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Analisti, sociologi, politici, sindacalisti, hanno speso fiumi di parole per spiegarci il fenomeno del voto dei lavoratori a Grillo. Ma per saper la verità basta andare ai cancelli delle aziende e parlare coi propri compagni di lavoro. Tantissimi hanno visto in Grillo l’occasione per colpire un potere che perpetua politiche “lacrime e sangue”. Certo, una magra soddisfazione che non porterà a un cambiamento ma che molti hanno considerato l’occasione per esprimere la propria rabbia.

Tutt’altro invece il clima negli organismi dirigenti della Cgil, l’altro grande sconfitto di queste elezioni, visto l’investimento verso il Partito democratico.

La Cisl stima che un quarto dei suoi iscritti abbia votato Grillo, percentuali maggiori si sono registrate tra gli iscritti Cgil e i lavoratori in generale. Fenomeno vissuto con grande preoccupazione nel direttivo nazionale Cgil, letteralmente preso in contropiede da questo risultato. Un misto di paura e smarrimento ha condizionato il dibattito. Il panico di chi capisce che non ha il polso della situazione, che tra i lavoratori la critica non è risparmiata neanche a loro. Temono l’esplosione di un conflitto sociale che non possono controllare.

Che tra i lavoratori prevalga l’idea che spesso e volentieri i sindacati sono mastodontici apparati spesso inutili è cosa nota. Se in numeri assoluti la Cgil è anche cresciuta come iscritti lo si deve fondamentalmente ai pensionati, per l’investimento nei servizi e al gran numero di crisi aziendali e licenziamenti che spingono molti lavoratori a iscriversi per tutelarsi un minimo nelle procedure degli ammortizzatori. Tutto ciò è ampiamente risaputo e discusso nella Cgil che non per nulla privilegia sempre più trattative su enti bilaterali, fondi pensioni, assicurazioni sanitarie.

Questo approfondisce un solco tra la burocrazia e la base dei lavoratori, iscritti o meno ai sindacati. Succede allora che sempre più spesso i lavoratori prendono l’iniziativa per lottare a prescindere dal sostegno della stessa Cgil. È il caso dei lavoratori del trasporto pubblico bolognese che scavalcano i loro dirigenti bloccando, esasperati, con lo sciopero selvaggio la città. Oppure dello sciopero con picchetto organizzato nella logistica a Milano dal Si Cobas a cui partecipano anche gli iscritti della Filt-Cgil nonostante l’opposizione dei suoi dirigenti. In Lombardia è stato firmato un contratto regionale alle Trenord che vede solo i sindacati di base opporvisi. La maggioranza dei lavoratori vorrebbe esprimersi con un referendum, la Cgil nega ai lavoratori la possibilità di votare, eppure a Brescia accade l’esatto opposto: è stato firmato da Cisl e Uil un accordo locale nel trasporto pubblico e la Cgil si è vista negare il referendum.

Un distacco che non risparmia neanche la Fiom, che anzitutto in Fiat mostra da tempo la crisi di strategia. Nel coordinamento Fiat di febbraio era stata ventilata la possibilità di una manifestazione di tutti gli stabilimenti, alla luce anche del vergognoso contratto separato dell’auto firmato da Cisl e Uil. Della manifestazione del gruppo Fiat nel Comitato centrale di marzo non c’è più traccia. Le ultime notizie annunciano una manifestazione lanciata dalla Fiom, aperta a precari e disoccupati per il 18 maggio. Si mantiene come principale strategia quella delle cause giudiziarie che da tempo si dimostrano insufficienti. Eppure motivi per rilanciare ce ne sono. Significative le ultime due novità, cioè il rischio di spostamento di importanti produzioni Iveco in Spagna e il caso dei delegati di Cisl e Uil alla Magneti Marelli di Bologna che bocciano il contratto auto firmato dai loro dirigenti. Landini deve riprendere l’iniziativa, solo così la Fiom uscirà dall’impasse.

Di lavoratori che resistono nella crisi ce ne sono tanti, e ne parliamo anche in queste pagine.

La necessità di rilanciare le mobilitazione è evidente ed effettivamente fanno bene a preoccuparsene quei dirigenti, perché sotto le ceneri cova la rabbia che presto o tardi esploderà. Esplosioni di lotte che metteranno inevitabilmente sul banco degli imputati anche quei dirigenti che, nella crisi più dura del capitalismo, non hanno saputo far altro che tergiversare, impegnati a sognare un nuovo governo di centro sinistra per legittimarsi nuovamente agli occhi dei padroni.

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