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Mentre scriviamo, l’ultimo atto del congresso della Cgil a Rimini sta per iniziare. Durante questo interminabile congresso è successo proprio di tutto.

 

Il 2 dicembre il direttivo nazionale ha licenziato il tanto sbandierato documento unitario che sanciva la pace tra Landini e la Camusso e il documento alternativo “Il sindacato è un altra cosa”. Pochi giorni dopo l’inizio dei congressi di base, il 7 gennaio, la segretaria generale, senza informare i propri alleati congressuali, firma l’accordo sulla rappresentanza del 10 gennaio determinando una nuova e lacerante divisione con la Fiom. Il 21 febbraio, alla chiusura dei congressi di base, lo scontro tra la Camusso e la Fiom arriva al suo apice con un drammatico direttivo nazionale in cui si sancisce la rottura del tanto declamato documento unitario.

Passano parecchie settimane prima che si possa avere qualche straccio di dati su quanti iscritti alla Cgil abbiano votato e che percentuale abbiano ottenuto i documenti contrapposti e gli emendamenti presentati dalla Fiom e Lavoro società al documento Camusso. Quando i dati iniziano ad uscire si scopre che nei congressi di base hanno votato molti più iscritti di quanti si era potuto effettivamente intuire partecipando ai medesini congressi. La mozione alternativa viene schiacciata ad un misero 2,4% (vedi lo scorso numero di FalceMartello).

 

Un congresso falsato

Con lo svolgersi dei congressi regionali e quelli di categoria nazionali, documento alternativo ed emendatari vengono sistematicamente ridimensionati, se non addirittura esclusi dagli organismi laddove non hanno la forza necessaria per opporsi. È il caso dei direttivi nazionali di categoria come i trasporti o il commercio.

Davanti a questo stillicidio Lavoro società si spacca e alcuni dei suoi dirigenti più illustri, tra cui il fondatore Gianpaolo Patta e il rappresentante della segreteria nazionale Nicolosi, abbandonano un’area che a causa della commistione con la maggioranza di questi ultimi dieci anni, di cui sono i principali responsabili, si affida in quasi totale maggioranza alla Camusso anziché tentare almeno una flebile opposizione.

Di chi ha sostenuto gli emendamenti, che siano Fiom, ex “Cgil che vogliamo” o ex Lavoro società insieme non portano neanche il 10% dei delegati al congresso nazionale, anticipando quindi nuovi ridimensionamenti anche nel futuro direttivo nazionale che verrà eletto a Rimini.

Intanto, nel bel mezzo di questo tsunami burocratico, il padronato di questo paese prosegue spedito la sua marcia devastante contro i lavoratori. Solo per citare alcune delle ultime tragiche vertenze vale la pena ricordare l’ex presidente di Confindustria Marcegalia che, il giorno in cui viene nominata amministratore delegato all’Eni dal governo Renzi, annuncia la chiusura del suo stabilimento a Milano buttando per strada 170 lavoratori. Giovedì 24 aprile alla Lucchini di Piombino (il secondo stabilimento che produce acciaio in Italia) iniziano le procedure di spegnimento del forno, altri 2mila lavoratori a casa più altrettanti nell’indotto. Una cordata di imprenditori arabi annuncia l’interesse ad acquistare Alitalia a patto che si preveda un piano di 3mila esuberi. La camera approva il peggioramento dei contratti a tempo determinato. La cassazione azzera le condanne ai padroni responsabili della strage alla Thyssen-krupp di Torino del 2007 dove morirono nel rogo 7 operai.

Tutto ciò nel dibattito congressuale quasi non c’è entrato, spesso la discussione è stata vissuta dall’apparato con fastidio. Solo i compagni del secondo documento ci hanno provato, raccogliendo anche interesse e sostegno quando sono riusciti a parlare coi lavoratori. Per il resto uno scontro all’arma bianca sull’accordo del 10 gennaio che ha visto prima la segretaria generale negare la necessità di una consultazione e poi concederne una falsa (vedi box) e, dall’altra parte, il segretario della Fiom promettere, come troppo spesso ha fatto in questi anni, lotta dura contro l’accordo, per poi ripiegare sull’ennesimo tentativo di ottenere un compromesso con la Camusso. Compromesso che al congresso nazionale non ci sarà perché se una cosa la segretaria generale ha mostrato di saper fare in questi anni è una pervicace lotta contro qualsiasi forma di critica e opposizione.

 

La sinistra sindacale

Se la sinistra sindacale, in tutte le sue forme, emendatari o documenti alternativi che siano, in questi anni ha fallito, o nei casi migliori ha rappresentato fondamentalmente solo un tentativo di resistenza alla deriva moderata, non è solo perché è aumentata la precarietà (cose di cui comunque anche la Cgil è responsabile) o perché in questi anni insieme all’unità nazionale in parlamento ha prevalso anche l’unità nazionale con Cisl e Uil a livello sindacale. Ha fallito anche per l’incapacità di chi si è arrogato il ruolo di voler dirigere la sinistra sindacale ma si è dimostrato inadeguato. Nel momento in cui la crisi picchia e i padroni si scatenano contro la classe operaia una opposizione sindacale che si illude di potersela cavare con qualche slogan o appelli alla ragione per forza di cose è destinata a fallire.

Oggi, a congresso ancora in corso si ricomincia a parlare di ricomposizione di una sinistra sindacale in Cgil che sappia superare vecchi steccati, frizioni e divisioni del passato. Ma una sinistra sindacale che si illude di poter ricominciare senza mettere in discussione le proprie responsabilità di questi anni, che non è disposta a cambiare parole d’ordine e soprattutto rivendicazioni e metodi di lotta e di coinvolgimento dei lavoratori, una sinistra sindacale che ricompone quindi fondamentalmente per tentare di tutelare quel che ancora rimane del proprio apparato sarà destinata a continuare a essere vista dai lavoratori come inutile.

Il nostro impegno in questo congresso è stato convinto, deciso come sempre nel relazionarci e nel difendere gli interessi della nostra classe. Non per nulla il reale radicamento che questa rivista raccoglie nei luoghi di lavoro ci ha portato anche ad essere presenti nella maggioranza dei direttivi di categoria a tutti i livelli fino alle istanze nazionali.

Questo risultato è in primo luogo uno strumento per proseguire a condurre le battaglie contro un vertice inadeguato e sordo alle reali necessità dei lavoratori, anche dopo il congresso. Per il rilancio di una vera opposizione sindacale che, mantenendo fermi i principi, continui l’instancabile lotta che da anni porta avanti perché la parola torni ai lavoratori.

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