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“L’imprenditore deve avere il diritto di lasciare a casa‭”‬:‭ ‬con queste parole Matteo Renzi,‭ ‬davanti alla compiacente platea di‭ ‬Che tempo che fa,‭ ‬ha sintetizzato il significato della seconda fase del suo‭ ‬Jobs act‭ (‬la prima è stata,‭ ‬in primavera,‭ ‬la liberalizzazione dei contratti a termine e dell’apprendistato‭)‬.‭ ‬Se ha il‭ “‬merito‭” ‬di spiegare chiaramente le finalità del governo,‭ ‬questa definizione si basa tuttavia,‭ ‬intenzionalmente,‭ ‬su una falsa premessa,‭ ‬ossia che in Italia i licenziamenti siano vietati.


Come tutti sanno,‭ ‬invece non è così:‭ ‬i dati Istat parlano di oltre un milione di licenziamenti all’anno,‭ ‬individuali o collettivi,‭ ‬dal‭ ‬2012.‭ ‬Del resto l’articolo‭ ‬18‭ ‬dello Statuto dei lavoratori,‭ ‬che il governo intende abolire,‭ ‬non contiene affatto alcun divieto di licenziare,‭ ‬ma soltanto le sanzioni a carico degli imprenditori‭ (‬con più di‭ ‬15‭ ‬dipendenti‭) ‬in caso di licenziamento illegittimo.‭ ‬Il programma del governo,‭ ‬dunque,‭ ‬consiste nel consentire ai datori di lavoro di lasciare a casa senza motivi disciplinari né di carattere economico,‭ ‬dunque a piacimento.‭ ‬Questo evidentemente significa assoggettare i lavoratori al potere assoluto dei loro padroni,‭ ‬costringendoli ad accettare condizioni di lavoro e di salario peggiori pur di mantenere il posto.

Mano libera per i padroni

Proprio il taglio dei salari,‭ ‬oltre che degli altri costi necessari a mantenere condizioni di lavoro dignitose,‭ ‬è la vera posta in gioco,‭ ‬e in questo senso l’attacco di Renzi non è che la prosecuzione di quello già condotto,‭ ‬sulla spinta del padronato e dell’Unione europea,‭ ‬dai governi precedenti.‭ ‬Ma se perfino la pessima legge Fornero,‭ ‬che di questa nuova controriforma è l’apripista,‭ ‬continuava a quantificare in non meno di un anno di stipendio il costo di un licenziamento illegittimo anche nei casi in cui non prevedeva la reintegrazione,‭ ‬adesso l’obiettivo è eliminare del tutto,‭ ‬subito o nel giro di qualche anno,‭ ‬il diritto a riavere il posto di lavoro,‭ ‬e ridurre in modo decisivo anche i risarcimenti,‭ ‬in modo da rendere impossibile qualsiasi rivendicazione,‭ ‬sotto la spada di Damocle di licenziamenti arbitrari impunibili.
Non è ancora chiara la formula con cui questa seconda fase del‭ ‬Jobs act sarà trasformata in realtà.‭ ‬Al momento,‭ ‬infatti,‭ ‬la proposta è ancora un disegno di legge delega,‭ ‬un contenitore di principi generali che dovranno essere prima approvati dal parlamento e poi specificati attraverso decreti legislativi‭ (‬sottratti dunque alla discussione parlamentare e,‭ ‬a maggior ragione,‭ ‬a quella tra i lavoratori‭)‬.
La proposta definitiva sarà determinata dall’esito dello scontro tra le varie correnti dello stesso Partito democratico e dai rapporti con il centrodestra:‭ ‬si tratta tuttavia di uno scontro tutto interno alle dinamiche e agli interessi della classe padronale,‭ ‬nel quale gli interessi dei lavoratori non trovano la benché minima rappresentanza.
Da un lato Alfano e Sacconi,‭ ‬che giocano il classico ruolo del‭ “‬poliziotto cattivo‭”‬,‭ ‬invocano l’abolizione totale e definitiva dell’articolo‭ ‬18‭ ‬per tutti i lavoratori,‭ ‬anche per quelli che oggi ne sono protetti.‭ ‬Gli strepiti provenienti dalla destra,‭ ‬sia quella di governo che quella di finta opposizione,‭ ‬servono soltanto a dare un’apparenza di maggiore equilibrio alle proposte di Renzi,‭ ‬il‭ “‬poliziotto buono‭”‬.
Lo scorso‭ ‬29‭ ‬settembre,‭ ‬la direzione nazionale del Pd ha approvato a larghissima maggioranza l’ordine del giorno proposto dal premier che,‭ ‬per i lavoratori che già oggi hanno questa tutela,‭ ‬manterrebbe l’articolo‭ ‬18‭ ‬con modifiche relativamente modeste alla legge Fornero del‭ ‬2012,‭ ‬conservando il diritto alla reintegrazione nel caso di licenziamenti disciplinari dichiarati illegittimi‭ (‬ma già la norma attuale consente delle deroghe a questo principio,‭ ‬a discrezione del giudice‭)‬.‭ “‬Solo‭” ‬nel caso dei licenziamenti economici,‭ ‬per i quali comunque già dai tempi della Fornero non è più garantita,‭ ‬la reintegrazione verrebbe completamente abolita e sostituita dal risarcimento economico.
Allo stesso tempo,‭ ‬la proposta ribadisce il vero cuore del‭ ‬Jobs act,‭ ‬ossia la centralità del‭ “‬contratto di lavoro a tempo indeterminato con tutele crescenti‭”‬.‭ ‬Il progetto,‭ ‬elaborato ormai da anni,‭ ‬con poche varianti,‭ ‬dai vari Ichino,‭ ‬Boeri e Nerozzi,‭ ‬prevede l’esclusione totale dell’articolo‭ ‬18‭ ‬per un periodo da tre a sei anni dall’assunzione:‭ ‬in questo lunghissimo periodo il licenziamento sarebbe sempre libero,‭ ‬senza necessità di indicare motivi‭ (‬come oggi avviene nel periodo di prova,‭ ‬che però dura normalmente non più di un paio di mesi‭)‬,‭ ‬salva una misera indennità,‭ ‬proporzionale al periodo lavorato‭ (‬si parla di un mese di stipendio per ogni anno‭)‬.
In altre parole,‭ ‬l’abolizione del diritto alla reintegrazione avverrebbe subito per chi oggi non ha già un lavoro a tempo indeterminato,‭ ‬e comunque in modo più o meno definitivo nel giro di qualche anno,‭ ‬quando chi oggi lavora in aziende sopra i‭ ‬15‭ ‬dipendenti sarà licenziato o andrà in pensione.

Precarietà per tutti

Non sorprende che su quest’ordine del giorno si sia spaccato il fronte della minoranza del Pd,‭ ‬ormai ridotto a un esiguo drappello.‭ ‬D’altra parte la proposta dei vari Civati e Fassina è sostanzialmente analoga a quella di Renzi,‭ ‬dal momento che condivide per le nuove assunzioni l’ipotesi di un‭ ‬“contratto unico d’ingresso‭”‬,‭ ‬ossia il prolungamento del periodo di prova fino a tre anni con sospensione,‭ ‬per questa durata,‭ ‬dell’articolo‭ ‬18‭ ‬e completa liberalizzazione del licenziamento.‭ ‬È questo,‭ ‬sembra,‭ ‬il‭ “‬punto di caduta‭” ‬citato dallo stesso Landini come compromesso accettabile anche per i sindacati.
Nessuna critica è giunta dalla presunta‭ “‬sinistra‭” ‬del Pd alle altre misure indicate nel disegno di legge delega:‭ ‬in particolare,‭ ‬il potere del datore di demansionare i lavoratori e la liberalizzazione del controllo a distanza,‭ ‬che sono pilastri del regime di totale arbitrio padronale che si va delineando.
Un sistema in cui per tre anni,‭ ‬o anche più,‭ ‬si può sempre essere licenziati senza motivo,‭ ‬in cui non esiste diritto alla privacy né a svolgere le mansioni per le quali si è stati assunti,‭ ‬non è affatto un sistema accettabile.‭ ‬Se,‭ ‬per timore di perdere il posto di lavoro,‭ ‬diventa impossibile far valere qualsiasi diritto e si è costretti ad accettare salari da fame,‭ ‬diventa uno slogan privo di contenuto anche la sbandierata,‭ ‬promessa abolizione dei co.co.pro.,‭ ‬sia perché il loro bacino è destinato a essere sostituito dalla liberalizzazione dei voucher‭ (‬il cosiddetto lavoro accessorio‭)‬,‭ ‬sia perché comunque,‭ ‬di fatto,‭ ‬anche chi è assunto rimane sempre precario e sottopagato.
E nel momento in cui tutti i lavori saranno precari,‭ ‬anche i salari di chi‭ “‬l’articolo‭ ‬18‭ ‬non l’ha mai visto‭” ‬saranno destinati a diminuire,‭ ‬per l’impossibilità di rivendicare condizioni contrattuali migliori e l’aumento della concorrenza in un contesto di disoccupazione di massa.
Noi sappiamo che ogni concessione sul terreno dei diritti apre la strada ad attacchi ancora più profondi.‭ ‬L’unica alternativa possibile rispetto al‭ ‬Jobs act è la difesa senza compromessi dei diritti dei lavoratori a partire dall’articolo‭ ‬18,‭ ‬con il ripristino della sua forma originaria e la sua estensione a tutti i lavoratori.

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