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Omicidio colposo plurimo e disastro ambientale: questi i capi d’imputazione della sentenza di primo grado sul caso dell’amianto all’Ilva, la cui presenza nella fabbrica ha provocato la morte di 28 operai. Condanne tra i quattro e i nove anni per 27 ex-dirigenti Ilva e Italsider, tra cui Giorgio Zappa (ex direttore generale Italsider e poi Finmeccanica), Francesco Chindermi (ad Lucchini), Fabio Riva, Pietro Nardi (che secondo indiscrezioni sarebbe candidato a ricoprire il ruolo di commissario straordinario per l’Ilva). La sentenza prevede anche risarcimenti alle famiglie delle vittime e ai sindacati Fiom e Uilm, parte civile del processo.

La magistratura riconosce quindi che c’è stata un’omissione dolosa delle cautele: i dirigenti erano a conoscenza della presenza delle fibre di amianto e della loro pericolosità ma non sono intervenuti con le misure necessarie. Ancora una volta, i padroni fanno profitti risparmiando sulla sicurezza, guadagnano sulla pelle dei lavoratori.
Al di là della sentenza, che non è definitiva e sulla cui applicazione sorgono molti dubbi (quando mai i padroni finiscono effettivamente in carcere?), la questione del futuro dell’acciaieria rimane aperta.
La famiglia Riva e il commissario straordinario Bondi discutono in questi giorni sulla ricapitalizzazione del sito produttivo, che di certo non avverrà a spese dei Riva, dal momento in cui i loro capitali sono rimasti intatti: gli 8,1 miliardi sequestrati nel maggio scorso sono stati prontamente restituiti qualche mese dopo.
L’unica soluzione esistente non passa attraverso le aule dei tribunali ma attraverso la lotta: bisogna affermare chiaramente che salute e lavoro non devono essere contrapposti.
“La riqualificazione dello stabilimento costa un sacco di soldi, dove prenderli?” Ci chiederanno in molti, tra cui tanti dirigenti sindacali che, non disposti ad andare fino in fondo nella difesa degli interessi dei lavoratori e delle loro famiglie, sono finiti a cantare le lodi dei Riva.
La risposta è  chiara: che siano i responsabili di questa strage a pagare, che vengano espropriati tutti i loro beni e i profitti accumulati negli anni e vengano impiegati, sotto il controllo dei lavoratori, per risanare l’area e l’impianto.
La questione Ilva continua, in ogni suo sviluppo, a dimostrare con evidenza la necessità di una proposta di nazionalizzazione sotto controllo operaio. Finché i siti produttivi e i capitali rimangono nelle mani degli imprenditori, saranno sempre e solo i lavoratori a pagare, a prescindere dalle sentenze della magistratura.

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