sequestro di beni per 8,1 miliardi di euro, alla Riva fire, la holding che controlla l’Ilva di cui i Riva sono i maggiori azionisti. Il sequestro è motivato dal mancato adempimento, da parte dell’azienda, dell’Aia (Autorizzazione integrata ambientale) che il governo Monti aveva concesso ai Riva per poter continuare a produrre. L’Ispra (Istituto di ricerca ambientale) nel suo monitoraggio ha accertato che ci sono inadempienze rispetto alla tabella di marcia prescritta per mettere a norma gli impianti. Non solo: la procura di Milano indaga i Riva per truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di beni, avendo sottratto 1,2 miliardi di euro alla finanziaria di famiglia, trasferendoli all’estero piuttosto che investirli nel risanamento ambientale.

La conseguenza diretta del sequestro dei beni è stata la dimissione dei vertici dell’acciaieria, a cominciare dal presidente Ferrante e l’amministratore delegato Bondi, arrivando poi ai dirigenti aziendali e capi di fabbrica. Per l’ennesima volta l’azienda ha minacciato la chiusura della fabbrica e il governo è intervenuto con un ulteriore decreto.

Tutto cambia perché tutto resti uguale

A prima vista il commissariamento, come tra l’altro veniva chiesto da più parti, può sembrare un passo in avanti nell’obbligo di messa a norma degli impianti, ma è davvero così? La risposta è no!

Senza troppo imbarazzo il Consiglio dei ministri ha nominato commissario Enrico Bondi, che da pochi mesi era stato scelto dai Riva come amministratore delegato dell’Ilva. Bondi, attualmente indagato per il dossier Telecom, è una delle figure note del capitalismo italiano, avendo gestito in passato la ristrutturazione di Montedison e Parmalat, dopo il crack finanziario.

Si chiama a risanare colui che era a capo dell’azienda mentre le prescrizioni dell’Aia non venivano attuate, dimessosi per protesta contro il sequestro ordinato dalla procura di Taranto rispetto a cui aveva presentato ricorso.

Ma anche questa scelta conciliante per i padroni è troppo, come si è visto dalle dichiarazioni allarmate di Squinzi e Gozzi, rispettivamente presidenti di Confindustria e Federacciai.

A tranquillizzare tutti ci pensa il Ministro dell’ambiente Orlando; il commissariamento “non è un esproprio o una limitazione senza ratio della proprietà ma una decisione legata agli obiettivi che la legge propone”. La scelta del governo va chiaramente nell’indicazione di salvaguardare la proprietà dei Riva, nonostante le continue violazioni accertate.

La nomina di commissario durerà un anno e sarà rinnovabile per altri due, Bondi assumerà le funzioni amministrative dell’azienda, i cui organismi sono sospesi. Oltre al commissario è stato nominato un sub-commissario, Edo Ronchi, e un gruppo di esperti scelti dal Ministero dell’ambiente. Gli esperti hanno 60 giorni per presentare un piano per la tutela ambientale e sanitaria dei lavoratori e della popolazione, in conformità con le leggi vigenti europee e nazionali. Questo significa che verrà ridisegnata l’Aia con tempi e modi diversi rispetto a quanto fino ad ora era stato chiesto alla proprietà, che avrà comunque 10 giorni di tempo per poter far pervenire le proprie osservazioni in merito al piano. Zanonato, Ministro delle attività produttive, è chiaro al riguardo: il decreto “è costruito per rispettare la proprietà e non per distruggerla. La proprietà se vuole può vendere, partecipa e viene informata di tutte le decisioni assunte”.

Insomma la priorità del risanamento rispetto ai profitti è solo dichiarata. Al commissario spetterà presentare un piano industriale; anche su questo versante è tutto da vedere cosa accadrà.

Ma se pure dovessero esserci passi in avanti, considerando che il commissariamento è a termine, e i Riva rientreranno in possesso della gestione dell’azienda, il giorno dopo si riaprirebbero tutti i problemi visti in questi anni, in una città attraversata da un’emergenza sanitaria, come confermano i recenti dati del registro tumori.

Rimane poi il problema dei soldi da investire per i lavori di ambientalizzazione, senza considerare i costi delle bonifiche. L’Ilva come società non possiede i capitali necessari, per il risanamento servono oltre 8 miliardi, ma nelle casse della holding dei Riva ci sono soli 250mila euro, che non basterebbero nemmeno per la messa a norma degli impianti. L’Ilva quindi avrà bisogno di finanziamenti da parte delle banche a meno che non si ragioni di ulteriori proroghe. Insomma c’è il rischio concreto che il commissariamento si riduca ad un’ennesima concessione ai Riva.

Nell’audizione tenuta alle commissioni riunite Ambiente e attività produttive, il commissario ha precisato che “è stato stimato un impegno economico di circa 1.800 milioni di euro sul triennio 2013-2015” che dovrebbero rafforzare le risorse per il risanamento, anche qua si tratta di cifre che non coincidono con quanto servirebbe per il sostituto procuratore capo di Taranto Sebastio.

Bondi, parlando dei recenti picchi di polveri nel quartiere Tamburi, sopra i limiti, ha affermato che questi sarebbero riconducibili alla sabbia sahariana…

In realtà derivano dalla mancata copertura del parco minerali, il che da solo costerebbe un miliardo di euro.

 

Nessuna fiducia nelle istituzioni

 

La crisi aperta dalle dimissioni dei vertici dell’azienda ha riaperto il dibattito su come proseguire nella produzione nonostante la non volontà dei Riva di investire per garantire la salute e la salvaguardia dell’ambiente. Va detto chiaramente che quello che è fallito nel corso di questi anni è il processo di privatizzazione che ha permesso ai Riva di avere a prezzo stracciato l’acciaieria tarantina e poter fare ingenti profitti sulla pelle dei tarantini e dei lavoratori.

La scelta del governo di salvaguardare ancora una volta la proprietà aziendale non porterà a nessun cambiamento radicale, così come invece è necessario.

Oggi a Taranto, più che in qualsiasi altro luogo, emerge la necessità di una battaglia per la nazionalizzazione del più importante stabilimento siderurgico italiano.

Ci sono alcuni settori che avanzano questa proposta, come l’Usb e il Prc, la cui cellula di fabbrica ha cominciato una raccolta di firme in tal senso. Questa proposta deve farsi strada anche all’interno della Fiom, che ha ribadito la necessità di arrivare ad un nuovo assetto proprietario, nell’ambito dell’applicazione della legge 231 del 2012, fino alla fuoriuscita dei Riva dall’azienda, anche arrivando ad un possibile esproprio.

L’esperienza di tutta la storia dell’Ilva, e particolarmente dall’intervento della procura con i suoi provvedimenti iniziati nell’estate scorsa, dimostra che per una soluzione che tuteli lavoro e salute non ci si può affidare né al governo né alle istituzioni locali. Nemmeno la magistratura può assolvere questo ruolo: infatti, al di là di qualche suo elemento più avanzato ma tutto sommato isolato, come istituzione ha tutelato gli interessi complessivi della classe dominante e dei Riva.

Si deve ripartire dal protagonismo dei lavoratori e dei cittadini di Taranto, gli unici che possono e devono prendere in mano la situazione, controllare e gestire in prima persona lo stabilimento e imporre la requisizione di tutto il patrimonio, aziendale e privato, dei Riva, necessario per risanare l’acciaieria. Se non se ne occuperanno i lavoratori, nessun altro lo farà!

Intanto è stato raggiunto un accordo tra azienda e sindacati, con esuberi che verranno gestiti attraverso contratti di solidarietà. Gli esuberi sono motivati con la crisi del mercato, elemento che per ora rimane sullo sfondo, ma che è invece centrale per le sorti dell’acciaieria. A partire dal primo luglio per tre mesi si fermeranno l’altoforno 2, le batterie 9-10 e per 15 giorni l’acciaieria 1.

È necessario aprire una nuova stagione, che ridiscuta la produzione, le condizioni di lavoro in fabbrica, il controllo dei lavoratori e dei cittadini su quello che avviene in fabbrica e fuori e per farlo bisogna espropriare Riva e nazionalizzare l’azienda sotto il controllo dei lavoratori. Diversamente da quello che pensa il ministro Zanonato, a loro non va garantito proprio niente!

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